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Tutto il tempo è perso*

 Tutto il tempo è perso*
Un tentativo di commento a “Sogni e favole”, di Emanuele Trevi

Tutta qui la vita di un poeta, di un grande poeta? Batticuori e cacarelle?

Prima di tentare un commento su questo che per me – ma spero sinceramente di sbagliarmi – rimane, e probabilmente rimarrà anche per i prossimi anni, il miglior libro italiano degli ultimi tempi, sono stato combattuto sull’eventualità di scrivere tale commento integralmente con passi tratti dall’opera in questione, dato che quelli che hanno colpito le mie matite sono diverse decine (ecco, questo posso affermarlo con una certa sicurezza: è il libro che più ho sottolineato nella mia vita da lettore).

Tutta questa mole di spunti e di materiale su cui mettere le mani, di riflessioni ad ampio raggio, hanno fatto sì che malgrado il libro raggiunga appena le duecento pagine, per riuscirne a terminare la lettura abbia impiegato più di un mese.

Di una certa poesia si può anche tentare un’analisi razionale, dissezionandola parola per parola, sottoponendola a un ogni tipo di indagine. Ma non è certo smontando un orologio che afferriamo il segreto del tempo.

Ciò che ha scritto Trevi in Sogni e favole si è rivelato di una densità tale che per essere assorbito ha necessitato di diverse pause (almeno, questa è la balla che mi sono raccontato).
Ma probabilmente la causa (o la balla) è stata anche un’altra: come quando stai assaporando un nuovo dolce che ti fa scoprire nuovi territori del piacere che credevi di non possedere e allora cerchi di gustarlo con una lentezza quasi esasperante (per gli altri) o più semplicemente quando hai appena iniziato un libro che ti sta regalando sensazioni che non provavi da tempo e allora tenti di centellinarlo, anche solo per non esaurirlo troppo in fretta e cerchi di rigirartelo in bocca il più lentamente possibile per ritardare il momento in cui lo sentirai sciogliersi definitivamente e dovrai fare i conti con l’assenza: ecco, così.

[…] non esiste un’immagine della vita umana e del suo posto nel cosmo più fedele di una giostra, nemmeno le grandi cattedrali gotiche con le loro simmetrie sapienziali possono pareggiare questo emblema rotante, nemmeno le piramidi, l’uomo che ha inventato la prima giostra doveva essere il figlio di un dio, il più illuminato degli illuminati […]

La difficoltà che è sorta subito dopo la fine della lettura è stata:
quali passi dovrò selezionare fra gli innumerevoli sottolineati e appuntati? (Taccuino volant moleskine pocket a righe, color celeste)

[…] finiamo comunque per rimanere soli e sole, quella è la regola, così va la vita, la coperta che ci offre il prossimo è sempre troppo corta, non arriva mai dove in effetti ne avremmo il bisogno. La realtà è che sul più bello non c’è nessuno.

Sarebbe stato come iscrivere a danza o a scuola calcio solo 2 dei tuoi 8 figli.
(E qui l’incertezza iniziale ha fatto di nuovo capolino: ora che ho scritto questo inutile cappello iniziale, potrei far parlare direttamente il libro, no?)

Ma lui era troppo intelligente per ignorare che non è nelle cose che abbiamo portato a termine che sopravviviamo veramente. La natura umana non si rispecchia mai, se non superficialmente, in un prodotto finito[…] ebbene, noi sopravviviamo in tutto quello che non siamo riusciti a fare, nel tempo che non ci è bastato, nei rimpianti, nelle imprese interrotte.

Il libro di Trevi – scrittore che personalmente, e già prima di questo suo ultimo libro, faceva parte del mio gotha dei pochi scrittori italiani viventi che si salvano dal morbo della scrittura industriale – racconta, utilizzando una cifra personalissima, una storia che è l’intrecciarsi nella sua vita di tre figure, tre personalità pesanti e pensanti: Arturo Patten (fotografo americano che ha vissuto a lungo a Roma, e che ha perso la vita in Sicilia); Amelia Rosselli (come minimo la migliore poetessa italiana di tutti i tempi: Chi mai li ha letti i grandi poeti del Novecento, a parte un manipolo di disturbati?); Cesare Garboli (critico letterario: “Per conoscere la felicità in letteratura bisogna essere trasandati, approssimativi, involontari, casuali”), con l’aggiunta di un quarto personaggio, un fantasma che appare e scompare come il servizio elettrico nazionale in un temporale settembrino in Calabria: quello di Metastasio (poeta di corte del Settecento italiano, da cui l’autore prende in prestito un sonetto conosciuto proprio grazie a Garboli, e che diventa appunto il titolo del libro di Trevi).

Volevo tentare un ibrido fra il saggio letterario e la seduta spiritica: due nobili arti passate di moda.

Ci sarebbe anche da dibattere se questo di Trevi sia un romanzo o cos’altro: è un memoir, o forse meglio un’auto-fiction per dirla utilizzando una categoria di gran voga, anche in Italia, negli ultimi anni; è un romanzo (più sì che no, o il contrario?); è un saggio (sì); ha tratti dell’invettiva (memorabile quella nei confronti dell’Alfieri – ma che cazzo ne sai! – che giudica con malcelata sufficienza il Metastasio); è soprattutto tutte e tre i generi (più uno) essendo lo sguardo di Trevi rivolto al passato, agli incontri con questi tre personaggi (più uno), uno sguardo che si fa analisi e critica della prosa di Garboli come dello stile di Patten e della poesia della Rosselli, il tutto mischiato in modo originale e credibile con la propria esperienza di vita, con gli errori e le riflessioni di un uomo ancor prima che di uno scrittore. 

L’importante, mi disse una volta che ero a pranzo da lui (ricordo ancora una maleodorante teglia di cipolle al forno, di cui vantava le virtù terapeutiche) era governare l’ansietà affinché agisse come uno stimolo, e non una paralisi.

Personalmente quando Trevi accenna ai ricordi legati alla Rosselli il mio sistema sentimentale è andato in cortocircuito (Quanto a me, ho sempre aspirato a diventare una scrittrice, una laboriosa scrittrice minore, è quello che vorrei leggere sulla mia targa, e penso volentieri ad Amelia Rosselli come a un grande poeta, al più grande poeta dei suoi tempi), così come quando riesce a toccare i nervi scoperti del proprio passato, di tutta la pila di ricordi elettrici e di esempi di dissipazione (termine caro alla Rosselli), in modo ancora più potente rispetto a quello che fino adesso era stato il suo libro più riuscito (Qualcosa di scritto, ricordo personalissimo di P.P.P. e soprattutto di Laura Betti), e dando linfa a un genere e forse addirittura inventandone uno nuovo, con un impasto personale che emoziona e arricchisce come pochi rari libri.

E poi, comunque vada, è pure vero che del tempo che ci è concesso noi facciamo un solo uso: lo perdiamo, non sappiamo fare altro che perderlo, e tutto il lavoro della nostra coscienza, con i suoi ricordi e le sue falsificazioni, è una minuziosa e disperata ricerca del tempo perso.

Giuseppe Rizza
*(tutti i corsivi sono frasi contenute in Sogni e favole, di Emanuele Trevi)