Recensioni

Un caso insulare.

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Su un aereo da turismo o comunque piuttosto piccolo. Con me c’è P., mio collega di lavoro, altri due o tre amici e amiche. Dobbiamo alzarci in volo per andare su un’isoletta, siamo in qualche oceano, cioè in una qualche località turistica davanti a un oceano. Il problema è che all’orizzonte si profila una tempesta. Tra il pilota e i passeggeri c’è incertezza: andare incontro alle nubi nere o no? Io non avverto molto il pericolo o forse sì, lo avverto, al punto che dico che per me si può anche rinunciare alla gita e restare dove siamo, che è un bel posto. Allora gli altri si sciolgono, P. mi dice che non osavano rinunciare perché io ero venuto apposta, o forse perché io ero l’unico a non conoscere quell’isoletta, o qualcosa del genere. Io allora un po’ li rimprovero: perché si sono vergognati a parlarmi? Potevano dirmi subito che anche loro avevano paura. A quel punto realizzo che correvamo davvero un grosso rischio e mi immagino che sarebbe stato tremendo trovarsi nella tempesta e non avere nemmeno carburante per tornare indietro.
 

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Poi mi trovo davvero su quell’isola. La compagnia è più numerosa e rumorosa. Tiene banco S., un amico. Mi prende in giro come suo solito, anch’io lo prendo in giro. Aria festosa. Come essere in un’isola greca. A un certo punto c’è anche sua moglie, che non è più sua moglie. Sono stati sposati venti anni. Faccio due conti, anche F., la moglie, ha quasi cinquant’anni, eppure la guardo e non ne dimostra forse che la metà, e glielo dico. Sono affascinato, quasi innamorato. Poi devo andare in bagno, devo cacare. Mi fanno vedere il bagno, che è su una specie di soppalco. Ci salgo sopra, non c’è la tazza ma una sedia da bagnino. Quello che però è più imbarazzante è che lì vicino ci sono delle ragazze sedute, come nella veranda di un bar. Io devo spogliarmi, calarmi i pantaloni e farla completamente in vista, e forse anche a tiro di olfatto. Mi sento veramente a disagio, però mi dico anche che se il bagno è lì in bella vista, tutti fanno così, e quindi è normale cacare in pubblico. Poi non so, forse faccio i miei bisogni, poi torno giù dove c’è S. e la sua corte.

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