UN SEMPLICE INVITO

a cura di Alfonso Lentini

Se, come scrive Pasquale Del Giudice proprio nell’introduzione/prefazione a “Lo spettro visibile” di Antonio Francesco Perozzi (Arcipelago Itaca, 2022), l’introduzione non è che una delle “forme di omicidio di un testo”, allora per ucciderlo ulteriormente, non resterebbe che recensirlo.

Solitamente l’intento di prefatori e recensori è infatti di fare uscire l’opera dall’ombra per illuminarla e “spiegarla”, spianando così la strada ai potenziali lettori. Ma, specialmente se si maneggiano oggetti pericolosi come possono esserlo certi libri di poesia, guai a proiettarvi sopra troppa luce, perché voler traghettare con le armi della logica il “taciuto” verso il “dicibile”, può rivelarsi impresa tanto temeraria quanto fuorviante.

Per tenere alla larga questo breve scritto da simili tentazioni, dunque, mi limito a lanciare in punta di piedi qualche segnale, un semplice invito ad accostarsi direttamente alle irrequiete poesie di Antonio F. Perozzi senza alcun intento esegetico, né di svelamento.

E come viatico per il lettore, in coda all’invito, noto che l’intento di questi versi sembra essere di tipo “lucreziano: vorrebbero descrivere, sembra, la “natura delle cose”, di quelle particolari cose che stanno nel segmento dello “spettro visibile”, cioè quella parte della gamma cromatica percepibile dai nostri occhi, escludendo perciò ogni prospettiva di trascendenza. Ma la parola “spettro” che troviamo nel titolo attiene anche al mondo della percezione fantasmatica; di conseguenza, forse, questa parola vorrebbe evocare anche la natura gnoseologicamente friabile, incerta, delle cose percepibili. Così, pur ricalcando la lucreziana mescolanza di linguaggio poetico e linguaggio scientifico, questo libro appare come un vasto inventario materialistico, uno straniante museo di storia naturale costruito dal mutevole punto di osservazione della condizione umana che nella sua parzialità, ma anche nella sua straordinaria complessità, si aggira incerta nel segmento da essa percepito. Per far questo, sembrano dirci i versi di Perozzi, bisogna però allargare le prospettive, comprese le aree espressive, e portare la lingua poetica a toccare la materia, farla viaggiare in mezzo alle cose, senza dimenticare che anch’essa è cosa fra le cose e con le cose cozza, combatte, amoreggia. Tuttavia “sporcare” la scienza con la poesia non significa muoversi in direzione della metafisica. Può semplicemente voler dire che insieme alla scienza, ma con altra morfologia, la poesia dissemina le pagine di inquietudini, moltiplica le domande. E dunque, se la scrittura è una forma complessa di indagine, va assecondato il movimento “poetico” della lingua che, riconoscendo alle cose una priorità ontologica, ad esse si avvicina al punto di sfregarvisi contro, rappresentandole ma anche dis/conoscendole.

Detto questo, non resta che dare la parola alle parole; ed ecco a voi qualche illuminante esempio:

Fondale

Piombo solido. Impari il suono subacqueo.
Muoversi o no è identico dal momento
che non si può, non si può incidere
la melma nera. Ammesso è invece il sospetto
che da qui non si levi niente
più del fiato. Così sei nomade
e insieme sei fondale, dormi
nella conca e fuori.
L’indizio di esserci ancora non sono
altro che ombre di fumi viola.

Deambulazione

la spina dorsale e gli arti fanno l’embolia,
la vertigine per prima vuole altezza,
la fame per prima sbanda. ormai s’è alzato
e non puoi farci niente se vaga scalzo,
lo chiami e morde e muore se perde
la mascella. la veglia è la condizione
della sete, se ha sete deve bere, deve
deambulare: che situazione il corpo in piedi,
un cervello da reggere e che sa la mossa,
il motore del cuore attivo. ora la caccia
vedi che porta lontano da casa, addensa
la febbre della vista del cane che vede
e tiene appena largo il fiato, il petto,
lo spazio tra il deserto e il suo fiato:

Sciami

Dati per certi gli individui rimangono gli sciami
da inventariare – se ci riesci: ma non ci riesci.

Dati per certi gli accadimenti rimangono i flussi
da interpretare – a partire dall’est Europa.

Li volevano spacciati e invece le carcasse
sanno fare dei figli pterigoti.

Ti stanno davanti – vespe – è tuo
l’inganno figurativo – loro il disegno

lo fanno per fame. Così le mosche, le locuste
e altre intelligenze dell’ordine imenottero.

Ctonie

Anche nella realtà esistono
le forze ctonie e la loro
missione biologica: Dio
creò grandi balene perché le terre
temessero. Ancora oggi l’origine
del canto è discussa, ma esistono
buone ragioni per credere
trattarsi di cetacei – femmine –
quando la rotaia stride o il deserto
ribatte l’eco, cetacei
che salgono a riprendersi qualcosa.

Oh, come riesce bene fare finta, negare
che la creatura è un sisma…

Quaderno dei fossili

Adesso sono numeri tutti
gli stadi occorsi a volere
questa presenza, che vive,
è viva, e sputa, e dice
una lingua.
Un quaderno
basta ad annotare le fasi
intermedie e i tentativi valsi
all’assedio dell’alea: quante
le forme fossili tra questa
e un’altra conchiglia – c’è un’aquila,
c’è un condor tra questa
e un’altra conchiglia. C’è un’aquila
sul quaderno insieme a tante
oscillazioni delle specie e dei loro
irripetibili solstizî.
Intanto
quest’assenza che vive,
è viva, e stura, estingue
le trame della serie, ci domanda
lo scacco del dodo, quale posto
occupa nel tempo una vita
che non sa più farsi
carne – occasione che era
e non sa più nascere.

Evento e struttura

Uno sputo da sopra leniva
(l’attimo prima non c’era)
una foglia arsa di Saponaria,
una foglia lanceolata liscia,
una foglia basale – più grande
perciò delle altre – un organo
indispensabile per la pianta,
una struttura in quattro parti –
una guaina, le stipole, il picciolo,
una lamina – una simmetria
bifacciale, le nervature
parallele, un’orgia di stomi,
una fase luce-dipendente,
un’evidenza al tempo,
un’immagine dell’emisfero
boreale, una foglia sola di
Saponaria, una foglia che lì stava.

Mare Ionio

Molto di quello che calpesti viene
dal sale. Resistere qui è credere
alla voce dei minerali – anche se
li incava una sabbia fino ai mille
metri d’acqua, e oltre. Però sono sali
e sciolti reggono le petroliere,
ci strisciano o muoiono sopra
gli esseri degli atlanti, più altri. Questo
sotto il taglio del mare. Perciò grande
parte del potere del sale è incognita.
A fermo monito esiste lo Ionio –
un nome per l’eccesso della vista
e per l’idea della Grecia – maschera
quei sali che non si capiscono.
Cose che guardano al sogno. Il tangibile
è l’odore degli arbusti di polvere
a inizio spiaggia e il salto che fanno im-
provviso i grilli e la modernità.

Sirio

Così vicini a Saturno alcuni cespugli
infestano le notti. In silenzio. Luglio
da un pezzo ha scavato nella sera
qualcosa come un sacrificio o un
allentamento dei gas. E il colore
dell’esosfera è compatto superato
il raccordo che da Roma immette
nell’innocenza. Vecchie case. Distanti galassie
alcune luci arrivano uguale – pianeta
Terra chiama ovunque si registri
una rispondenza astro/argomento o una linea
che smaschera orsi a nord-nord-ovest.
Sirio la grande, sappiamo. Ora che è infranta
ogni barriera tra via Enrico Fermi e il cosmo
scendono al concerto delle piante cataste-
rismi e bulbi stellari: l’hanno presa
in zona l’antimateria per tenerli
tessuti insieme (cani, dragoni, balene,
profumo di oleandro voluto da Vega).

Per nostra relatività

a onde, a onde
abitare la quiete e un lasso
di tempo di accordo di luce
che a onde, a onde
trattiene il tono che piega
il mio corpo a sacche di istanti
e a onde, a onde
smagare la patina satura e te
che parli in cento pause d’atomi
e a onde, a onde
ti vacui

Antonio Francesco Perozzi, “Lo spettro visibile” (introduzione di Pasquale Pietro del Giudice, Arcipelago Itaca, 2022)

 

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