Luisa Pianzola

La rendicontista terrena

*
le persone perdono fisicità
ridiventano anime, idee prenatali.
Le anime agiscono con difficoltà
non aspirano a rimanere, dopo.
Sono già, dopo.
Dopo il decesso del corpo l’anima continua
il suo lavoro di rendicontista terrena.
Il corpo aspirava a qualcosa di più carnale,
ma l’anima ha avuto il sopravvento.

*
senza indulgenze, ferito per disgrazia
fissi i passanti poi ti ritiri verso il muro.
Svariati interessi del tutto umani, inutili.
Gli stolti e i fanciulli ridono.
Tu, crudele senza gaiezza, per necessità
nel circuito e nel legame.
I tuoi genitori non ti rivogliono
ti è totalmente indifferente.
Gli occhi lattiginosi per guarire,
forse non guarirai.
Ti è indifferente.
Sotto, la verità.
Più sotto, la verità.

*
nelle architetture delle città
gli appartamenti contengono uno schermo
al plasma e un piano cottura.
Per le relazioni c’è un bosco con migliaia
di posti a sedere, per ciascuno uno scoiattolo
smarrito. Il poststarnuto di famiglie invecchiate
ripiega il fazzoletto.
I nuovi consessi luminosi sono privi di parole,
ma numerosi impulsi li guardano sfavillare.

*
la consapevolezza è un giardino senza
cancelli dove ti capita di entrare, anche di notte.
Nel buio il piede calpesta un prato soffice.
Sai all’improvviso. Senti un latrato,
ti fermi. Riprendi il cammino, ti ritroverai la mattina
dopo accanto a un rovo cresciuto in fretta,
tu senza aiuti né attrezzature, unico reperto
uno spuntino per il pranzo.

*
tento di essere fedele al carma, biascico
parole nella mascherina imbevuta d’alcol
che così uccide me e il mio vicino distanziato.
Che m’importa della posizione da tenere,
tocco il respiro sto con le braccia a petto nudo,
ma tra noi senza filtri, con tutti i nostri possessivi
procediamo ingialliti, governati male.

*
ma perché a un certo punto della vita
c’è sempre qualcuno che sente la necessità
di infilarti qualcosa nel corpo, cioè, anche tu
ne senti la necessità, spesso, ma che cos’è questo
penetrare le carni di un altro, entrare nelle sue fenditure
e lì pretendere ristoro, occupazione
di piacere senza caparre né prenotazioni.

*
per esempio adesso c’è questa vita qui da vivere,
c’è questa vita. Andando avanti e indietro
come su una strada, come nei corpi da penetrare.
Ti sembra di riuscire a stupirti ancora e invece
è sempre la stessa biologia scritta e riscritta
a penna, proprio a mano tanto tempo fa.
Alla fine non risulta costruito quasi niente.

*
ho combattuto con le armi di un infante
talentuoso. E il nemico, l’avversario bellicoso
non mi risponde più. Non risponde.
Non mi riconosce.
Mi ha nutrito un tempo e mi ha fatto scappare via
a due passi da casa.
È stato richiesto a noi sbandate figlie
di cercare qualche cucciolo per rimediare,
ho scavato gesso, bucato terre e acqua
per tornare e imporre il mio, di canto.
Una pietrificata sonatina in re minore.
Ma l’avversario se n’è andato. Ha lasciato cadere
la sciabola e ha fatto dietrofront, è tornato
dalla madre giovanissima. La cantilena di questo nemico
si chiama scomparsa, una canzoncina triste per malati.
Il prete si è espresso favorevolmente – un passo
avanti agli altri e un coro perosiano,
per mettere i precedenti a dimora.
Accudimento passò, venne l’età adulta.
La tua è ancora viva,
piegata, che sorpresa.

*
le imposte sono state aperte e richiuse.
I giochi dei bimbi hanno portato gioia
e qualche momento di riflessione.
Poi più nulla.
Le tue mani si sono spalancate
per salvare un insetto. Un insetto ha permesso
a tutti noi di interrogarci su questo sistema:
bruciate, amici, i dettagli privati, un litro di sangue
vale più dei vostri ritratti, per questo scoloriamo
con acquaragia le figure.
Non ricordo il nome delle bambine radici
di un’infanzia, Lorena sui pattini a rotelle adesso
sei venuta tu ad aiutarmi, Lorena buio e sole delle serate
abruzzesi, salutami ancora una volta senza
riconoscermi, donami un discorso a pieni gesti.
E figli che non hanno mai pianto.
Rido a mio modo.
Sorrido a mio modo.

*
regalaci un nome buono,
un’immagine da conservare.
Abbiamo perso tutti gli occhi
e vediamo solo con fronti inadeguate,
labbra che non mordono.
Camminiamo in riserva: ecco, qui si è squarciato
il recinto e siamo caduti tutti in una fossa.
Raffreschiamo le nostre giornate
con oblio puro.

*
purtroppo è accaduto, la mattina presto.
Pur di liberarsi di te. Le donne che gli uomini
odiano fanno il loro dovere, ma non basta.
Le vite turbate sono lì. Una vecchiaia dolorosa
e oltraggiata, la giovinezza in un pugno di cenere,
di persone sospettose del tuo bel vestito.
Un vestito per uscire di notte.
Con le bambine nel letto troverai il riposo, più avanti.
Margherita leggerà la lettera fino in fondo, fino alla spudoratezza
mentre le moltitudini diranno «doveva finire così».
Lei completerà gli studi a Venezia,
per non assecondare i desideri del padre.
Altre figlie si nutriranno di professioni poetiche,
che soddisfano i sogni dei predecessori.
 

Nota biografica: 

Luisa Pianzola (Tortona 1960) è poeta, editor e giornalista. Dopo studi di pittura e architettura si è laureata in storia dell’arte contemporanea. Ha pubblicato i libri di poesia Il punto di vista della cassiera (LietoColle-Pordenonelegge 2020, collana Gialla Oro), Una specie di abisso portatile (La Vita Felice 2015), Il ragazzo donna (La Vita Felice 2012), Salva la notte (La Vita Felice 2010), La scena era questa (LietoColle 2006), Corpo di G. (LietoColle 2003), Sul Caramba (Sapiens 1992) e le plaquettes In un paese straniero a volte ospitale (Fiori di Torchio 2013), Miniserie (Accademia di Brera 2013). Suoi testi sono usciti su riviste e antologie. Redattrice de “La Mosca di Milano” e cofondatrice dell’agenzia di scrittura creativa Fattidistorie, ha curato per LietoColle il progetto Serre di Poesia. Su di lei hanno scritto, tra gli altri, Mario Santagostini, Giampiero Neri, Piera Mattei, Maurizio Cucchi, Angelo Lumelli, Piero Marelli, Stefano Guglielmin, Gabriela Fantato, Stefano Raimondi. Sito internet www.luisapianzola.com.