Nora, prendi la via lunga, la complanare, evita di arrivare al piano strada. Infila la porta, la porta più stretta, la porta dietro la schiena, quella che ancora non vedi, gìrati, vai a ritroso, avanti: fuori. Alza le gambe e procedi. Le spalle-spillo. Le belle ciglia. I follicoli, i polacchini, la tote bag. Nora, se lui ti inverna gli occhi con quel commento alto, ogni giorno uno diverso, più perverso, finto-leggero come il verderame, boria a effetto, un riscontro falso-sincero (ma lascia perdere questa cosa, ti sei impuntata, non è così che si fa, tu non sai trattare la soda caustica) (la senti la voce che casca dal suo livore alla tua frangetta, l’orecchio appuntito a lama io-so) odiosamente ristretto, problemi di contenimento, uno nelle braghe l’altro nelle labbra: strizzalo via il veleno, appendilo al suo balcone veneto e prendi la porta sul retro, poi sali sulla complanare, non la devi mai incrociare la sua strada, mai tornare sotto, àlzati, orbita, gira attorno a te stessa, muoviti ancora sfarfallando gli obliqui raggi dell’ombra, lontano dalla portata del suo retino (con attitudine pedagogica, fendendo campanule) (ti vuole al tuo posto) e poi del chiodo (nella tote Frau).

Nora, tu dicevi qui è umido, dicevi guarda le dita d’acqua in risalita sui muri, le vene varicose nel cemento, nei bronchi verdi, aveva allestito lui il loculo (hai mai visto un piccione che fa il nido?) mai pronto, mikado di impianti, ma tu glielo dicevi, Nora, che non bastava a reggere la coibentazione fra voi due, non sei capace, avrebbe detto lui a te, ma tu a lui zitta, non potevi rovesciargli addosso il bricolage bric-à-brac, le brecce di pareti in ombra, ti stava smontando, asse dopo asse, dal suo angolo cieco, un angolo ottuso, non sentiva proprio: da quanto era sordo di orecchi, Nora, da quanto urlavi nel tuo spazio invaso dai suoi alambicchi?, i gemiti diluiti nell’umido dei muri mentre tiravi su col naso di nascosto, dai capillari di amarezza (ma zitta) le lacrime dentro alle tue ossa guaste, non potevi che ammalarti nel verde della gola, o resistere per poi un giorno, all’ora del tè, deriderlo forte con la tua amica, infilzando alle spalle una battuta pungente, tanto è sordo, non può sentirti dal suo buco chiodato, mentre rimesta per cercare il martello, invece (era marzo) sei morta.

Nora, ammiravi le femmine di orca, quale grande cerchio chiudevano attorno alla partoriente, neanche gli sciamani arrivano a quel grado di contatto fra abisso e respiro, in piedi guardavi custodire lo spalancamento di diciotto mesi, guai a chi si avvicina al rito della vita, Nora, tanto è durata la gestazione del tuo male, non ti sedevi mai, stupendo per le forme intelligenti non-umane, di sasso per la grazia delle bestie, mentre nel bilocale accanto una madre sola contava stille di chiodi confluite in bolletta, ma come fai?, le chiedevi Nora, e lei alzava le squame, pareva un pesce angelo sul fondale, ancorato a un relitto, dal cortile arrivava la televisione al piano di sotto, diceva che nessuno voleva figli, invernava in occidente, tutti imbianchiti e favoleggiati nei palinsesti, tu non ne avevi, ma d’istinto hai fatto cerchio, hai cominciato a prenderti quel figlio due pomeriggi a settimana, il pesce angelo non protestava e non ringraziava, era tutta vescica natatoria nelle onde, le onde basse e fonde, in quell’inverno triste, l’ultimo.

Dal diario di Nora
automata nella stanza, unheimlich, sistemo in un cassetto la mia bambola, uncanny nel suo rosa confetto, un lieve odore di spettro, la vergine Connie là in mezzo, innocua fra le nude barbie, lei guarda senza battere ciglio, resta nel buio del legno, aspetta cent’anni dormendo, fra roridi rovi o ruvide torri, come neve nel secchio, le mani giunte a forbici, taglierà le punte nel giorno promesso, aprirà gli occhi meccanici al mogano velluto, tagliuzzando i lembi per noia – è venuto il momento, solleva la gonna, lunghissima a pieghe e ricami, tocca a lei mostrarsi, apriti Connie, apriti, e i piedi, i piedi, oh i piedi mozzati.

Nota biografica:

Cinzia Colazzo, nata nel ‘76, laureata in filosofia e musica, è vissuta in Salento, Liguria, Toscana e per 15 anni a Berlino. Ha tre figli. Sue poesie sono apparse su minima&moralia, Versopolis, Avamposto di poesia, Versante Ripido e Bottega Portosepolto. Ha pubblicato le sillogi Il mare brucia (Pequod, 2023) e Luce al neon (Vita Activa Nuova, 2024, Premio Rilke). Nel 2024 è risultata finalista ai Premi letterari Arcipelago Itaca, Poesia del Mezzogiorno e Poesia di Strada; nel 2025 è stata finalista nella selezione di Bologna in Lettere, mentre la sua silloge breve 10 grammi di soda caustica è stata selezionata per il Premio editoriale di Arcipelago Itaca. Ancora nel 2025 è stata invitata a Bologna da RicercaBO, Dialoghi e Officina Roversi, a Lecce da Letture Prossime e a Berlino dalla Haus für Poesie. Nel 2026 sue poesie inedite sono state selezionate dai premi Fornace Caravaggio e Ossi di seppia. In primavera è in uscita con Marco Saya l’ultima raccolta, How to Paint a Poem.

Foto di Adriana Tasin

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