Approfondimenti
Storia di Anna che divenne un pesce I (Isabella Capurso)
Il canto che tu insegni non è brama,
non è speranza che conduci a segno.
Cantare è per te esistere. Un impegno
facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
Rainer Maria Rilke da Sonetti a Orfeo, I, 3.
Capitolo I
Una telefonata
Aliciiii… Calamaretti, calamaretti, aliciiii. Sono vive! Guardate, signò, guardate l’argento!
La mano del pescivendolo, grossa e deformata dai calli, si calò senza indugio in una vasca di alici per riemergerne poi, repentina, esibendo sul palmo la scintillante merce. Elisa dovette scansare per evitarla, mentre le si parava davanti.
‘Guardate signò, guardate l’argento! Sono vive!’
Ripeté l’uomo nello sfoderare un sorriso sfacciato che, subito, nell’imminenza in cui era sorto, si tramutò in una smorfia obliqua.
‘Vongole, cozze!’ gridò ributtando le alici nella vasca. La pantomima continuava.
Elisa lo superò con naturalezza, corrugando le sopracciglia a causa del fracasso e della calca che il mercato attraeva nel pieno della mattinata. L’occhio le cadde su una vaschetta di granchi blu, che languivano coi corpi azzurri e arancioni buttati alla rinfusa. Poi, le sue scarpe da passeggio oltrepassarono le pozzanghere di umori e ghiaccio disciolto che si era formato nei pressi della bancarella, e proseguirono a intermittenza in un accalcarsi di sporte e carrellini. Anche lei ne portava uno: un carrelletto a due ruote in cui riporre la spesa. Si era decisa ad acquistarlo da che aveva traslocato più in là nel quartiere.
‘Carciofi regalati!’
Vociava un maghrebino.
‘Regalati, signore, regalati. Vuoi un carciofo, bella? Te lo regalo!’
Sotto le bancarelle dell’ortofrutta, giacevano i cascami dei kiwi e delle arance schiacciate, e le foglie esterne delle verze e dei cavoli. Alcuni verdurai esponevano la propria merce come gioielli; ordinatamente riposta in cassette ben distanziate tra loro, coi cartellini dei prezzi ritagliati in cartoncini colorati e plastificati. Vendevano primizie e altra roba fuori stagione, e poi le verdure più ricercate come i cavolfiori gialli, viola e i verdi, con le loro superfici geometriche di concrezioni puntute e regolari. Elisa era una donna energica e curiosa, e tutti quei colori le infondevano un piacere caldo e rassicurante. C’è vita. Sembravano dirle.
Il suo telefono squillava già da un po’. Dapprima non lo aveva sentito, poi aveva deciso di non rispondere.
Richiameranno. Si era detta.
Aveva da acquistare le carote e le cipolle per un ragù. Il nipote, figlio di suo fratello, sarebbe passato per Milano l’indomani. Elisa non aveva figli per via di una serie sfortunata di coincidenze che avevano interessato la sua relazione in età fertile. Altre occasioni non s’erano ripresentate e, tutto sommato, oramai se n’era fatta una ragione. Ad ogni modo, quel nipote era un baluardo di forza e bellezza giovanile, ed Elisa teneva a quel ragù come a una piccola rivincita sul destino.
Quando si fu convinta che il telefono avesse smesso di squillare, le vibrazioni tornarono a farsi sentire dall’interno della borsetta. Evidentemente, chi chiamava voleva essere ascoltato subito. Elisa sbuffò, trascinò il carrello fuori dalla scia di persone che si muovevano tra le bancarelle e, una volta fattasi da parte, tirò fuori il telefono. Tutto quell’affaccendarsi le aveva procurato un gran caldo, nonostante il gelo dell’aria. Si allentò la sciarpa prima di leggere che aveva quattro chiamate perse da parte di
Anna.
Strano.
Pensò.Anna non era un’amica insistente.
Il telefono smise di squillare ed Elisa, dopo essersi scostata il berretto di finta pelliccia da un orecchio, richiamò.
‘Anna!’
Esclamò con un po’ di apprensione.
‘Ciao Elisa, ti prego scusami se ho insistito, ma sto impazzendo.’
Il tono di voce all’altro capo del telefono le arrivò in uno stato di eccitazione tale da sorprenderla.
Anche nei momenti più faticosi della sua vita -momenti di cui Elisa era stata testimone- la sua Annaaveva sempre conservato una certa pacatezza di portamento.
Immediatamente la sua mente andò alle gemelle.
Sarà successo qualcosa alle gemelle?
Si chiese, tremando alla sola idea che a una delle due ragazze potesse essere accaduto qualcosa.
‘Cos’è mai successo?’
Fece, ostentando un tono fermo, come a dire qualsiasi cosa sia, ci sarà una soluzione.
‘Non lo so…’
Elisa provò sollievo: la risposta della sua amica sembrava sgombrare il campo da incidenti. Pensò a una crisi di panico o qualche turbamento esistenziale. In effetti, niente da trattare con così tanta urgenza, ma Anna non era del tutto nuova a certe intime fragilità. Inoltre, viaggiava sui cinquanta: le gemelle vivevano fuori di casa ormai da un anno, l’ex marito aveva da poco avuto una figlia da una compagna molto più giovane. Poteva essere un momento delicato.
‘Beh, cerchiamo di saperlo!’
Disse Elisa quasi ridendo.
I suoi occhi caddero in quel momento su una donna velata che urtava inavvertitamente la cassetta di arance di una bancarella. Un frutto cadde a terra e venne pestato dalle ruote di un carrello. In breve, l’arancia fu completamente maciullata dai passanti, fino a scomparire alla vista. Elisa si ritrovò a pensare: attenzione! Attenzione a non calpestarla! Curiosamente, invero, poiché in quel momento erano per Anna le sue più sincere attenzioni.
Che peccato.
‘Elisa, ci sei ancora?’
‘Sì sì. Spiegami meglio.’
‘E’ il mio corpo.’
‘Il tuo corpo? Che cosa?’
‘Il mio corpo sta cambiando. Però non sta cambiando in un modo normale. Mi sono successe delle cose strane.’
Nella mente di Elisa si affacciò l’orizzonte della malattia. Per telefonarle quattro volte di fila, Anna doveva avere ricevuto qualche cattiva diagnosi. Magari quei linfonodi, già trattati in passato, erano degenerati.
‘Per esempio?’
‘La mia pelle. La mia pelle è diventata… Stranamente liscia. È liscissima e pallida.’
‘Mmh, pallida tipo gialla?’
Gli occhi di Elisa erano rimasti puntati sulla frutta calpestata. Si premette il berretto sull’orecchio libero: il vociare di sottofondo era piuttosto forte.
‘No, pallida tipo bianca. È come se fosse bianca… Bianca metallizzata.’
‘Ma… su tutto il corpo?’
Aliciiii! Sono vive! D’argento, d’argento!
‘Anna, dammi un minuto che ti richiamo.’
Elisa ripose stizzita il telefono nella borsa, si ricalcò il berretto sulla fronte, tirò su le sporte da terra e attraversò la strada per infilarsi in un bar. Entrò, ordinò un caffè, fece poi segno ai proprietari che si sarebbe seduta a un tavolino.
Il bar era un desolato antro di due stanze. Una ragazza cinese stava passando un panno sul bancone, mentre un ragazzo, anch’esso asiatico, serviva sigarette e gratta e vinci a un vecchio signore con una sdrucita coppola in testa. Una tenda fucsia separava la prima stanza da quella che doveva essere la sala delle videolottery, da cui fuoriusciva un denso fumo di sigaretta.
Elisa si sedette a un tavolino appiccicaticcio, di fronte al bancone, e richiamò.
Anna rispose subito.
‘Eccoci. Mi stavi dicendo: questo problema della pelle, dico, è su tutto il corpo?’
‘Quasi, oramai… Ma è stato progressivo. Pensa che all’inizio ero contenta, pensavo fosse la crema antietà. Che ne so: prima la faccia e il petto, poi la schiena… Sono stata dal dermatologo due volte. La prima volta mi ha detto che era solo un po’ di pallore da stanchezza, poi ha sospettato un principio di vitiligine.’
‘E infatti!’
Intervenne prontamente Elisa.
‘Stavo proprio pensando a quella.’
‘Però è strana… Non è convinto neanche lui della diagnosi. Poi, questa mattina, mi sono rivista: sta prendendo anche le gambe. Non sono chiazze, eh! È… è una cosa che progredisce in maniera uniforme. Piano piano il colore… Il mio colore di prima sta sfumando in questa bianchezza… Non è un pallore, è proprio che sto cambiando colore… Non lo so, Elisa. Stamattina mi è salito il panico. Lo so che sembra una scemenza, ma se mi vedessi saresti impressionata. Il mio corpo sta diventando bianco metallizzato!’
Elisa era incerta, ma non aveva dubbi sul fatto che la sua amica fosse lucida.
‘Ho fatto delle ricerche su internet’
Proseguì Anna.
‘No, ti prego.’
Rispose l’amica con decisione.
‘Se guardi su internet ti spaventi e basta. Quando ti ha visto il dermatologo per l’ultima volta?’
‘Martedì.’
‘Ok, oggi è sabato. Contattalo con urgenza, digli di riceverti lunedì. Hai dolore?’
‘No.’
Disse Anna dopo un attimo di esitazione.
‘Non ho nulla a parte questo.’
‘Mh, beh, bene… Senti, e che altro potrebbe essere? Hai trovato qualcosa?’
‘Non lo so. Anche il tumore alla pelle, se uno volesse pensar male, non si manifesta così.’
‘Certo, infatti.’
Annuii l’amica prontamente. La pista dei linfonodi sembrava definitivamente accantonata.
‘E, invece, problemi alimentari? Ti ricordi quando mi sono venute le piante del piede gialle e poi era la curcuma?’
‘Non so, non ho trovato niente di specifico, ma è chiaro che qualcosa sta succedendo. Magari una forma di… Di fotosensibilità! Dovresti vedermi.’
‘Mandami una foto.’
‘Ho provato ma non rende. Questa luce che ho in casa non aiuta a capire. Sembra solo una foto venuta male: vengo fuori semplicemente pallida… No, bisognerebbe che mi vedessi dal vivo.’
Elisa si era definitivamente tranquillizzata. Pensava che Anna si fosse spaventata per qualcosa che, a breve, sarebbe stato spiegato. La mente ritornò per un momento alle carote e alle cipolle.
‘Senti: vuoi che passi da te oggi pomeriggio?’
Chiese timidamente. Non ne aveva grande voglia, cionondimeno sarebbe andata dalla sua amica piena di buone intenzioni, se quella le avesse dato a intendere che lo desiderava.
Il caffè fu servito. Elisa ringraziò con lo sguardo la giovane donna.
Non era male.
Pensò, mentre si ripuliva le labbra dall’aroma.
Anche Anna, all’altro capo del telefono, sembrava un po’ più tranquilla.
‘No, grazie Elisa. Oggi poi neanche posso, devo chiudere un lavoro. Ho perso un sacco di tempo negli ultimi giorni, questa cosa mi ha completamente distratta. Cerco di calmarmi e risento il dermatologo.’
‘Ma guarda che, se hai bisogno, passo.’
‘No no. Non vale la pena, sto già meglio. Grazie. Forse sono un po’ esaurita, anche se…’
Da che si trovava seduta sulla tazza del WC, allungò il collo a rivedersi nello specchio del bagno e, nuovamente, si stupì che quell’immagine iridescente fosse un riflesso di lei.
‘Anche se è strano…’
‘Quando torno a casa provo a fare qualche ricerca anche io, ok? Magari sento il Franco che lui sa sempre tutto. Ok? Ci sentiamo stasera. Ti chiamo dopo… Ah, e non ti dimenticare di mandarmi una foto! Non preoccuparti se non è perfetta: la mando al Franco, che lui sa sempre tutto.’
Di lì a breve, Elisa si rituffava serenamente tra gli strilli dei verdurai, nel gelo invernale di una giornata qualunque, nel mercato di via Benedetto Marcello.
In quello stesso momento, Franco era in coda al gate A09 dell’aeroporto di Malpensa, pronto a imbarcarsi per Adelaide, dove avrebbe trascorso qualche giorno con il figlio. Le foto di Anna le avrebbe viste solo un mese più tardi, dopo aver riattivato la scheda telefonica italiana, e ne sarebbe rimasto colpito. Ma, ormai, intempestivamente, giacché ad Anna la sua opinione non sarebbe servita più.
continua […]
1 Traduzione di Giaime Pintor.
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