NTERVISTA A DAVIDE URIA – Tra tagli, musei, silenzi e ritorni poetici
In occasione dell’uscita in formato ebook del suo fortunato libro “Lucio Fontana spiegato a mia nonna – perché i tagli sono opere d’arte” e dopo la pubblicazione di “Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea”, abbiamo incontrato Davide Uria per parlare di arte, scrittura, memoria e nuovi progetti.
1. Dal 1° agosto il tuo libro “Lucio Fontana spiegato a mia nonna” sarà disponibile anche in formato ebook. Cosa significa per te questo passaggio al digitale?
Per me è un’apertura. Sono sempre stato legato alla carta, al suono delle pagine, ai gesti lenti della lettura tradizionale. Ma ho capito che ciò che conta è il contenuto, il modo in cui le parole arrivano. L’ebook è un modo per permettere al libro di viaggiare ancora di più, di entrare in nuove case, magari in treno o su una spiaggia. È un piccolo atto di fiducia nei confronti del presente, della possibilità che la bellezza si muova anche in bit e schermi. Non rinnego la carta, ma abbraccio il viaggio.
2. Questo libro nasce nel 2013, con la tua tesi di laurea. Come si è trasformato da allora?
È nato come un seme, fragile ma ostinato. All’epoca cercavo di dare forma a una domanda: perché certe opere ci turbano o ci fanno arrabbiare? Perché un taglio su una tela è un’opera d’arte? Da lì è iniziata una ricerca che ha coinvolto letture, musei, dialoghi, ma anche il tempo lento della comprensione. Il libro è cambiato con me. Si è alleggerito, ha imparato a sorridere. E ha capito che per parlare d’arte bisogna smettere di volerla spiegare troppo. Bisogna ascoltarla, e poi raccontarla con umiltà.
3. L’esperienza all’Università della Terza Età ha avuto un ruolo importante. In che modo?
Insegnare lì ha ribaltato tutto. Perché in realtà non stavo insegnando: stavo imparando a raccontare. Parlare d’arte con chi ha una vita piena di memorie alle spalle significa prima di tutto ascoltare. Ho imparato a usare parole semplici, ma non semplicistiche. A non dare nulla per scontato. A cercare il punto d’incontro tra linguaggio e esperienza. Quelle aule mi hanno ricordato che la conoscenza non è mai verticale. È una danza orizzontale fatta di rispetto, curiosità e stupore condiviso.
4. Nel 2024 Artribune ha segnalato il libro. Che effetto ti ha fatto?
È stato un momento silenzioso e luminoso. Come quando qualcuno ti guarda davvero, per un istante. Artribune ha dato legittimità a un progetto nato fuori dai circuiti tradizionali, senza una casa editrice, senza spinte. Per me è stato un riconoscimento del valore della perseveranza, del lavoro invisibile. Non ho mai scritto pensando a un premio o a una recensione. Ma sapere che qualcuno ha ascoltato il libro, e gli ha dato voce, è stato profondamente toccante.
5. “Lucio Fontana spiegato a mia nonna” è un libro autoprodotto. Perché questa scelta?
Perché sentivo il bisogno di prendermi cura del progetto in ogni suo dettaglio. Volevo che fosse mio in senso pieno: la copertina, l’impaginazione, ogni parola. Non è stato facile, ma è stato necessario. L’autoproduzione è un atto di responsabilità e di libertà. È anche un gesto affettivo: come costruire una casa con le proprie mani, sapendo che avrà difetti, ma anche una forma d’anima in più.
6. A maggio 2025 è uscito anche “Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea”. Ci racconti com’è nato questo nuovo libro?
È nato dal desiderio di accompagnare chi si sente perso di fronte all’arte contemporanea. Tutti noi, almeno una volta, siamo entrati in un museo e ci siamo sentiti spaesati, disarmati. Questo libro è una mappa immaginaria, un manuale ironico per attraversare dieci stanze simboliche, ciascuna dedicata a un artista. Marina Abramović, Yayoi Kusama, Damien Hirst… ma anche noi, con il nostro sguardo smarrito e curioso. È un invito a non prendersi troppo sul serio, ma a prendere sul serio il nostro diritto a emozionarci.
7. C’è ironia nel titolo, ma anche un forte intento divulgativo. È così?
Sì. L’ironia non serve a sminuire, ma a creare una soglia. È un sorriso che invita ad entrare. Non voglio spiegare l’arte, voglio farle spazio. Voglio che chi legge si senta accolto, non giudicato. L’arte contemporanea può sembrare criptica, ma spesso parla direttamente al nostro tempo. Basta trovare la chiave giusta, o avere il coraggio di bussare. Questo libro è un tentativo di bussare insieme.
8. Sei stato cultore della materia in pittura, hai curato mostre e lavorato nell’ufficio stampa del Mart. Quanto conta tutto questo nella tua scrittura?
Conta moltissimo, anche se in modo sotterraneo. Curare una mostra significa capire come le opere dialogano nello spazio, come raccontano una visione. Lavorare in un museo come il Mart mi ha insegnato che l’arte non è solo nei libri: è negli allestimenti, nelle persone, nelle conferenze stampa, nei silenzi dei visitatori. La scrittura nasce da lì: da quell’incrocio tra visione e parola, tra ciò che vediamo e ciò che possiamo restituire agli altri.
9. Che rapporto hai con il tempo nella scrittura?
Il tempo per me non è mai lineare. Quando scrivo, è come se tornassi in luoghi che non ho mai visitato davvero. C’è un tempo della riflessione, uno della riscrittura, uno dello smarrimento. Ma soprattutto c’è un tempo dell’ascolto: quello in cui le parole arrivano da sole, se smetti di forzarle. Scrivere è un modo per abitare il tempo in maniera diversa, più lenta, più consapevole. È come camminare in un bosco senza sentieri. A volte ci si perde, ma proprio lì nasce qualcosa.
10. Usi spesso la parola “cura” parlando dei tuoi libri. Che cosa significa per te?
Cura è attenzione. È delicatezza. È responsabilità verso chi legge. Quando scrivo, cerco di non dimenticare che le parole possono ferire o accogliere. Che un lettore si affida, anche solo per poche pagine. La cura è anche verso il testo: lasciarlo respirare, non affrettarlo. E poi, più profondamente, è un modo per guarire: se stessi, forse. O almeno per capire meglio le proprie ferite.
11. Dopo Trame d’assenza, rielaborato in Non mi vedi, Panacea, Al di là dell’abisso (con Mariateresa Quercia) e Oltre tempo, stai tornando alla poesia. Confermi?
Sì, confermo… ma non voglio svelare molto. La poesia è una forma che richiede silenzio. Ci sto tornando con passi cauti, come si torna in una casa che si ama e che non si abita da tempo. Sto scrivendo, ma non ho fretta. Ogni poesia ha il suo tempo, e il mio è ancora un tempo di attesa. Ma sì, ci sto tornando. Con nuove domande e con la stessa urgenza.
12. Come scegli gli artisti di cui scrivi nei tuoi saggi?
Non li scelgo, mi scelgono. Davvero. A volte un’opera mi ferma, mi interroga, mi toglie il fiato. Altre volte mi provoca, mi mette a disagio. È da lì che nasce il bisogno di scrivere: da un’inquietudine. Non mi interessano gli artisti “facili” o quelli più celebri. Mi interessano quelli che aprono varchi, che creano ferite. Scrivo di loro per capirmi, per capire il mondo, per cercare un senso nel caos.
13. A chi dedichi questi libri?
A chi ha paura di non capire. A chi si sente inadeguato davanti all’arte, e invece è già dentro il mistero senza saperlo. A chi guarda con occhi aperti e cuore sincero. E a chi mi ha ascoltato, anche solo una volta. Perché ogni parola nasce da un dialogo, anche silenzioso.
14. C’è una parola che per te tiene insieme tutto questo percorso?
Direi “ascolto”. Ascolto dell’arte, delle persone, del tempo. Anche quando non capiamo qualcosa, possiamo ascoltarla. E in quell’ascolto, forse, nasce una nuova comprensione. Tutto quello che ho fatto – libri, mostre, lezioni – nasce da lì: dalla volontà di mettersi in ascolto, senza fretta e senza difese.
15. Prossimi progetti?
Sto lavorando su più fronti, con il solito disordine creativo. Un nuovo libro d’arte? Forse. Una raccolta poetica? Anche. Ma non voglio dire troppo. Lascio che i progetti crescano al buio, come i semi. Quando saranno pronti, parleranno da soli.
Utenti on-line
Ci sono attualmente 5 Users Online