Approfondimenti

DIARIO DAL BELICE Vol.3 (Giuseppe Rizza)

[continua...]                                                                                                                      

                                                                                                                E dormire nei letti dei fiumi ad agosto
                                                                                                                (Colapesce-Dimartino, L’ultimo giorno)

                                                                                VOL.3
                                                                         Da G.V. a G.N.

Quando lasciamo il Cretto, e il navigatore ci indica che la prossima tappa, il Museo di Arte Contemporanea della nuova Gibellina, è lontano venti minuti, inizio a chiedermi perché è stato deciso di costruire un nuovo paese, la cosiddetta new town, a una distanza così grande.

La risposta me la darà, giorni dopo, la visione del documentario Belice ’68 - Terre in moto , del regista Salvo Cuccia.
Il concetto di new town è già abbastanza discutibile, ci si chiede perché non ricostruire, perché non riparare, invece che costruire dal nuovo.
I soldi spesi per la costruzione di un nuovo agglomerato urbano in questo territorio hanno superato quelli che potevano essere spesi per ricostruire da ciò che in piedi era rimasto.
Trovo una risposta parziale nella volontà da parte della classe politica di creare consensi; meglio sostenere Abbiamo costruito invece di Abbiamo ricostruito; è più semplice e icastico mostrare a favore di telecamere le nuove case - nel Belice in realtà le nuove baracche, che portarono al sorgere di vere e proprie baraccopoli (ancora nel ’76 erano 47 mila le persone che abitavano nelle baracche costruite sulla valle del Belice) – piuttosto che mostrare lavori di ricostruzione delle abitazioni già esistenti.
Questo dilemma sarà ben più evidente quando nel primo pomeriggio visiteremo la vicina Poggioreale.

Durante la strada per Gibellina nuova incontriamo per qualche secondo un piccolo cimitero.
Ci passiamo davanti e vedendolo da fuori siamo sicuri che sia quello della nuova Gibellina.
A Gibellina, in quella notte del 14 gennaio 1968, era domenica, si votava, e fuori c’era la neve.
C’era stata già, qualche ora prima, una scossa avvertita dalla popolazione, che era scesa per le strade, ma causa appunto le avverse condizioni climatiche era tornata nelle proprie abitazioni.
Dopo il terremoto la popolazione della valle del Belice sarà sistemata in tendopoli e poi baraccopoli, e, lo ripeto ancora, solo nel 2006 furono abbattute – per la presenza di amianto fra i materiali di cui esse erano composte – le ultime strutture. Quasi superfluo sostenere come si potesse vivere in inverno e come d’estate all’interno di costruzioni simili, così come altrettanto superflua sarebbe la retorica di condanna nei confronti di uno Stato fin troppo assente, un’assenza perpetuata nei decenni, e di cui rimangono tuttora evidenti le tracce.
Cerco di sdrammatizzare quando incontro le indicazioni stradali, che abbiamo ritrovato già durante la mattinata, per Salaparuta, un altro centro colpito dal sisma, e ogni volta che mi imbatto su quella scritta mi ripeto una strofa storpiata di un motivetto della Disney che faccio iniziare nella mia mente proprio con quella parola.
Fra le varie indicazioni troviamo anche Vita, altro paese del Belice, e l’accostamento è fin troppo facile.

Appena entrati nella nuova Gibellina, sono colpito da una sensazione di straniamento.
Dove siamo arrivati?
Se non fosse per i campi intorno, riconoscibilissimi per decine di chilometri, si direbbe che siamo incorsi in una realtà parallela, come risucchiati in una dimensione diversa.
Poche le tracce umane, ma è pur sempre una domenica di agosto.
Sembra tutto slegato, tenuto insieme sempre e solo dalle conseguenze del terremoto.
Decidiamo comunque di non girare il paese nuovo prima di non aver visitato il MAC, il Museo Civico di Arte Contemporanea, ormai intitolato, da qualche anno, alla memoria di Ludovico Corrao, il già citato sindaco di Gibellina, che governò il paese per vent’anni e che chiamò a raccolta numerosi artisti per far rinascere il centro urbano del Belice.
È arrivato il momento di parlarne.

Immagine1

Politicamente Corrao nasce nella DC per poi diventare nei primi anni ’60 parlamentare indipendente del PCI – era senatore nell’anno del terremoto – e dal ’69-72 sindaco di Gibellina, nonché dal ’74 al ’94. È il sindaco della ricostruzione, colui che tenta la strada di una città utopia, convocando artisti come Ludovico Quaroni – sua la Chiesa Madre costruita nella nuova Gibellina: parte di essa crollerà ancora prima di essere inaugurata – e Pietro Consagra, Mario Schifano e Carla Accardi.
A Corrao, nel 1975, viene piazzato dell’esplosivo di fronte alla sua villa vicino ad Alcamo, cui pare fosse coinvolto un giovane immigrato tunisino in rapporti col senatore; e nel 2011, all’età di 84 anni viene sgozzato dal suo domestico, un altrettanto giovane uomo di nazionalità bengalese poi dichiarato dalla magistratura incapace di intendere e di volere.

Ad accogliere il visitatore all’ingresso del Museo di Arte Contemporanea di Gibellina – uno dei più grandi musei di arte contemporanea del sud Italia – c’è una delle opere geniali del siciliano Emilio Isgrò (“La freccia indica l’ombra di una freccia”), e una volta entrati si viene catapultati in un viaggio nel meglio del Novecento italiano.
Il museo è stato riaperto solo da luglio, dopo una chiusura di sei anni, e vanta ben duemila opere, e circa quattrocento sono quelle esposte, in un totale di otto sale.
Si passa dalle pennellate di Toti Scialoja – grande autore anche di opere in versi – (“Gibellina mi ha incantato, entusiasmato[…] io ho sentito che lavorando qui ero utile”), distese in modo solo apparentemente nervoso ma dall’effetto contrario, a La notte di Gibellina di Renato Guttuso, in ricordo della veglia, due anni dopo il sisma, organizzata dagli intellettuali dell’epoca e ricordata da Leonardo Sciascia; numerose le tele di Carla Accardi così come quelle di Mario Schifano, ospite per alcuni giorni a Gibellina e a cui è dedicata un’intera sala del museo.

Immagine2

Fra le tele di Schifano, oltre a Collina per Gibellina, tocca menzionare Ondata neonata: l’artista fa dono dell’opera dopo che aveva chiesto ai bambini di Gibellina cosa mancava loro, Il mare, risposero.
E poi ancora Isgrò in un’opera che cita Tagore, la barca spezzata di Michele Cossyro, un’installazione di Shay Frisch, uno dei cavalli neri di Mimmo Paladino utilizzato nel 1990 come scenografia nelle Orestiadi, l’ex libris di Eugenio Miccini, il bellissimo Come si forma il pensiero lentamente nella mente, di Ugo Correa, Franco Angeli e i suoi aeroplani che si abbattono contro l’imperialismo, Tano Festa e Mimmo Rotella, nonché una piccola sezione di fotografia, con fra gli altri Letizia Battaglia e Pensando a Burri, dell’insuperabile Mario Giacomelli.

Una volta usciti dallo straniamento delle sale del museo, ci attende un ulteriore, ben più forte straniamento, il nulla che circonda Gibellina nuova.
Aleggia un nichilismo fondante nel luogo che invece era stato eletto come fucina di arte e impegno, di rinascita dell’umanesimo.
Pur rimanendo meno di un’ora a Gibellina, respiro un diffuso disagio: sarà quella del visitatore una mancanza di abitudine a un’urbanistica pensata forse più per il bello che per l’utile, dove tutto più che collocarsi in armonia, sembra stridere, stonare con l’intorno?

Immagine3

Entriamo in un bar incassato in una struttura enorme, probabilmente non pensata in origine per ospitare un bar. Lo spazio sembra inutilmente ampio.
Due avventori scherzano in siciliano, uno chiede all’altro se è stato al mare, l’altro risponde di no, che è stato in montagna, e ride, poi entrambi ridono insieme.
Mi ritorna in mente una constatazione che mi sono posto spesso, la sventura cioè di nascere siciliani senza avere il mare vicino, a cui già avevo ripensato osservando il quadro di Schifano e la risposta dei bambini del Belice.

Mi avvicino alla vetrinetta, la scelta non è particolarmente vasta, per usare un eufemismo.
I miei occhi scelgono una sfoglia, triangolare, piuttosto grande in verità, più del solito a cui sono abituato; dalle nostre parti in genere contengono prosciutto e mozzarella, qui qualcosa non mi convince e chiedo alla signora dietro il bancone qual è il ripieno.
È alta, oltre i cinquant’anni, sembra piuttosto stanca, mi risponde, per mia sorpresa, Ragù. Sono perplesso, perché non ho mai visto sfoglie ripiene di ragù. Ma non ho molte alternative, e pertanto la prendo. È davvero grande anche a tenerla fra le dita, do un primo morso mentre siamo già usciti dal locale, il sapore è quasi stopposo, è davvero ripiena solo di ragù di carne, do un altro morso e decido di avvoltolarla nella carta e nel sacchetto.

Facciamo un giro del paese, è piccolo, i condomini si assomigliano tutti, l’architettura urbana è metafisica, sembra di trascorrere il proprio tempo dentro un quadro di De Chirico.
Mi domando come saranno gli inverni a Gibellina, se queste sono le estati, e in quali spiagge si dirigono gli abitanti del Belice quando desiderano andare al mare, quasi sicuramente nei paesi della costa trapanese.

Io ho fame, ma non riesco a finire la sfoglia al ragù. Tina sembra iniziare ad essere insofferente. Non ha ancora mangiato nulla, e non ha fame neanche adesso che manca poco alle due.
Nel nostro girovagare vedo una pasticceria con qualche persona nei paraggi, chiedo a Tina, E se prendessimo un gelato? Lei non lo vuole, allora provo io. Parcheggia lì a fianco e ne approfitta per fumare una sigaretta.

Entro, e noto subito che non c’è traccia di gelati. Il locale è piuttosto squallido, l’arredamento non invita all’acquisto. Nella vetrinetta c’è solo una parte centrale occupata da merce in vendita, ai lati è sgombra, e dietro di me c’è un frigorifero verticale con qualche torta che esteticamente non pare particolarmente appetibile. Osservo meglio cosa c’è in vendita nel bancone: tranci di cioccolato di vario colore con pezzi di nocciola, c’è quello verde al pistacchio, quello bianco, e quello classico, mentre sotto ci sono dei pasticcini, la varietà è minima.
Decido di prendermi un po’ di cioccolato e un pezzo di pasticceria mignon alla ricotta.
La signora che mi serve si scusa perché solo ora sta accendendo la bilancia per pesare ciò che ho appena deciso di acquistare, Sa stavamo per chiudere, mi dice, io mi scuso, e lei ribatte, cortese, Ma no, si figuri.
Saluto, esco, e appena torno in macchina mi chiedo perché ho preso del cioccolato, ad agosto, sotto questo sole. Tina, giustamente, mi guarda perplessa.

Ripartiamo, e passiamo in una specie di sottopassaggio in cui sono esposte in gigantografia delle fotografie in bianco e nero di persone, suppongo, del posto.
Nei paraggi sculture ovunque.
Tina dice che è ora di andare, io le chiedo se possiamo passare davanti alla Chiesa Madre, perché già solo il contrasto fra il nome (per Chiesa Madre, ci aspettiamo tutti una struttura religiosa di un certo tipo, e di una certa età) e la sua architettura, mi fa sorridere.
Passiamo davanti velocemente, lo straniamento continua.
Tina fa benzina, poi sotto un sole sempre più forte, decidiamo di dirigerci verso l’altra tappa che avevamo in mente, Poggioreale.

[continua...]