Approfondimenti

I MISTICI esperimento VOL. 4 - I PREMI LETTERARI IN ITALIA

Una cronaca 

Le presentazioni dei libri possono essere considerate un vero e proprio genere, non so se letterario.
Le presentazioni dei libri legate ai premi letterari rientrano invece nel genere comico, scaffale comicità involontaria.

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Ieri sera assisto a una delle due presentazioni legate a un premio letterario di chiara fama con la stessa speranza con cui si affronta una nuova dieta (Ma sì, dai, tentiamo con la palio, che mi costa).

Dimentico che il 90% (mi tengo basso) di quelle a cui ho assistito sono nel migliore dei casi tutto fuorché indimenticabili, e che l’unica, grande presentazione a cui ho preso parte - Firenze, qualche anno fa, presenti poco più di dieci persone - era stata quella di uno dei maggiori scrittori di narrativa, László Krasznahorkai, capace di fare letteratura rispondendo anche a domande che gli saranno state rivolte centinaia di volte.

Sono il più giovane nella sala, ampiamente, per distacco. La media dell’età dei presenti sarebbe non meno di 70. E anche questo aspetto la dice lunga su quanta presa ha l’editoria in Italia, e che impatto hanno i libri che si stampano nel 2022 nel Belpaese. Ho deciso di assistere perché fra le partecipanti ci saranno la “giovane” scrittrice che ha scritto, a parer mio, uno dei libri migliori dell’anno, e una poetessa che ha un certo nome nell’asfittico panorama depresso della poesia italiana. Il fatto che la giovane scrittrice sia tale a 44 anni fa pari con il mio essere il più giovane in sala a 41.

Quando la giovane scrittrice entra - siamo in una sala museale dedicata a una delle grandi personalità della città – ha subito un sorrisino tipico della cittadina del mondo che capita in provincia. Lo scrittore che l’accoglie è uno dei giurati del premio, ed è noto per essere stato piuttosto sperimentale in passato.

Le chiede sottovoce, a seguito del sorrisino precedente, se non conosce la personalità a cui è dedicata la sala e il museo stesso. Lei fa cenno di no. In Germania il pittore che dipingeva pazzi e morti di fame non è ancora arrivato.

Gli altri partecipanti alla serata sono: una saggista, un poeta, la poetessa a cui accennavo, e una del tutto ornamentale componente della giuria.

Lo scrittore ex sperimentale inizia con una imbarcata nei confronti delle attuali mode del romanzo, una su tutte un certo autobiografismo per lui riprovevole. Peccato che la giovane scrittrice abbia scritto proprio un libro ampiamente autobiografico.

Da lì in poi è un florilegio di banalità da festa di fine anno. La giovane scrittrice allarga il palmo della mano sul tavolo, tamburella a turno le dita, è giustamente insofferente nei confronti di ciò che sta ascoltando e della situazione tutta. Si nasconde parte del viso, sgrana gli occhi quando il poeta accanto a lei inanella frasi che non riuscivano ad essere ad effetto neppure un paio di secoli fa (“Siamo sospesi nell’abisso” la sua perla). Vorrebbe essere da tutt’altra parte, perdere i sensi e la coscienza in altro modo. La mia stima nei suoi confronti fa un passo ulteriore.

La saggista, citando il suo coatore, decide di giocarsi la doppia perla: “Le parole sono come cuscini” e “Bisogna rimanere fedeli alla propria depressione”.

La poetessa invece è in versione sacerdotessa, Marina Abramovic, sostiene un’idea di poesia che ha mietuto vittime, quella tipica del romanticismo, dove non c’è spazio per l’intenzionalità della scrittura in versi, ma solo per l’ispirazione, la mano appoggiata sulla fronte, e vai con gli endecasillabi faleci.
A domande come: “Cosa sono per lei le campane? Sono come la luna?”, la poetessa sentenzia dichiarando frasi quali: “Noi tutti abbiamo il suono delle campane” e “Estrema propaggine dissolta nel suono”.

La serata deraglia fra “Ha uno sguardo aereo” e “È un libro sensoriale”.

Abbandono, e ripenso ai danni del poetichese, del poetese, e di quanto questa categoria, quella dei famosi addetti ai lavori, ami parlarsi addosso, citare e citarsi, gonfiare i propri ego fino al rischio di esplodere. Sarebbe stato bello vederli sollevarsi lentamente come palloncini tenuti in vita dall’elio, palloni gonfiati che raggiungono il soffitto fino a esplodere come chewing gum in bocca a una ragazzina.

(I mistici)