Approfondimenti

Liubou III (Cristina Basile)

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I genitori

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I corsi iniziarono ed i primi successi si incasellarono con la facilità dei miei primi puzzle. Ottenevo ottimi risultati col minimo sforzo e per i miei genitori, operai da generazioni, contavano mille volte di più i complimenti di Alina, l’insegnante di danza, che quelli del professore di matematica. Sapevo che il colloquio con lei era andato bene se a casa, sotto al canovaccio, c’era ad aspettarmi la torta Sharlotka.

Mia madre, Bogdana, cucinava cose buone ma brutte. Trascurava la bellezza e la presentazione di qualunque cosa, compresa la sua. La logica avrebbe voluto che una figlia come me, dedita alla grazia dei movimenti come una nonnina alla sua piantina d’erica, avrebbe dovuto farla impazzire ed invece, di me, era fierissima. Era l’unica russa del condominio a venerare il proprio figlio, pratica ritenuta al limite dello sconcio dalle sue pari. Non capiva nulla di danza, non aveva mai accennato un passo davanti a me, mangiava tanto, beveva vodka, guardava stupidaggini e diceva parolacce al presidente in televisione, convinta che trapassassero lo schermo.

Sembrava quasi che in sé dovesse realizzare cinismo, materialismo, una sfrenata autoironia e che in me, sua figlia, avrebbe realizzato tutto il resto: l’arte, la danza, le cose sottili della vita, le stesse che talvolta emergevano nelle sue torte.

Era stata lei a portarmi ad assistere a quel balletto, al Bolshoi, in un giorno freddissimo in cui anche i russi più incalliti maledicevano il Buran, il vento proveniente dalla Siberia che tagliava la faccia.
Quando era rientrata a casa col biglietto tra le mani, avevo quasi avuto un attacco d’asma.
Era protettiva e se gliel’avessi detto non mi avrebbe permesso di andare a danza il giorno dopo.