Intervista alle sperimentazioni poetiche contemporanee

a cura di Andrea Paoli

Questo articolo ha l’intenzione di fornire un percorso d’insieme (in verità una serie di frammenti uniti da sottili linee) delle sperimentazioni poetiche italiane. Una micro-mappa d’orientamento.

Per far ciò si è voluto partire da Giovanni Fontana che, storicamente, è uno dei poeti che ha aperto le porte verso la dimensione intermediale.

Chiacchiereremo poi del movimento della scrittura asemica, tema caro allo stesso Fontana e rappresentato, nell’intervista, da Giuseppe Calandriello.

Marko Miladinovic e Francesca Gironi sono nel mezzo della ricognizione in quanto, a mio avviso, rappresentano una libertà-poetica-mina vagante che incarna le sperimentazioni poetiche che vanno verso quella “poesia totale” di cui scriveva Spatola e che oggi gode di nuova luce a seguito dei numerosi nuovi studi sull’esperienza estetica della poesia, sugli “oggetti verbali mal identificati”1.

Il progetto Ophelia Borghesan, infine, si staglia come un soggetto che crea sintesi contemporanee, tragiche e velocissime (ma a tratti ironiche) all’interno di una rappresentazione che msi cristallizza e “sta ferma”, motivo per cui, in disaccordo con gli stessi autori del progetto, credo possa rappresentare una riannessione delle sperimentazioni attuali nella tradizione poetica italiana.

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Foto di Dino Ignani

Giovanni Fontana

A: Giovanni tu sei un’istituzione nella poesia sperimentale italiana, il che suona quasi come un controsenso. Quando le proprie sperimentazioni riescono ad avere un seguito e si cristallizzano ci si sente bloccati o finalmente liberati?

GF: Patrizio Peterlini e Lello Voce, in un’antologia critica da loro curata (Giovanni Fontana. Un classico dell’avanguardia, Agenzia X, Milano, 2022), hanno pensato di definirmi «un classico dell’avanguardia». La formula sembrerebbe una contraddizione in termini. Ma gli autori ne demoliscono l’apparenza. Infatti se da un lato concordano sul fatto che sarei un classico delle nuove avanguardie, un classico che va oltre il suo tempo, che fa da cardine tra tradizione dell’avanguardia e futuro dell’avanguardia, dall’altro, non sarei un classico poiché il mio lavoro tende a delegittimare qualunque tipo di canone.

Scrive Voce: «Leggere, ascoltare, guardare un’opera di Fontana è, ogni volta, fare esperienza dei grandi maestri della poesia e dell’arte d’avanguardia e, insieme, scorgere, con chiarezza, lampi che illuminano molti dei migliori tentativi odierni di rinnovare quella tradizione, tradendola, cioè trasportandola in luoghi e tempi diversi da quelli in cui allignarono le sue radici» (p. 8).

In un certo senso il mio sopravvivere sarebbe per Voce «beniaminianamente, un’operazione di vendetta, un fare memoria che sa di sovversione, la ribellione di chi vuol far da ponte tra oggi e ieri, tra giovani e “cattivi maestri”» (p. 9). Nello stesso tempo, Patrizio Peterlini osserva che il mio lavoro si nutre di tradizione, letteraria e artistica, guardando oltre. Io direi semplicemente che la mia poesia si pone tra memoria e progetto, considerando con attenzione i processi epigenetici che la investono.

Sulla questione si è soffermato anche Francesco Muzzioli, che nella monografia pubblicata nella collezione «ExtraVaganti» ideata da Paolo Allegrezza per le Edizioni Vita Nostra (2025), scrive:
«Recentemente, in una antologia a lui dedicata [quella di Peterlini e Voce sopra citata], è stato definito, proprio in sede di titolo, un classico dell’avanguardia. Questa indicazione, dovuta ai curatori Patrizio Peterlini e Lello Voce, dimostra intanto la lunga durata dell’avanguardia, anche oltre i movimenti ufficiali, che a rigore sarebbero ormai esauriti da cinquant’anni. Certo, l’avanguardia e il classico fanno a pugni tra loro e l’idea che l’avanguardia sia diventata a sua volta “classica”, può sottintendere un riconoscimento storico ormai passato in giudicato, ma non una disponibilità attuale. Tuttavia – a considerare a fondo quella formula – la nozione di “classico” applicata a un autore come Fontana, “poliartista” tecnologicamente à la page che non dà adito a risvolti nostalgici, non può che avere, come infatti ha, un valore provocatorio: senza dover aspettare la distanza consueta per i classici, ecco qui un autore in piena attività che possiamo già considerare alla stregua di un patrimonio culturale condiviso. Secondo, poi: affermare che Fontana è autore di avanguardia dimostra intanto proprio il fatto che tutti si affannano a negare, dichiarando l’avanguardia fenomeno legato a particolari condizioni storiche ormai desuete. Se si riconosce che Fontana è autore “d’avanguardia” ciò significa che l’avanguardia è ancora ben possibile anzi gode ottima salute, malgrado tutti i seppellimenti affrettati che le sono stati dedicati» (p. 9).

In un quadro come questo non direi che si possa parlare di «cristallizzazione». D’altra parte, in considerazione della mia operatività nel panorama della poesia e non solo, non mi sento affatto «bloccato». Il mio è un lavoro costantemente in itinere. Tant’è che mi riferisco spesso al concetto di nomadismo. Del resto il viaggio, anche in senso allegorico, costituisce un’esperienza che forma e trasforma. Nessun blocco, quindi. Quanto alla liberazione… è tutta un’altra storia.

Giovanni Fontana, pagina da «Radio/Dramma», 1968-70 (Geiger 1977)

A: Pensi possa esistere un rapporto fra la sperimentazione poetica e l’intelligenza artificiale?

GF: Certo. Rapporti di questo tipo già sono in atto. Le arti, e in particolare la poesia, si sono sempre rapportate alla tecnologia. La storia è segnata profondamente da queste relazioni. Ovviamente il risultato dipenderà dall’uso che se ne farà. Dal punto di vista semplicemente funzionale, di maniera, di consumo, saremo bombardati a più non posso. Sul fronte della qualità (linguistica, stilistica, espressiva) bisognerà attendere l’illuminazione di qualcuno che avrà la capacità di muoversi nel campo individuandone (e nel caso esaltandone) la specificità creativa nascosta, ammesso e non concesso che ci sia.

A: Cosa ne pensi della nuova scena poetica sperimentale che si sta formando? Adriano Spatola ne sarebbe fiero secondo te? Tu lo sei?

GF: Purtroppo da più di qualche anno stiamo vivendo l’afflizione di un riflusso generalizzato. Fortunatamente, però, mi sembrano numerose e particolarmente attendibili le nuove proposte. Mi fa molto piacere che si stiano allargando gli orizzonti intermediali, che si profilino nuove tipologie di scrittura e che rifioriscano le iniziative di ricerca verbo-visuale, sonora, performativa, su piattaforme originali o su quadri tecnici completamente rinnovati. Un sostegno considerevole è costituito dall’apporto della giovane critica, molto spesso al femminile, che seguo con estremo interesse. Un altro contributo importante mi sembra che provenga dallo sguardo internazionale, che si era andato perdendo e sul quale un poeta come Adriano Spatola aveva giocato proficuamente le sue carte. Basti pensare alle ricognizioni svolte in rete e non solo da Marco Giovenale o da Francesco Aprile e Cristiano Caggiula, con «Utsanga», o da Daniele Poletti con il suo repertorio di scritture complesse «Continuo». E non può non farmi piacere osservare che si stanno riscoprendo (ripubblicandoli e ristudiandoli) autori come Emilio Villa, Spatola, Corrado Costa, Giulia Niccolai, Patrizia Vicinelli, Gianni Toti.

1
Jean-Marie Gleize. (2021). “Qualche uscita. Postpoesia e dintorni”. Cura di Michele Zaffarano. Tic Edizioni

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