Interviste

La rabbia pulsante

La rabbia pulsante

Conversazione con Viola Lo Moro su Cuore Allegro, la sua silloge d’esordio
Pier Angelo Cantù
 

“Non esiste sconfitta nel cuore di chi lotta”. Questa frase, da social, sta scritta sul muro che separa lo spazio della curva di una squadra di calcio di serie B dall’esterno dello stadio. I tifosi ci vanno a pisciare tra il primo e il secondo tempo per fare spazio a un altro po’ di birra, carburante necessario ai cori che accompagneranno gli sforzi dei ragazzi in campo fino al termine della partita.

La sconfitta di un cuore coincide con la morte, uno dei temi forti del libro d’esordio di Viola Lo Moro. Possiamo dire quindi che un cuore è obbligato a lottare ogni giorno, anzi, ogni istante, contro ogni avversità.

Nella dimensione pubblica, il cuore dell’autrice pompa sangue alla rabbia di chi lotta ogni giorno inseguendo il desiderio di un ideale declinato al femminile, nella creazione di voci e spazi antagonisti, fisici e non, in una società che forse preferirebbe vederli chiusi.

Il “cuore allegro” che tiene unita la sua silloge d’esordio è, invece, la voce di uno spazio privato, in tutti i sensi. La dimensione dello sguardo rivolto alle proprie e alle altrui sofferenze. Il resoconto di una speleologa scesa nelle viscere per vedere meglio le cose. Un luogo intimo in cui dare corpo a dolori, propri o raccolti, che resterebbero altrimenti muti, consegnato a cuore aperto nello spazio di carità di una condivisione possibile. Ma anche luogo di rappresentazione delle privazioni in cui la vita inciampa, prima, durante e dopo le numerose morti che l’accompagnano.

Cuore Allegro è una raccolta che fa già male così. Nel nostro immaginario, le pagine vorrebbero fare anche più male, lasciare ferite vive e reali se possibile. Ad esempio, lacerando i polpastrelli, come solo la carta tagliente sa fare, mentre si girano le pagine (tranquilli, l’edizione di Perrone è, come nello stile, di pregevole fattura). Mischiate all’inchiostro delle parole stampate, le gocce di sangue del lettore ne amplificherebbero la dimensione materica (“Fammi bere un po’ di te”, per dirla con Nada in un passaggio citato in apertura di uno dei quattro quadri in cui è organizzata la raccolta).

Lo Moro sceglie di colpire l’immaginario con le parole prima, poi con le immagini evocate. La loro precisione nel descrivere, al contempo, il fuori (di un oggetto) e il dentro (di un vissuto) è il manifesto della raccolta. Non una sprecata, nessuna indulgenza nell’abbellire alcunché. Perfino quelle non dette non contemplano un silenzio, ma evocano una strage.

In questi tempi in cui molte parole vengono usate per ammorbidire (o eludere) una realtà che ci accomuna fatta di morte, di solitudini, di lacerazioni, l’implacabile processione verbale di Lo Moro è una via crucis in cui non è prevista nessuna resurrezione. Un luogo di sofferenze verso cui si procede col cuore in mano, mostrando senza pudore (e senza vittimismi) il lato della sconfitta.

Questo incedere fa di Cuore Allegro un compagno prezioso, con cui ci si può confidare-confrontare a cuore aperto; una confidenza che infonde quel coraggio necessario che (a volte) ci manca.

Laddove molta della poesia pubblicata oggi, purtroppo, non è che un ritornello pop perfino canticchiabile, la musicalità dell’autrice è tagliente, dissonante, stridente. Un suono fatto di asperità, certamente difficile da ascoltare mentre si è intenti a fare altro; ma capace di creare spazi interiori in cui comprendere le fatiche che costellano le traiettorie e gli incroci della vita. Un’esperienza comune, direi.

E’ proprio sul tema della musicalità che prende avvio la nostra conversazione con Viola Lo Moro.

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I riferimenti ad Amelia Rosselli che affiorano nei testi portano a un legame tra la poesia e la sua musicalità. Come si esprime l’aspetto musicale nelle poesie di Cuore Allegro?

La musica accompagna quotidianamente, e da sempre, le mie giornate. La musica tutta mi protegge dal rumore in eccesso, mi allena la memoria, mi allena l’orecchio. Rosselli era una etnomusicologa, aveva questa capacità incredibile di spezzare, di interrompere i versi o di proseguirli in maniera apparentemente disomogenea, di stare nei vuoti, come solo la musica e la danza sanno fare. Leggo Rosselli e mi piace anche non capirla a volte. So però che mi vibra, lei, i suoi versi, la sua voce. Cuore Allegro è un esordio, ha degli elementi aspri, è una musica ancora acida, e va bene così. Non so se riuscirò mai trovare forme rotonde, forse non mi interessano.

Se questa silloge fosse una canzone, quale sarebbe?

Una che si sente nella radio di un bar e che ti rimane tutto il giorno in testa. Sarebbe il Kyrie nel “Requiem” di Mozart mixato con “Nessuno” dei Baustelle, combinato con “Come faceva freddo” di Nada. Vorrei fosse una canzone nuova.

Il titolo della raccolta è il lascito di una persona morente: "Tieni il cuore allegro". La morte è una costante nel libro, qualcosa o qualcuno muore in continuazione. In che modo, invece, viene rappresentata la rinascita e come si fa a tenere il cuore allegro in questo contesto di rabbia e di morte?

Dentro la raccolta il tema della rinascita non c’è. Esistono delle nascite, o meglio dei continui tentativi vitali (penso a “fioritura” e a “presenze”) spesso frustrati dall’impossibilità, dall’impotenza.
Tenere il cuore allegro è invece l’azione chiave, la tensione (che non si risolve) che tiene tutta la raccolta. La mia poesia non può rispondere alle domande del “come si fa”, può solo trovare delle parole il più possibile levigate per porre le domande.

Nella raccolta si fanno spesso riferimenti al corpo, alle sue dinamiche di relazione tra diversi organi. Il cuore è funzionale ad altri organi e quindi alla vita stessa. Sono immagini di fragilità o di forza ad averti guidata nella scelta delle parole?

Tutti gli oggetti viventi e non (e questa distinzione mi riesce comunque stretta) sono precari, liminali e vulnerabili. Sono tutti soggetti a un ciclo più grande e più spaventoso dell’esistenza stessa. E questo talvolta li rende incredibilmente forti – nel senso di consistenti e luminescenti. Gli organi del corpo dei mammiferi sono tutto questo insieme. Sono irrorati e crepati, sono concavi e pieni, nel momento in cui la vita viene meno si essiccano, si prosciugano. La poesia deve trovare delle parole altrettanto forti e instabili per dirne qualcosa. È la più grande responsabilità che abbiamo, scrivendo.

Preferisci la scrittura di getto, oppure lavori continuamente sul testo? Quando, ad esempio, decidi che una poesia è finita ed è pronta per essere messa nero su bianco?

A volte più che scrivere mi sembra di fare delle saldature incerte. Scrivo di getto, catturo (se riesco) le parole al volo, temo infatti le costanti occasioni sprecate. Le dimenticanze. Poi butto giù dove trovo quello che ho catturato: una nota vocale, un appunto sgrammaticato, una foto. E poi ci lavoro. Le lascio lì. Le dimentico, poi le riprendo, cancello, stacco, riassemblo. A volte gli accapi tra un verso e l’altro più che dare ritmo al verso mi sembra costituiscano un sistema scheletrico continuamente infranto. Forse il ritmo è proprio questo?

Le poesie di Cuore Allegro contengono molte immagini, a volte esplicite a volte stranianti. Con quali altre espressioni artistiche pensi possano essere raccontate con altrettanta efficacia?

Credo che le arti tutte esistano per rivelare tutto quello che già permea il cielo e la terra, l’umano, l’animale, i sogni, le emozioni, mescolandolo con l’immaginazione e la creatività delle artiste e degli artisti. Le arti dovrebbero essere ragionate, insegnate e fruite in modo meno disciplinato. Tutto sta drammaticamente impastato insieme. Una canzone, un movimento, un colpo di colore. La danza cos’è se non un punto d’approdo o di partenza delle parole, per esempio? Tutto è linguaggio, non bisogna sempre decodificarne i contorni.

Il cuore richiama a qualcosa che certamente prima o poi smetterà di funzionare, fermando tutto a una sorta di buio. Al contrario, le poesie più “fortunate” possono anche non smettere di esistere. Come ti immagini il dopo per questo “cuore”? Sei credente?

Il dopo è già qui, soprattutto quest’anno. Tutto è passato, presente e futuro. Se mi chiedi di scrittura farò del mio meglio per continuare a generare parole in una qualche misura vere. Rimarranno dopo di me? Forse. Gioveranno a qualcosa o a qualcuno? Non so. Saranno ancora vere? Lo spero.
Sì, sono credente. Credo all’immenso bisogno delle persone e delle comunità di darsi un senso al di là. E già questo fa di me una credente, che spera continuamente di rinnovare una alleanza antica con l’invisibile, una fede.

 

Cosa significa oggi pubblicare poesie? 

Oggi, come ieri, pubblicare poesie non significa niente.

L’utilizzo delle parole ha segnato il tuo percorso di studi e segna il tuo lavoro quotidiano. Usi parole tue per descrivere parole scritte da altre. Cosa genera questa contaminazione di parole necessarie a raccontare i mondi di altre scrittrici o poete?

Io lavoro insieme ad altre donne per raccontare e aprire quanti più spazi per poete e scrittrici. Gli spazi aperti sono varchi in cui le scrittrici possono esistere. Lavoro insieme ad altre per far appassionare quante più persone alla lettura, perché la lettura può essere una esperienza passionale. Può dare una dimensione nuova, è un viaggio attraverso il mistero di quello che esisteva ma non rimaneva. Presentare i libri delle altre mi continua a dare la postura e la misura, mi esercita nell’umiltà e nell’attenzione. Ma nell’atto creativo delle mie parole devo strapparmi di dosso tutto. Mangiarlo prima e strapparlo dopo.

E’ corretto dire che in molte poesie della raccolta affiora in maniera esplicita una sorta di rabbia, di impotenza, che a volte apre a una specie di rabbia sociale?

Sì, è corretto. Sono molto arrabbiata e mi sento a volte molto impotente. Se guardo i sistemi di oppressione, le ineguaglianze, le devastazioni dei territori tutte insieme mi viene uno sconforto gigante. Per fortuna ho incontrato anche la possibilità trasformativa che c’è nell’incontro con un’altra donna, con un collettivo. Ho conosciuto e visto come le relazioni possono modificare l’esistente, le famiglie, il già dato. Perseguire una via radicale è difficile, ma è l’unica strada. Questo vuol dire anche guardare la rabbia sociale quando esplode e darle un valore, non un giudizio. Bisogna sapere che arrivano dei momenti in cui le tensioni vengono al pettine, non si può stiracchiare eternamente un pianeta ridotto allo stremo, classi intere di popolazione umana, senza pensare che le rivolte non arriveranno. Dobbiamo essere tutte nelle condizioni di poter scegliere a un certo punto dove stare e cosa agire nella propria esistenza.

Sento che stare in un limbo di scomodità sociale e di impotenza sia necessario per fare azioni di contrasto verso un sistema e un apparato di potere molto armato e molto capace di quietare la rabbia piuttosto che cambiare rotta.

Quali sono le cose che ti hanno detto riguardo al libro che più ti hanno sorpreso?

Tutte. Le letture fatte del mio libro hanno rivelato a me qualcosa che in effetti non sapevo: il libro mi ha rivelato una parte molto misteriosa. Sono molto grata alle persone che mi hanno scritto e mi hanno raccontato di loro attraverso la lettura delle mie poesie.

Cuore Allegro è stato accolto molto bene da critica e pubblico. Cosa significa per te proseguire nella pubblicazione di altre raccolte?

Significa lavorare moltissimo nel cercare una via di autenticità. Significa non avere fretta. Significa dare valore a quello che scrivo solo quando lo sento nuovo, unico a suo modo. Lavorare le parole con il beneficio del tempo e sperare che le persone che continueranno a leggermi capiranno che quello che scrivo non è una reazione ma una azione. Dolorosa, probabilmente irrilevante. Ma di amore.

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Le foto di Viola Lo Moro nell’articolo sono di Carlotta Valente