Sacro e urbano

a cura di Emanuela Struffolino

Dialoghiamo con Isabella Capurso intorno al suo libro “Sacro e urbano” edito da Gattomerlino, una casa editrice preziosa qui rappresentata dalla curatrice e direttrice Piera Mattei.

Isabella Capurso è scrittrice di narrativa e poesia e questo libro, per me, è un ibrido tra queste due forme di scrittura. Ma è anche qualcosa di più, perché Isabella oltre a scrivere, disegna e dipinge (è sua anche l’immagine in copertina) e quando l’ho conosciuta voleva anche girare un film. Forse è questa poliedricità del suo modo di esprimersi, che ha portato Laura de Luca. in una bella recensione a definire i testi che compongono Sacro e Urbano “essenziali, fulminanti immagini scritte” giustapposte in una sorta di “film metropolitano”.

Parleremo anche di questo, ma la prima questione che vorrei porre a Isabella riguarda il titolo del suo libro “Sacro e urbano” che ci offre un gioco di parole che richiama la dicotomia tra sacro e profano. Questo è un testo che parla di città a diverse latitudini, di diverse dimensioni, impregnate di diverse culture. La città è lo spazio chiave della modernità e della contemporaneità globalizzata. E allora ti chiedo, l’urbanità di cui ci parli in questo libro sostituisce il profano in antitesi al sacro sulle tracce di quella iniziale dicotomia, o ci stai dicendo che c’è del sacro anche in quella urbanità fatta di vite e di spazi apparentemente frammentati in cui – come scrivi –  “Le case sono accatastate. Talvolta i vetri delle finestre rivelano una luce i candela. Sono quelli che si sono ricavati dio. A piccole dosi, qui e là”?

Questo titolo ‘Sacro e urbano’ sottende due concetti. Il primo è una sorta di dicotomia che gioca sul binomio sacro e profano, dunque a indicazione di un antagonismo dei termini. Il secondo invece rimanda a una compresenza: sacro e urbano. Se vogliamo: quel che resta del ‘sacro in città’.

Partendo dalla prima lettura, la città appare come spazio di fine del sacro (non affiliazione religiosa ma sentimento antropologico), ovvero come luogo in cui la soddisfazione delle esigenze di sacralità è ridotta al minimo. Tuttavia, l’esigenza di senso non è scomparsa, poiché insita nell’uomo, ma è traslata, ovvero trova soddisfazione nel culto di una serie di dèi minori. Tra cui, ad esempio, la cultura della performance, della felicità, del mito di sé (tramite i Social), del mito del corpo, del benessere, di sensibilità religiose prese in prestito dall’oriente e della natura (perché in città la natura è un mito, è una narrazione). E tutti queste istanze sono diventata delle mitologie e dei surrogati di senso. Tutto questo sostenuto da una cultura del consumo, delle merci e della pubblicità.

LETTURE ‘Una voce semina il panico giù in città’ (p.23)

LETTURE ‘Caro padre’ (p.27)

La seconda lettura sottende invece, dei due termini sacro e urbano, una compresenza. Il sacro, in città, è una rimanenza che si esprime per il tramite di sparute espressioni di umanità. O, se vogliamo, per converso, l’umanità è così ridotta all’osso in città da rendersi sacra. E questo è un paradosso perché in teoria il ‘sacro’ è ‘ciò che è separato (dall’umanità)’. E allora, in un orizzonte di azzeramento del sacro, ovvero di conformismo culturale che ci vuole aderente ai miti di cui sopra, la sola espressione di umanità, fosse anche un’umanità zingara disperata reietta, diventa un elemento di differenziazione, di opposizione, ed è dunque un evento politico.

LETTURE ‘La curva’ (p. 17)

“Nata e cresciuta a Milano, ho vissuto qualche periodo a Aukland e Parigi, per lavoro ho sostato del tempo a Johannesburg, Cape Town, Nairobi, Abidjan, Lukasa – mi sono trasferita a vivere nella Locride in una remota località in via di spopolamento”. Nella tua introduzione fai riferimento a diversi modi di essere nello spazio: crescere, vivere, sostare – ma anche trasferirsi. Che differenza c’è per te tra questi modi di sperimentare lo spazio, cosa ci dicono delle esperienze umane in quegli spazi sperimentati in questi modi diversi.

Sulla classificazione dei movimenti geografici, non mi addentro ma diciamo che, in relazione al libro, direi che le città raccontate hanno una cosa in comune, ovvero non sono vissute per turismo.

La città in cui si cresce, quindi qui Milano, è familiare e quindi si ha una relazione come con la famiglia, affettiva, rassicurante, ma spesso anche controversa. Milano mi pare che risulti un po’ così nel libro: ovvero un luogo familiare, e quindi trattato con affetto, ma pure un po’ rinnegato, di cui metto in evidenza con ferocia tutti i difetti come si fa tipicamente coi propri genitori.

La città in cui ci si trasferisce -per studio o per lavoro (le due cose nel mio caso hanno sempre coinciso) è una città che almeno nella mia percezione è un luogo duro, nel quale quando si arriva non si ha una nicchia -come avviene nel turismo, ma questa va scavata. In questo si è dei migranti, migranti ‘professionisti’ ma pur sempre migranti. Allora la dimensione dello spazio equivale ad una dimensione non edulcorata di una realtà locale, all’interno della quale ci si va a collocare. Questo collocamento però, col tempo, avvicina la città in cui ci è spostati a vivere alla città natale, non la sostituisce ma vi si avvicina. E in cosa consiste questa familiarità nuova? Ad una sorta di visione doppia per cui sei spinto a dire ‘da me si fa così’ mentre ‘qui si fa in quest’altro modo’ ma in realtà questo nuovo modo, o per similitudine o per contrapposizione, inevitabilmente ti contamina e se ne genera un cambiamento che è il cuore del concetto di viaggio, ma non si sviluppa perché chi sta viaggiando ha doti particolari ma è semplicemente un’umana capacità di adattamento. E allora forse la differenza tra sostare e vivere in un luogo nuovo consiste in questo mescolamento, nel diventare un po’ diversi.

Non sempre o non a tutti è dato di testarla ma è di tutti:

LETTURE ‘Foglie rosse d’autunno’ p. 51

E questo vale infatti per le città in cui ho ‘vissuto’ per cui Auckland, Milano, Caulonia e Parigi, ma non nei luoghi in cui ‘ho sostato’, come l’Africa e la Cina. Qui, ha fatto molto l’entratura: io in Africa e in Cina ci andavo per la spazzatura. Era inevitabile avere una lente politica di relazioni Nord-Sud del mondo. Non posso dire che ci sia stata una contaminazione del vivere -anche perché i tempi erano stretti- ma più ideologica.

Quindi alla fine, la differenza tra tutte forme del ‘transitare’ è data dal livello di permeabilità/rigidità che innescano in chi viaggia, in altre parole: quanto ti cambiano, nel vivere o ideologicamente.

Molti di questi testi introducono personaggi che vivono in quello che Bell Hooks chiama “il margine”: i migranti sudamericani che “conquistano” il parco lambro, i mendicanti, gli storpi, i rom. “Essere nel margine significa appartenere, pur essendo esterni, al corpo principale.” Il margine (anche inteso come periferia vs centro) è luogo di radicale possibilità, uno spazio di resistenza. Parlaci della differenza tra resilienza e resistenza: Leggere “resilienza” (Dobbiamo resistere alla resilienza (ma come facciamo se il “museo della resistenza a creta è chiuso per mancanza di fondi”))

LETTURE ‘Resilienza’ p. 20

Risponderei seguendo due piste, la prima è quella del 1) tema delle parole, la seconda è quella de 2) l’eliminazione del tragico nella società contemporanea, perché parliamo appunto di umanità reietta.

Partendo dal primo punto, non vorrei fornire definizioni pedanti sui termini ‘resilienza’ e ‘resistenza’ poiché certamente in letteratura, qualcun altro molto meglio di me, avrà dettato la clamorosa differenza tra i due.  La resistenza implica un respingimento oppositivo. La resilienza implica una qualche forma di flessibilità, di capacità di recupero di fronte a un urto, ecc. quanto vorrei spiegare è che questo accanimento nel volere dissacrare il concetto di resilienza al cospetto di quello di resistenza consiste piuttosto in un intento antiretorico più generale che appartiene a tutta la raccolta.

Questo termine, come altri, è tipico di quelle narrazioni molto contemporanee (figlie di quella cultura della felicità e della positività a oltranza), di cui parlavamo prima, che trovano sempre una parola risolutiva per ogni catastrofe che sia soggettiva -e quindi psicanalitica come in questo caso, o collettiva – come accade con la questione ambientale.

Queste sono diventate praticamente delle parole ‘magiche’ che tendono a semplificare e quindi banalizzare situazioni complesse, e si caratterizzano o per essere cose vecchie chiamate con nomi nuovi, o direttamente scatole vuote. Quindi, con questa critica, io vorrei soprattutto mettere in luce i limiti di un certo gergo, e quindi di una certa cultura, che sono strumentali ad un procedere politico della società che non è mai sembrato così a-politica.

LETTURE ‘Le parole’ p. 46

Per quanto riguarda invece la seconda pista, ovvero quella inerente l’umanità reietta e il senso del tragico, vorrei citare a questo proposito uno stralcio dal libro di M. Benasayag ‘Funzionare o esistere?’ (p. 24)

‘… La nostra è un’epoca deprivata di qualunque dimensione tragica. La tragedia si definisce come l’incantesimo del mondo… Designa il legame sottile e il divenire profondo che collegano tra di loro tutte le unità che popolano il mondo. […] Ciò significa che l’individuo non è solo […]. Nella visione tragica, il divenire non è ciò che accade agli esseri nella loro singolarità, ma una dimensione fondamentale di tutto l’essere. Di fatto l’epoca attuale ha perso il senso del tragico, che lascia ormai posto alla sola dimensione del ‘grave’. In questo modo, i disastri ambientali, le oppressioni e i massacri non risuonano più come scandali sulla strada verso un mondo migliore, ma semplicemente come una dura e ineluttabile realtà o, al massimo, come problemi da risolvere’.

Ci serve la tragedia per ri-accomunarci e i disperati ricordano questo, ovvero siamo tutti quanti un po’ come loro.

Alcuni dei testi parlano delle cause e delle conseguenze del cambiamento climatico, ma anche della modernità più in generale. Ad esempio in “stock magico disponibile” racconti in una lettera degli incendi in Calabria e delle reazioni di “fatalismo rassegnato” degli abitanti di quei luoghi, paragonandole a un ipotetico controfattuale milanese, in cui l’impossibilità di dominare un evento sarebbe culturalmente inaccettabile. Tu ne parli in termini di “dissociazione culturale e materiale dal proprio habitat” che porta non solo il bambino a pensare che il pesce abbia la forma di un bastoncino Findus, ma (cito) “quanto al fatto che si sia perso il senso del prelievo delle risorse o dello smaltimento dei rifiuti, della origine e delle fine di tutto”. Franco Cassano, Sociologo dell’università di Bari, scomparso da poco, scrive nel suo libro “modernizzare stanca” : “la nostra società produce un’enorme quantità di rifiuti proprio perché produce una enormità di innovazioni; i rifiuti sono l’altra faccia, il lato d’enfasi sull’innovazione”. Non c’è scampo a questa dissociazione e all’ipocrisia dello sviluppo sostenibile e dalla trappola della commodificazione?

Mi pare che ci siano due tematiche -legate ma distinte: da un lato la dissociazione dell’uomo dai propri habitat, dall’altro la questione ambientale nel quadro della società iper-consumista e -quindi- produttrice di una quantità ingestibile e crescente di rifiuti.

La prima questione, ovvero quella di come la cultura urbana percepisce lo stock naturale, riguarda il fatto che persone nate e cresciute in ambienti urbani non hanno una percezione consequenziale del continuum esistente tra prelievo delle risorse e relativo consumo, le città sono luoghi in cui le risorse vengono esclusivamente consumate. Non importa che noi ‘sappiamo’ che da qualche parte succede qualcosa per la trasformazione di queste risorse, il nostro vissuto quotidiano è che noi schiacciamo un pulsante e qualcosa succede (di lì, il titolo di questa lettera che citi, che è appunto ‘stock magico disponibile’). Ecco, in quest’azione magica si condensa un vissuto di controllo che eventi estremi come la questione ambientale o la guerra hanno messo in crisi (forse). Ma in realtà tutta questa faccenda soffre di un peccato originale e cioè che è concepita quasi senza renderci conto (culturalmente) che noi siamo stock naturale e che la questione ambientale è una faccenda antropocentrica. Chiediamo alle specie estinte 70 anni fa quando per loro è nata la questione ambientale. Chiediamolo a quelle che sopravvivono serenamente all’innalzamento della temperatura globale.

La seconda questione, naturalmente legata alla prima, è di natura socioeconomica. Io non conosco il testo che hai citato per non so che argomentazioni vengono esposte. Tuttavia, per quello che è il mio pensiero, la produzione crescente di rifiuti è dovuta direttamente al ruolo del capitale nelle società avanzate. Non è l’innovazione che porta rifiuti è il consumismo delle merci.

Ecco, invece sul quesito ‘c’è scampo’, certamente io non ho risposte tecniche, diciamo affermazioni scientifiche da rendere: posso dare la mia risposta. Io credo che ci sia scampo in una dimensione intima, soggettiva e se vogliamo intercomunitaria, mentre ho una fiducia relativa nella risposta istituzionale che, attenzione, non è del tutto vana, ma soffre di una certa tiepidità. Ci tengo a sottolineare che questa tiepidità non è da leggere in un quadro complottista – perché anche questa è una lente semplificante- ma è connessa a ragioni strutturali. Il cammino che ci ha condotti qui, con i problemi di oggi, è vecchio quanto l’uomo, e dunque non è gestibile con le famose parole magiche, ma è da gestire con coscienza storica che purtroppo invece manca, soprattutto nella vulgata della questione ambientale.

Dopo avere riflettuto su questa mia risposta al ‘c’è scampo?’ mi sono detta che anche questa mia risposta è tiepida.

LETTURE Introduzione p. 7

Dentro questa tiepidità c’è il mio pezzo di decadenza post-moderna o se vogliamo una qualche parvenza nichilista di chi dice: non so dove andiamo. Con questo libro ho raccontato delle cose, ho offerto delle ipotesi, ho criticato certi sistemi ma in fondo non mi sento di potere portare avanti una contro-tesi di sistema ma al massimo una contro-tesi delle coscienze. In questo sono perfettamente figlia della mia cultura.

LETTURE ‘Radici’ p. 58

Non sono entrata in chiesa ma mi pare che non sia entrata neanche in casa, e questo non perché lo abbia deciso ma perché non mi è riuscito di farlo. Nel libro tanti luoghi diversi sono descritti uno dopo l’altro e forse questo trasmette un senso di apolidia che, in effetti, non so se si risolve con questa chiusa o se altresì rimane un po’ lì. Infatti, in ‘Radici’, il luogo che si chiama casa è vissuto con stupore, io mi meraviglio che, in tutto questo vasto mondo, in tutto questo viaggiare, alla fine da qualche ci sia una casa che ‘sta’, che resiste. Ma è in questo stupore che consiste una fragilità, ovvero la percezione di una precarietà strutturale, in virtù della quale mi pare che la casa sembri più un qualcosa che appartiene agli altri, oppure che appartenga a me ma solo alcune volte, e altre volte no. E forse è proprio la sensazione di orfanità che ha consentito viaggiando un contatto profondo con altre realtà, fossero anche vissute per poco tempo.

Più in generale, per quanto riguarda il rapporto tra ‘casa’ e scrittura per me, vorrei leggere uno stralcio da

LETTURE ‘Città’ p. 57.

Ecco, io credo che nei termini ‘malinconia’, ‘mancanza’ e ‘amore’ si sostanzi praticamente il 100% di quello che scrivo.