Recensioni

Bach e Prince, vite parallele

a cura di Guido Michelone

Da circa un anno in Italia un curioso volumetto, Bach e Prince, vite parallele, scritto, per Einaudi, da un compositore e musicologo di provata bravura, Carlo Boccadoro mette a confronto due musicisti che in apparenza potrebbero essere definiti come fra i più lontani, estranei, diversi, l’un l’altro: un caposaldo assoluto della musica colta (Bach) e un esponente discusso di quella popular. Pur godendo entrambi di fama indiscussa, ancor oggi né l’uno né l’altro godono di un amore di massa fra i comuni ascoltatori: da un lato, pur essendoci, tra i bachiani, assoluti maniaci o inestimabili adoratori a livello di studiosi, accademici, musicisti, specialisti, melomani, il fruitore medio di classica che parte da Mozart e arriva a mala pena a Mahler (limitato dunque al solo romanticismo, come nel jazz chi vive solo di hard bop) trova noioso, difficile, anacronistico un autore (Bach) la cui influenza sulle sonorità occidentali (sia dotte sia vernacolare) ancora continua a sorprendere.

Dall’altro lato sono numericamente pochi i princiani, racchiusi tra i passivi recettori di brani celebri (soprattutto ballati in discoteca o divenuti merce da hit parade), mentre i puristi del rock, del soul, del pop, del r’n’b, del funk, del rap (e a maggior ragione del jazz) considerano il geniale performer (Prince), nella più ottimistica delle ipotesi, soltanto un folletto incoerente o incompiuto, la cui multiespressività non conduce mai a dire la parola definitiva né su uno o più generi sopraccitati né in un ancor più generale discorso di black music o di contemporary music; non bastano le ottime credenziali di un Miles Davis; il grande trombettista difatti, a inizio Ninenties, sostiene che “Prince sarà il Duke Ellington degli anni Novanta”, detto da chi viene ritenuto il Picasso della musica jazz o quanto meno il Duca della modernità, sembra un complimento enorme, benché la promessa non venga del tutto mantenuta, complice il fatto che proprio dal 1990 il principe di Minneapolis comincia un’attività dispersiva, che solo un’analisi esauriente potrà oggi o domani rilevarne l’autentica grandezza.

Boccadoro si muove tra Bach e Prince con estrema nonchalance mostrando un’inusuale cultura enciclopedica su due musicisti intesi anche quali rappresentanti di due macrocosmi (la classica e il pop, per semplificare) che ancora non comunicano fra loro a livello universitario, conservatoriale e soprattutto mediologico: critici, giornalisti, recensori del primo non sanno nulla (e non vogliono saper niente) del secondo e viceversa. Ma Boccadoro - come dimostra del resto la sua carriera di compositore e in particolare di musicologo con libri divulgativi di sicuro interesse - qui non fa solo opera intermediaria, bensì costruisce veri e propri nessi tematici tra la realtà onnicomprensiva di Bach e quella altrettanto o ancor più versatile di Prince. A questo punto è forse inutile riassumere un saggio che si commenta da solo, che si dipana in dodici agili capitoli a spiegare cosa accomuna due grandi discussi personaggi.

Ma che cosa possiede Prince in comune con Bach? Nasce, vive e opera in provincia (Minneapolis); ama circondarsi solo di musicisti fidati quali collaboratori (amici in particolare); intensifica le doti polistrumentista, virtuoso, improvvisatore alla chitarra e alle tastiere; sa costruire grandi edifici musicali partendo da piccole cellule sonore; ricerca spesso un denominatore comune nella propria comunità (afroamericana); possiede un’etica del lavoro molto forte, ai limiti dello stacanovismo lungo l’intera filiera produttiva; insiste molto sulle strutture musicali (talvolta corroborate dall’uso di nuove tecnologie); comprende subito il valore della ritualità fra concerto (ascolto) e discoteca (ballo); cerca sempre di mantenere una fiera indipendenza dal ricattante show business; affronta nei testi, dietro le apparenze frivole, il problema dell’esistenza umana (e della paura della morte); tenta di creare un vero e proprio movimento, fin quasi a ergersi maestro di un Minneapolis Sound, aiutando gruppi e solisti; rinnova ma non rivoluziona la musica, sentendosi in fondo come un figlio del proprio tempo e come il frutto di un contesto socioculturale in cui convivono novità e tradizioni. E per Bach, all’organo o clavicembalo, nella Germania dei secoli XVII-XVIII, la situazione è più o meno identica e Boccadoro lo può confermare a ogni riga di un libro portentoso.