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DIAGNOSI DEL RITORNO

Descrivere una cosa è come usarla: la si distrugge; i colori sbiadiscono, gli angoli si smussano, alla fine ciò che è descritto comincia a dissolversi, a sparire. È una cosa che riguarda soprattutto i luoghi. La letteratura di viaggio ha compiuto grandi distruzioni, è stata un vero e proprio flagello, un'epidemia. Le guide hanno rovinato per sempre la maggior parte del pianeta; pubblicate in milioni di copie, in molte lingue, hanno indebolito i luoghi, li hanno immobilizzati, dato loro un nome e sfumato i contorni. Anch'io, nella mia ingenuità giovanile, avevo iniziato a descrivere i luoghi. Quando poi ci sono ritornata su, quando mi sono sforzata di fare un profondo respiro e ho lasciato che mi togliessero il fiato con la loro intensa presenza, quando ho provato di nuovo ad ascoltare i loro mormorii, ho avuto uno schock. La verità è terribile: descrivere significa distruggere. Per questo bisogna fare molta attenzione. È meglio non usare i nomi; è meglio evitarli e nasconderli, fornire con attenzione gli indirizzi in modo da non tentare nessuno al pellegrinaggio. Cosa troverebbe là? Un luogo morto, polvere, un torsolo rinsecchito.

Olga Tokarczuk, I vagabondi -

Traduzione di B.Delfino

                                                           DIAGNOSI DEL RITORNO
                                                                   di Giuseppe Rizza 

Dopo aver terminato di leggere l’ultima raccolta poetica di Marilena Renda, mi sono imbattuto a distanza di qualche giorno in questa citazione di Olga Tokarczuk, forse abbastanza condivisibile, forse no, sicuramente fascinosa.

La poesia di Renda in realtà compie l’operazione opposta: riesce a trarre linfa dai luoghi, dalla memoria, dalla descrizione apparentemente distratta.

L’autrice siciliana evoca, ricuce ferite, ne fa uscire il sangue, fotografa cicatrici ormai inoffensive, riuscendo ad essere sempre vivida agli occhi di chi legge.

Con Fuoco degli occhi, edito da Nino Aragno editore, Renda ci fornisce una storia che è cronistoria di rievocazioni legate agli spazi e agli ambienti, consegnandoci un risultato che è uno dei più alti nel panorama italiano degli ultimi anni.

Il pregio dell’autrice nata a Erice è quello di rielaborare, attraverso una lingua che ha la sua spina dorsale in una sintassi puntuale a cui il lessico si rifà legandosi come un grappolo al tralcio, dare una vita nuova, diversa, a episodi del passato che riemergono carichi di significati altri, forse più maturi.
 

E in questi luoghi, in questi versi, c’è il richiamo del sangue, quello della famiglia – la figlia, la madre – e quello della propria terra. La Sicilia agli occhi di chi non la conosce sembra infatti una terra emersa dalla raccolta di Renda, fuori da uno quadro da cartolina, eppure vivida, odorosa più che profumata. È la terra di chi guarda alla propria isola dalla distanza, uno strumento che diviene lente deformante, specchio ustorio (non c’è niente di speciale nei nostri ritorni a casa). E la vista è continua riflessione sulla distanza (Non ricordi niente invece della città di cui hai/ sempre nostalgia), fin dal titolo e passando per i numerosi versi che a quel senso si rifanno (sopravvalutiamo molto il vedere).

E quindi compare Siracusa, l’irrinunciabile Gibellina trasformata da utopia a incubo - la poesia dedicata al Grande Cretto di Burri è uno delle vette della raccolta – Palermo, Taormina (la terra è buona anche quando non lo è affatto), in un fascio di ricordi che si assemblano con cura a citazioni storiche. E così appaiono Freud in una sua pagina di diario, Brancati in una lettera da Zafferana, Schifano nel Belice, e molti altri.

  

Raccolta densissima, Fuoco degli occhi rimane a tutti gli effetti esemplare nel dimostrare la vivacità e l’intensità della scrittura in versi del nostro Paese, e puntella il nome di Renda come una delle maggiori autrici del genere.