Recensioni

Dice Angelica di Vittorio Macioce

a cura di Paolo Marati 

Vittorio Macioce, nato ad Alvito, una città – stando allo stesso autore – immaginaria, alla pari di Atlantide, di Avalon, di Anhara, di Aurocastro (p. 241).

Vittorio Macioce da Alvito, una sorta di scrittore immaginario quanto lo è il suo borgo natio.
O meglio ancora, uno scrittore imaginifico, se è vero che D’Annunzio, imaginifico per auto definizione, nelle Vergini delle rocce, si proietta nel volitivo Claudio Cantelmo, e Macioce, dal canto suo, nell’infanzia, si è aggirato quotidianamente sotto le mura del diroccato Castello Cantelmo, immergendosi in immagini di imprese leggendarie e di testarde quêtes eroiche.

Ed è forse dagli anni delle elementari, all’ombra della fortezza in rovina, che lo scrittore immaginario e imaginifico ha cominciato a fantasticare razionalizzando, a districarsi in una realtà priva di spessore che ha sempre desiderato colmare di senso, di un significato non scontato, ma magnificamente probabile.

Una vota divenuto adulto, Vittore Macioce da Alvito ha colto nel Vuoto, come Rinaldo, «il compagno di viaggio che da sempre lo accompagna» e lo tormenta (p. 105). Sicché, in Dice Angelica (Salani Editore, pp. 300), si è messo da parte, si è fidato e si è abbandonato nelle braccia tentacolari di Ariosto (e in second’ordine in quelle meno avvolgenti dello scanzonato Boiardo) in cerca di un doppio da stimare e criticare. Ed ha trovato una via di uscita raziocinante, lasciando libertà assoluta a una locutrice, Angelica, per indagare sé stesso e ribaltare l’evanescente mito maschile fondato su una proiezione del proprio ego, mediante la concretezza di una donna che a ragione si annoia, che fugge perché vuole fuggire, che si lascia andare finché non ama chi vuole amare (senza improbabili certezze di stabilità), che giudica con una pacatezza frenetica.

E chi meglio di Angelica potrebbe sostituire l’introverso scrittore immaginario e immaginifico Vittorio Macioce da Alvito cogliendo che «gli uomini si battono perché hanno paura del vuoto», che si affannano «solo per sfuggire a quel senso di nulla che li assale da quando si svegliano al mattino o quando il Sole tramonta» perché «non sanno chi sono, cosa ci fanno qui, quanto pesa questa vita che si nutre di abitudini»; chi meglio di Angelica potrebbe affermare che gli uomini vanno in cerca di «un nemico per riconoscersi, per definirsi», visto che «il nemico è un toccasana, ti rassicura» (p. 142).

E l’affastellarsi di avventure eterogenee, il susseguirsi di drammi individuali e di felicità collettive, il coesistere di solitudini prive di prospettive palingenetiche e di felicità piene ma momentanee, il sovrapporsi di una moltitudine di personaggi volutamente privi di spessore psicologico (in quanto spaventati di scoprire il proprio divenire interiore), l’incombere di magie disperate, il succedersi di spostamenti spaziotemporali che risultano, in realtà, statici nella loro essenza, creano il divertente fascino inquieto del romanzo, costituiscono quella tensione allegra che lega l’autore, i personaggi, le gesta e i lettori in un cordiale rapporto circolare.

Rapporto circolare che viene rinsaldato da una sintassi rapida, fondata su continue giustapposizioni, da un lessico ricco ma mai letterario, da nessun eccesso espressionistico, dall’assenza di trivialità. Da uno stile, insomma, ben curato in tutti i dettagli da parte dello scrittore immaginario e immaginifico Vittorio Macioce da Alvito.