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IL DESIDERIO DI ESSERE AMATO

Se questo sito, NiedernGasse, fosse un villaggio vacanze, esordirei urlando “Su le mani per Alberto Ravasio”, e ho come il sospetto che l’interessato sarebbe felice di uscire da una nuvola di schiuma o di bolle rigorosamente non papali.

Perché sì, per me questo “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera”, scritto dall’esordiente Alberto Ravasio, pubblicato dalla benemerita Quodlibet, finalista alla più recente edizione del Premio Calvino, è, e forse è destinato a rimanere, il libro dell’anno.

Romanzo di puro genio fin dall’incipit, esplicitamente kafkiano, anzi gregorsamsiano, in cui il protagonista, il Guglielmo Sputacchiera del titolo, si sveglia non trasformato in scarafaggio, ma transessualizzato, da uomo divenuto improvvisamente donna.

Ravasio riesce a inventare nuove forme da quelle che si ritrova fra le mani, prende a martellate il rame della sintassi, il bronzo del lessico, si trasforma in un alchimista della frase, deforma la lingua per farla diventare organismo pulsante, oggetto erotico.

L’autore infatti riesce abilmente a giocare, e prendersi gioco, dei generi e del citazionismo, rendendo veramente nobile una lingua letteraria che forse nobile lo è stata per troppo tempo, e concedendo così dignità culturale a un genere e a uno stile che solitamente viene considerato di categoria inferiore. La lingua di Ravasio infatti è fintamente alta, giocosamente aulica, un cortocircuito di originalità e passione (intesa in svariate accezioni), che riesce ad accoppiarsi con un senso dell’umorismo inedito, purtroppo, nel panorama italiano. L’uso dell’umorismo e l’uso della lingua sono infatti due delle virtù di questo romanzo speriamo non più atipico, e che prende per mano il lettore per poi abbandonarlo in un parcheggio abbandonato, fra risate amarissime e sotto i baffi.

Piena di rimandi e distorsioni, la scrittura dell’autore bergamasco ricorda a tratti l’invettiva di Maino (il Maino di “Cartongesso”, altro libro finalista del Premio Calvino di quasi un decennio fa, e che speriamo di poter rileggere un giorno), condanna senza possibilità di salvezza la provincia del Nord, il paesello asfittico (se in Maino era il Veneto, qui si immagina la Lombardia), la società italiana.

Curiosi, curiosissimi, di leggere una nuova seconda prova, ci godiamo intanto questo fulgido esordio, che ci ridona speranze nei confronti delle patrie lettere.

[…] tra i centomila pensieri che gli affollavano il cranio infelice, Sputacchiera si era soffermato su uno e uno soltanto, ripetendoselo fino alla tortura: “Ho bisogno di piangere, ho bisogno di piangere tra le braccia di una donna, come un neonato gigante. Non voglio la dignità, non voglio la promozione, voglio i seni di una donna! I seni di una donna! Sono un mammifero, ne ho diritto! Ridatemeli!”

(di Giuseppe Rizza)