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Lasciarsi un po’ dimenticare – Daìta Martinez

la fioritura del ciliegio l’incantesimo
di una cantilena e nella danza di una
trottola il vento tutto sul viso di aziza
come ieri e ieri l’altro non era la cesta
dentro la casa dei fornelli delle parole
dei piatti a sbuffo e blu il mento tra le
nuvole sopra la bocca del sole ninnata
ai campanelli delle persiane svoltate a
festa per ancora un sorriso sulle ciglia
il dono d’uno scoiattolo la leggerezza
di una piuma tra le gambe del basilico
ché lasciarsi un po’ dimenticare dalla
paura ha soave sapore d’un sì d’amore

(Daìta Martinez, “Liturgia dell’acqua”, Anterem, 2021)

La bellezza dell’esistere e del mondo circostante spesso viene offuscata e deformata dalle percezioni individuali che, nel groviglio delle interpretazioni soggettive, fungono spesso da disturbo, impedendo di accedere alla natura autentica dei fenomeni, degli altri, delle relazioni: la paura è uno dei filtri più ingombranti in questo senso, operante spesso a livello sotterraneo e inconsapevole, altre volte rendendosi talmente persuasivo (e pervasivo) da vincolare ogni azione o pensiero.

In questi versi di Daìta Martinez, incentrati intorno ad un’immagine femminile di particolare grazia, che sembra ammiccare a certa poesia araba (si pensi in particolare ai quadretti della poesia di Ibn Hamdis) tale preziosa bellezza è a un passo dall’essere raggiunta, e la chiave sembrerebbe quella di immergersi in un vuoto di sé, in un’accoglienza piena, rinunciando lentamente ed inesorabilmente ad ogni timore, per diventare tutt’uno con essa, in un gesto che equivale ad un “sì d’amore”.

La paura è dunque in opposizione al sentimento autentico nei riguardi della natura e del bello, è in qualche modo un attaccamento al sé e non all’altro, il cui segreto è capace di precludere con la lusinga dell’autoconservazione.

“sul viso di aziza” (nome che suggerisce un atto di forza, di possibilità: l’etimologia suggerisce “potente”, “forte” ma anche “amata”, “preziosa”), lussureggiano infatti “la fioritura del ciliegio l’incantesimo / di una cantilena e nella danza di una / trottola il vento”: gli elementi ambientali (che rimandano al divenire, alla provvisorietà, a uno splendore istantaneo e passeggero, impermanente) si intrecciano a quelli della vita quotidiana (“la cesta / dentro la casa dei fornelli delle parole / dei piatti” che, per quanto abitudinari, sono allo stesso modo transitori) fino alla soluzione finale, che collega “la leggerezza / di una piuma” e “il dono d’uno scoiattolo” al “lasciarsi un po’ dimenticare / dalla paura”, per poter comprendere il “soave sapore d’un sì d’amore”.

Questi ultimi richiami pongono in ulteriore opposizione il sentimento del timore a quello della levità, confermando l’impressione che la paura non può che essere un impedimento, un peso, una presenza ingombrante per accedere a quel “sì d’amore” che, in ultima istanza, è un sì al mondo, un pieno accogliere la sua intensità, per quanto a volte terribile, fino a diventarne parte, senza alcuna separazione tra io e non-io: farsi riempire da tutta la bellezza del mondo, paradossalmente, avrà l’effetto di liberare dalla gravità degli affanni, per raggiungere “la leggerezza / di una piuma” cullata dal vento.

 
Mario Famularo