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Quando tutto sarà finito ritroviamoci quaggiù – Angelo Andreotti

Il passo è un crepitare di cristalli
schiantati contro questa nebbia asciutta,
bianca, fatta di suoni senza voci
e di un opaco chiarore senza luce.

Le notti non dormono qui.

Si alzano in volo cercando quel cielo
che c’è, malgrado tu non lo distingua.
Quale assenza ti resta, se non
il calmo fermento di un faro
quella sua nebulosa iridescenza
che nulla indica
   e intorno
nient’altro che ti orienti, che ti dica
a che punto sei del cammino.

*

Dal tuo passo catturo la fretta
ma l’ora qui è deserta. Guarda e attendi.
Persino i ricordi si fermano
e cuciono storie diverse
da quelle che ti avevano ingannato.
E i suoni ascoltali, così distinti
come a segnare il passo al tuo sentire.
I colori poi … talmente indaffarati
da riempire tutto ciò che trovano.
Ma i profumi! I profumi
si aprono e chiudono a fisarmonica
ed è un gioioso vibrare nell’aria.

          Quando tutto sarà finito
          ritroviamoci quaggiù.

(Angelo Andreotti, “Tra parola e mondo”, Manni, 2021)

L’io e il tu lirico sono spesso chiavi di volta del testo poetico, in grado di armonizzarne l’impianto sensoriale, di mutarne lo sguardo, la percezione del mondo, la prospettiva di significato; il procedimento è meno banale di quanto appare, perché mostrare la distanza tra una visione incentrata sull’io e una orientata da un tu è differente da un’allusione o un’argomentazione logica in tale direzione: Angelo Andreotti, nello scegliere i testi qui riportati ad apertura e chiusura del suo ultimo lavoro, non può averne ignorato la natura simmetrica e complementare, in tal senso.

Il primo di essi tratteggia un “passo … crepitare di cristalli / schiantati”, in cui l’io del testo testimonia una “nebbia asciutta … suoni senza voci … chiarore senza luce”, in una assenza estesa che si trasfigura nell’ambiente circostante, nonostante il cielo ci sia, “malgrado tu non lo distingua”. I versi confermano questa mancanza, chiedendosi “quale assenza ti resta, se non … un faro … che nulla indica | e intorno / nient’altro che ti orienti, che ti dica / a che punto sei del cammino”; l’assenza di un punto di riferimento è innanzi tutto relazionale (l’io lirico si rivolge a sé stesso, e gli elementi ambientali non sono che estensioni della propria percezione, trasfigurazioni del suo sentire), e in secondo luogo di prospettiva: la mancanza di un “tu”, anche simbolico, in questo testo, costringe il sé a interpretare il mondo e le sue manifestazioni in funzione propria.

Il secondo testo è in ferma opposizione a quanto rilevato sin qui: ma non è semplicemente una questione di inserire un “tu” nel testo (che è presente, ma perlopiù sottinteso, a parte l’espressione “dal tuo passo catturo la fretta” e l’esortazione della chiusa) ma di constatare cosa può comportare la sua presenza nella percezione del mondo e dell’altro da sé: nonostante l’ora sia “deserta”, essa non diventa semplice estensione dell’io, che invece invita ad attendere, nella constatazione che i ricordi potrebbero essere frutto di “storie diverse / da quelle che ti avevano ingannato”. Ed ecco l’invito ad accogliere il mondo, a comprenderlo senza costringerlo al proprio sé: “… i suoni ascoltali … i colori poi … talmente indaffarati / da riempire tutto ciò che trovano … i profumi / si aprono … ed è un gioioso vibrare nell’aria”.

L’invito finale, di particolare efficacia, ha in quel “ritroviamoci” una potenza decisiva, nonostante sia preceduto da un “quando tutto sarà finito”: la possibilità di contatto autentico, di condivisione e accoglimento di questo “tu”, le cui accezioni sono naturalmente molteplici – diventano dunque prospettiva di significato e di orientamento, al punto di giustificare, depotenziandola e relegandola ai margini dell’esistere, la fine di ogni altra cosa.

Mario Famularo