Interviste
Intervista alle sperimentazioni poetiche contemporanee (II)
Giuseppe Calandriello
a cura di Andrea Paoli
(foto di Walter Catalano)
A: Ciao Giuseppe, mi sapresti dire in breve in cosa consiste il movimento dell’asemica e perchè esiste? Qual è, se c’è, il rapporto fra l’asemica e la poesia sperimentale?
GC: La scrittura asemica esplora il segno e tralascia il significato liberandolo dalla sua funzione comunicativa per riportarlo alla sua potenza espressiva. Evito di addentrarmi in un excursus storiografico (Capogrossi, Blank, Villa, Accame e molti altri) per affermare che oggi essa rappresenta un atto di resistenza: in un’epoca di iper-semantizzazione e controllo dei significati, l’asemico libera il segno da ogni “padrone”, opponendosi a qualsiasi forma di imposizione. È una scrittura che si sottrae e si apre a infinite interpretazioni senza diventare strumento oggettivo.
Il rapporto tra scrittura asemica e poesia sperimentale è complesso. Se la poesia sperimentale è una categoria storicizzata, la scrittura asemica potrebbe rappresentare la sua deriva più estrema: l’ultimo passo di una sperimentazione che ha annientanto il linguaggio fino a lasciarne solo la traccia, anche minima. Tuttavia, questa visione è limitante, poiché la scrittura asemica non è solo il risultato della dissoluzione del senso nella scrittura (e quindi anche nella poesia), ma anche un atto di sottrazione che non sperimenta sul linguaggio, ma lo mette in discussione, opponendosi alla sua necessità quando questa diventa un’imposizione.
Se, per alcuni, la poesia è “tutto e niente”, allora la scrittura asemica si colloca nel “niente”, rivendicando la libertà assoluta del segno. In questo senso, non è più nemmeno sperimentazione, ma necessaria pratica di ribellione.

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A: Che senso potrebbe avere una scrittura asemica creata con sistemi di intelligenza artificiale data la sua origine di “rifiuto del significato”?
GC: A mio avviso, la scrittura asemica generata dall’IA rappresenta un paradosso: da un lato, è il risultato di un comando esplicito, quindi porta con sé un’intenzione precisa, anche se il prodotto è privo di significato; dall’altro, se il suo “senso” è proprio quello di “non avere senso”, finisce inevitabilmente per averne uno. Lo stesso vale per l’essere umano: se la scrittura asemica umana nasce dall’intenzione consapevole di sottrarsi al significato, allora questa sottrazione diventa, a sua volta, un atto dotato di senso. Ovviamente mi riferisco all’atto della scrittura asemica, non al significato del testo risultante. La differenza principale risiede quindi nell’origine profonda del gesto. L’IA risponde automaticamente a un input predeterminato, senza necessità, senza emozione e senza un’esperienza che la conduca a una catarsi, obbedendo ciecamente al suo padrone. Al contrario, l’essere umano pratica la scrittura asemica perché avverte un’urgenza esistenziale, vivendo la costante contraddizione tra segno e linguaggio. La scrittura asemica diventa così un atto simbolico e radicale di liberazione dal dominio del significato, non una semplice mancanza di senso. Il limite della scrittura asemica prodotta dall’IA è che non rappresenta una ribellione autentica, ma solo un simulacro di caos, poiché ha sempre bisogno di un comando per esistere.
continua […]
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