Approfondimenti
Dalla letteratura elettronica al fascino della letteratura inesistente (II)
a cura di Andrea Paoli
La definizione di “potenziale” risulta quindi chiara e, dal fatto che la potenzialità si esprima, come già detto, in un rapporto fra la possibilità che un processo avvenga e che non avvenga (letto/non letto ecc…) ne deriva che un uomo, per il semplice fatto di avere dei pensieri, non esprimerebbe alcun potenziale se non avesse un modo per comunicarne all’esterno solo alcuni.
È qui che dalla Letteratura Potenziale si passa a una letteratura impossibile o inesistente. Ci possiamo domandare, infatti, che cosa accade quando, di fronte alle macchine di oggi, il risultato è preciso e predeterminato ma noi non possiamo visualizzarlo.
Pensiamo ad esempio a GPT. Dando come input una parola otterremo un dato output. Se, una volta raggiunta la risposta, GPT non ce la comunicasse, quella risposta che cosa sarebbe per noi? Le possibilità sono due:
1) Potrebbe essere considerata esattamente come una pagina stracciata per cui intenderemmo GPT come un enorme libro che si brucia da solo in continuazione.
2) Potrebbe essere considerata come un pensiero inespresso e dunque ne consegue che, in questo caso, intenderemmo GPT come una mente.
Io parteggio per la prima possibilità perché, per la seconda, ci vorrebbe un sistema d’immagazzinamento e, soprattutto, di coscienza rispetto alla risposta che, almeno per ora, i sistemi di AI non hanno. Un altro motivo che mi spinge verso la prima possibilità è che, se dicessimo che il risultato inespresso di una macchina equivale a un pensiero umano, verrebbe meno non solo la tanto discussa differenza fra l’uomo e la macchina ma anche la differenza fra l’uomo e il libro, differenza in cui mi piace
credere.
È nota la frase secondo cui leggere equivarrebbe a impadronirsi delle storie e dei pensieri delle altre persone, allora, se uniamo questo concetto alla seconda ipotesi, otteniamo il fatto che una libreria sarebbe solo una selezione molto ristretta di una “libreria generativa”, ossia una “cervelleria”: un insieme di cervelli ognuno con il proprio punto di vista e i propri pensieri.
“È sciocco pensare di dover leggere tutti i libri che compri, come è sciocco criticare chi compra più libri di quanti ne potrà mai leggere. Sarebbe come dire che dovresti usare tutte le posate o occhiali, cacciaviti o punte da trapano acquistati prima di acquistarne di nuovi. Ci sono cose nella vita di cui abbiamo bisogno di avere sempre scorte in abbondanza, anche se ne
utilizzeremo solo una piccola parte. Se, ad esempio, consideriamo i libri come una medicina, capiamo che è bene averne tanti in casa piuttosto che pochi: quando vuoi stare meglio, allora vai all’“armadio dei medicinali” e scegli un libro, uno a caso, ma il libro giusto per quel momento. Ecco perché dovresti sempre avere una scelta nutriente. Chi compra un solo libro, legge solo quello e poi se ne sbarazza. Applica semplicemente ai libri la mentalità consumistica, cioè li considera un prodotto di consumo, un bene. Chi ama i libri sa che un libro è tutt’altro che una merce.”
Questa è la famosa frasi di Umberto Eco sulla sua libreria. Sappiamo che i libri non sono una merce, sappiamo che i libri sono innanzitutto dei pensieri, ma perché, se vengono letti come singole medicine, non possono essere affiancati dalle menti-farmacie già presenti? Il rischio, però, resta quello di non prendere nessun medicinale perché gli scaffali sono troppo incasinati e pieni di farmaci inutili e scaduti.
“I will save you all”, Giuseppe Calandriello. La scritta è illegibile e pericolosa a causa dell’uranio presente nell’opera.
Tutto il potenziale letterario si esaurisce nel contatore geiger.
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