Interviste
Intervista alle sperimentazioni poetiche contemporanee (IV)

Foto di Francesca Tilio
Francesca Gironi
A: Ciao Francesca. Il modo in cui metti in relazione il tuo corpo con la poesia mi ricorda in qualche modo Tomaso Binga (che fra l’altro è stata inserita nel numero 2 di “Asemica”, rivista curata da Calandriello). Pensi ci sia una linea che possa unire te e la poesia visiva fino all’asemica?
FG: Quando ho immaginato la copertina di A, il mio ultimo libro pubblicato da Edizioni Prufrock spa, pensavo proprio di citare l’Alfabeto di Tomaso Binga. Ho fatto delle prove fotografiche del mio corpo a forma di A, poi però ho accolto la proposta grafica dell’editore. All’interno del libro c’è una serie di fotografie di Francesca Tilio che mi ritraggono in una sequenza con l’hula hoop. L’idea iniziale era quella di ispirarmi ai flip book. Anche il libro precedente contiene una serie fotografica del mio corpo in movimento. C’è sicuramente la volontà da parte mia di portare una traccia del lavoro performativo anche sulla carta. La danza è un linguaggio astratto. Con il testo non ho mai lavorato in direzione asemica.
Credo che nelle intenzioni di Tomaso Binga ci fosse quella di scrivere col corpo e con un corpo di donna, ribaltare la prospettiva del corpo femminile tradizionalmente scritto e ritratto, rinvedicando un’autorialità. Un corpo che scrive e un corpo che ha voce. Nel mio libro, A è la prima lettera dell’alfabeto ma è anche ovviamente desinenza femminile.

A: E allora, a proposito di corpo, “in questo gigantesco mercimondo” dove pensi che andrà a finire?
FG: Dico delle ovvietà, il nostro corpo è già spezzettato e smaterializzato. Quando si riappropria dello spazio pubblico nella protesta è ostacolato, regolamentato, a volte bastonato. La danza nello spazio pubblico è per me un atto che, esulando dalla produzione e dal consumo, fuori cornice e fuori luogo, realizza una piccola utopia.
Nella poesia che citi, la bambina è esposta a continue sollecitazioni dal “mercimondo” a cui appartiene. Manifesta però una volontà, che non è più appannaggio maschile, per cui è suo “il giardino del re”.[1]
[1] In questo gigantesco mercimondo / di attrazioni sfavillanti / macchinine dinosauri squali / placidi nella vasca / al tuo cospetto in fila / come alla posta / cresce in te bambina l’erbavoglio / un gioco un gelato un tirannosauro / il costume da pompiere / la favola del lupo / e che il sole non tramonti, / dove te ne vai, sole? urli. / E tuo è il giardino del re.
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