Recensioni
Dean’s Rag Books. I primi libri di pezza della storia
a cura di Fabrizio Mugnaini

Quando il libro si lascia abbracciare.
Sul dorso manca quasi completamente la stoffa rossa. I bordi sono sfrangiati, le cuciture consumate, il tessuto piegato dal tempo. Eppure i colori delle immagini sono ancora sorprendentemente vivi. È così, attraverso la descrizione di un piccolo libro di cotone comparsa molti anni fa in un catalogo antiquario, che ho incontrato per la prima volta i Dean’s Rag Books.
Stavo cercando materiale su Luigi Bartolini. Non avevo ancora visto l’oggetto, ma quella scheda — così esatta nel nominare ciò che il tempo aveva tolto e ciò che aveva risparmiato — mi fece venire voglia di cercarlo. Prima del libro venne dunque la traccia del suo corpo: un dorso quasi scomparso, qualche cucitura, il colore che resisteva.
Da quella curiosità è nata una ricerca; dalla ricerca, una collezione di circa ottanta esemplari; dalla collezione, infine, la mostra I Dean’s Rag Books, libri da abbracciare. I primi libri di pezza della storia, allestita alla Biblioteca San Giorgio di Pistoia. Ma “libri da abbracciare” non è soltanto una formula affettuosa. Descrive con precisione il modo in cui questi oggetti sono stati pensati: non davanti al corpo del bambino, bensì dentro il raggio dei suoi gesti.

La misura del gesto
Un Rag Book può essere afferrato, piegato, trasportato, stretto. Sopporta il gioco e la lettura, ma anche quella zona incerta in cui il bambino non distingue ancora l’uno dall’altra. La stoffa non sostituisce semplicemente la carta: modifica le condizioni dell’incontro con il libro.
Di solito è il lettore a doversi adeguare alla fragilità dell’oggetto. Qui accade, almeno in parte, il contrario. Il libro anticipa il gesto disordinato del suo destinatario e gli va incontro. Non esige mani già educate alla pagina; può entrare nella vita del bambino prima che la cautela diventi una regola. La resistenza del tessuto è perciò anche una scelta editoriale: dice quale relazione si immagina tra l’oggetto e chi lo userà.
Uno degli esemplari che più mi è rimasto impresso raffigura un bambino con un pappagallo su uno sfondo rosso intenso. I colori sembrano trattenuti dalla trama e, insieme, leggermente assorbiti. La stoffa non si limita a ricevere l’immagine: le dà una temperatura, ne addolcisce i contorni, cambia perfino il modo in cui resta nella memoria. Guardare questi libri significa allora considerarli contemporaneamente come pubblicazioni e come corpi materiali.
Un catalogo può registrare il titolo, la numerazione, la lingua, l’edizione. Soltanto l’esemplare permette di osservare la qualità del tessuto, il tipo di cucitura, la costruzione del dorso, le differenze fra una tiratura e l’altra. E soprattutto conserva ciò che le schede difficilmente sanno descrivere: la pressione delle mani, le pieghe ricorrenti, la piccola topografia dell’uso. La collezione è diventata così uno strumento di ricerca non malgrado le imperfezioni degli esemplari, ma anche grazie a esse.

Una storia senza primati
I Rag Books sono legati alla storia della casa editrice inglese Dean & Son, protagonista dell’editoria per l’infanzia fra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento. La sua importanza non consiste nell’avere semplicemente prodotto libri di stoffa, ma nell’averne fatto una proposta riconoscibile, organizzata e capace di circolare oltre il mercato inglese.
Il sottotitolo della mostra raccoglie in una formula immediata la forza di questa invenzione. Sul piano storico, tuttavia, preferisco evitare un primato assoluto: è più corretto parlare dei Dean’s Rag Books come di una delle prime e più significative esperienze sistematiche del libro di stoffa per l’infanzia. La distinzione non indebolisce il loro rilievo; al contrario, permette di osservarlo senza trasformare una storia complessa in una genealogia troppo comoda.
Le diverse versioni linguistiche e gli adattamenti destinati ai mercati europei mostrano quanto rapidamente quell’idea editoriale avesse imparato a viaggiare. Gli esemplari seguono materialmente questa circolazione: nelle varianti, nelle soluzioni costruttive, nel modo in cui uno stesso progetto viene riformulato per pubblici differenti. La mostra mantiene al centro la produzione Dean’s, ma la colloca accanto alle esperienze che, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Francia e in Italia, avrebbero sviluppato altre forme del libro tessile.
Anche il marchio della casa editrice racconta il progetto meglio di molte dichiarazioni programmatiche: due cani sembrano contendersi un libro di stoffa. Non lo contemplano, non lo custodiscono; lo afferrano. Il volume appartiene già alla scena del gioco e il logo, anziché limitarsi a identificare un prodotto, ne mette in figura l’uso. È una piccola immagine di lotta e di possesso, quasi la dimostrazione che quel libro è fatto per resistere alla relazione.
La fortuna dei Rag Books non termina con Dean & Son. Nel corso del Novecento editori e produttori di Paesi diversi sperimentano materiali, formati, tecniche di stampa e costruzioni nuove. Proprio questa discendenza irregolare aiuta a misurare l’importanza dell’esperienza Dean’s: non un’origine unica da cui tutto deriva, ma uno dei luoghi in cui il tessuto entra stabilmente nell’immaginazione editoriale. Da materiale resistente diventa possibilità progettuale.

Ciò che l’uso lascia
Nei libri di carta il tempo agisce sulle pagine, sulla legatura, sulle copertine. In un libro di stoffa attraversa l’intero corpo dell’oggetto: il tessuto cede, gli orli si sfrangiano, le cuciture si allentano, i colori cambiano. Il deterioramento non è un accidente esterno alla storia del libro. In parte, è quella storia.
Per questo conservare un Rag Book richiede un equilibrio difficile. Bisogna proteggere l’esemplare senza cancellare il fatto che è nato per essere toccato, piegato, talvolta trascinato nel gioco. Una cucitura consumata è un danno, ma è anche la prova di un gesto ripetuto; una piega segnala una fragilità e insieme registra il modo in cui il libro veniva chiuso o stretto. Restaurare non dovrebbe significare restituire un’innocenza che l’oggetto non ha mai avuto.
Durante le ricerche mi sono imbattuto anche in conoscenze tradizionali sulla conservazione dei tessuti, fra cui l’impiego dell’albume d’uovo per contenere lo sfrangiamento della stoffa. Non è una pratica nata nella mia collezione, né un’indicazione da applicare agli esemplari: è la traccia di un sapere materiale con cui, in passato, si cercava di prolungare la vita degli oggetti tessili. Un dettaglio laterale, forse, ma capace di allargare la storia del libro alla storia delle mani che lo hanno fabbricato, usato e curato.

Restituire il tatto
La materia pone infine una questione che non riguarda soltanto la conservazione: l’accessibilità. Se una parte essenziale dell’identità di questi libri risiede nella consistenza, nelle cuciture e nella possibilità di deformarli, una mostra che li consegni esclusivamente allo sguardo restituisce inevitabilmente un oggetto dimezzato.
Gli originali non possono essere sottoposti a una manipolazione indiscriminata. La tutela impone la distanza della vetrina. Ma proprio quella distanza può essere resa leggibile, anziché nascosta, affiancando agli esemplari materiali predisposti per l’esperienza tattile, con particolare attenzione alle persone non vedenti. Non si tratta di simulare l’originale né di sostituirlo: si tratta di riaprire, in forma controllata, il campo di gesti per cui il Rag Book era stato progettato.
In questo caso l’accessibilità non è un’aggiunta pedagogica applicata alla fine del percorso. Nasce dalla natura stessa dell’oggetto. Un Dean’s Rag Book è stato pensato per stare nelle mani; consentire al tatto di rientrare nella mostra significa restituirgli una parte della sua intelligenza editoriale.

Una mostra aperta
La mostra di Pistoia nasce da una collezione privata, ma non coincide con la semplice esposizione di una raccolta. Porta nella circolazione pubblica oggetti rimasti a lungo nelle scatole, sugli scaffali, nelle fotografie e nelle schede di studio. Li sottrae per qualche tempo alla solitudine della conservazione e li rimette in rapporto fra loro.
Per questa ragione Pistoia non è necessariamente un punto d’arrivo. Il progetto può incontrare altre sedi e, cambiando luogo, cambiare domanda. Una biblioteca può insistere sulla storia dell’editoria e della lettura; un museo del tessile sulla materia, sulle tecniche e sulla stampa; altri contesti possono interrogare l’illustrazione, l’infanzia o l’accessibilità. La mostra non perde identità quando si sposta: verifica, ogni volta, quale parte della collezione il nuovo spazio è capace di rendere visibile.
A più di un secolo di distanza, questi piccoli libri continuano così a mettere in crisi un’abitudine: pensare che la forma sia soltanto il contenitore del testo. Nei Rag Books la forma decide chi può avvicinarsi, come può farlo e quanto liberamente può usare l’oggetto. La lettura comincia prima delle parole, nel momento in cui la mano misura il peso, incontra la trama, scopre che il libro cede senza rompersi.
Forse è questo che continua a renderli moderni. Non l’aver sostituito la carta con la stoffa, ma l’aver progettato il libro a partire da un corpo reale: impaziente, curioso, incapace di separare del tutto la conoscenza dal gioco. Un corpo che non si limita a leggere il libro. Lo prende, lo piega, lo stringe. E, stringendolo, ne diventa per un momento parte.
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