Approfondimenti
Storia di Anna che divenne un pesce III (Isabella Capurso)
Capitolo III
La metamorfosi

‘Signora, deve cercare di restare il più possibile immobile!’
La voce del radiologo raggiunse Anna fin dentro il macchinario della risonanza magnetica.
‘Non ci riesco!’
Esclamò quella che, pur vergognandosi, non riusciva a controllare la propria stizza.
Il macchinario fu spento e, con un rumore secco, il lettino su cui giaceva la donna fu tirato fuori. La
testa di Anna era stata immobilizzata in un casco; dei tappi che le avevano sbrigativamente infilato
nelle orecchie, uno era caduto di lato.
‘Signora, si sente male?’
Le domandò il radiologo, che nel frattempo aveva lasciato la sua postazione agli schermi e l’aveva
raggiunta.
‘Non lo so. Forse sì.’
Aveva un’aria stordita.
‘Ci aveva detto che non era claustrofobica.’
‘Non lo sono, infatti. È il rumore. Non riesco a trattenermi… Mi fa sobbalzare.’
Il dottore le risistemò i tappi nelle orecchie.
‘Si deve immaginare la risonanza magnetica come una specie di macchina fotografica che ricostruisce
il suo corpo attraverso tantissime fotografie. Se non sta ferma, non si riesce a ricostruire bene
l’immagine, che poi appare mossa o incongruente. Mi segue? Lei pensa che possiamo continuare?’
Le chiese pazientemente.
‘Francamente, non lo so. Proviamo.’
Il radiologo fece un cenno all’infermiere e tornò alla sala degli schermi, nella stanza adiacente.
Anna fu condotta nuovamente sotto i campi magnetici e le onde radio del macchinario. Quando il
rumore ricominciò, la sua figura prese a traballare e agitarsi.
‘Stop, basta.’
Il dottore spense nuovamente la macchina e, con gelida cortesia, invitò la paziente a ripresentarsi
un’altra volta o, eventualmente, a richiedere una TAC: meno invasiva e più rapida.
‘Sai qual è la cosa più allucinante?’
Chiese Anna ad Elisa, quando ebbe finito di raccontarle l’episodio.
L’amica picchiettò qualche briciola del cracker che stava smangiucchiando, per lasciarla cadere a un
piccione. Immediatamente, altri volatili le planarono ai piedi. Le due donne si erano trovate a
passeggiare ai giardini pubblici.
Vieni a casa da me. Non voglio stare fuori.
Le aveva chiesto Anna. Ma lei aveva insistito perché uscissero, in una rara giornata di sole invernale,
come quella.
‘Cosa?’
‘Sono andata a rivestirmi e, quando sono uscita dallo spogliatoio, ho trovato l’infermiere ad
aspettarmi. Stava lì, davanti alla porta di uscita, che faceva finta di niente, ma era chiaro che mi
aspettava.’
‘Beh?’
‘Mi tira fuori un biglietto da visita e mi fa: tenga, se avrà bisogno di fare altri esami d’urgenza può
chiamare me, le farò saltare la fila!’
‘L’infermiere?’
‘L’infermiere.’
‘E quindi?’
Anna si mise a scartabellare nella borsa e ne tirò fuori un bigliettino rettangolare.
Elisa lo prese con aria divertita e lesse ad alta voce:
‘Gianfranco Bazzani. Docente di sessuologia e educazione all’affettività. Anche infermiere
specializzato in radiologia. Contatti… Anche infermiere in radiologia, dai, ti è andata bene.’
‘E non è finita.’
L’amica rideva di gusto mentre Anna, con aria ammiccante, proseguiva il suo racconto.
‘Quando mi ha dato il biglietto, io non l’ho letto subito. Gli ho detto grazie e tanti saluti. Allora lui
cosa fa? Mi accompagna alla porta, me la apre e mi si avvicina con aria circospetta, come a dire:
avvicinati che ti dico una cosa.’
Elisa si era portata una bottiglietta d’acqua alla bocca e, in quella, un eccesso di risa a momenti la
strozzò. Ora rideva anche Anna.
‘Mi ha detto: non avevo mai visto una così bella donna d’argento.’
‘Stai scherzando?’
‘Purtroppo, no.’
‘Oh Gesù.’
Terminati i cracker, Elisa sollevò il busto e si liberò il cappotto dalle briciole con qualche colpetto
della mano.
‘La gente sta male.’
‘Già.’
‘Senti.’
Cominciò Elisa.
‘Ci prendiamo un caffè? Comincia a fare freschino.’
‘Preferirei andassimo a casa da me, te l’ho detto.’
Anna si era rabbuiata e l’amica non ebbe il cuore di insistere. Intuiva che ci fossero delle novità, ma
non osava chiedere.
‘Va bene!’
Esclamò con finto entusiasmo.
Giunte a casa, sul bel tavolo della cucina, la padrona di casa servì il caffè.
‘Non te li togli mai?’
Chiese Elisa, alludendo agli occhiali da sole che Anna ancora portava.
‘Un momento.’
Le rispose l’amica.
‘Ti volevo mostrare delle cose.’
Elisa ingurgitò il caffè in pochi secondi, appoggiò la tazzina al tavolo e rimase in attesa con aria
interrogativa.
Anna si sfilò gli occhiali e la guardò dritta.
Il suo volto aveva qualcosa di strano.
‘Mi vedi?’

Le chiese, rimanendo immobile per farsi analizzare.
Elisa si alzò dalla sedia e le andò vicino. Cominciò a scrutarle il viso.
La prima impressione era che i suoi occhi fossero leggermente più grandi: apparivano come filtrati
attraverso delle lenti per la miopia. Guardandola bene, emergeva pure come le sue pupille fossero
totalmente dilatate: due grandi bottoni lucidi e neri.
Elisa ne fu impressionata.
‘Ma da quando?’
Chiese, tanto per dir qualcosa.
‘Non è tutto: guarda.’
Anna fece una strana smorfia con la bocca, nel tentativo di distendere al massimo le labbra,
orizzontalmente, ma stavolta l’amica non notò nulla.
‘Lo vedi?’
‘Mi pare tutto a posto.’
‘Guarda bene.’
Anna si profuse nuovamente nello sforzo.
‘Non è troppo larga?’
Bofonchiò mantenendo quella contrazione facciale.
Elisa si soffermò meglio.
Forse un po’ sì.
Pensò, ma ripeté:
‘E’ a posto.’
Anna si ricompose. Sembrava delusa, ma in fretta tornò a esclamare:
‘Vieni!’
La prese per un braccio e la guidò in camera da letto, dove troneggiava un grande armadio con le ante
a specchio. Si sollevò il maglione e la canottiera fino a svelare completamente la schiena magra: la
testa le era rimasta infagottata nei vestiti.
‘Guarda da vicino.’
Il tronco di Anna si presentava completamente bianco. Elisa si avvicinò a esaminare la pelle: questa
appariva lattiginosa lungo la spina dorsale ma, verso i fianchi, sembravano svilupparsi due aree
simmetriche di minuscoli pois argentati, appena visibili. Lungo la colonna, nella parte superiore,
apparivano dei piccoli nei rossi, uno in fila all’altro in perfetta geometria.
‘Li vedi i nei rossi?’
‘Ah, questi sono i nei rubini che diceva il dermatologo, ok. Sì, li vedo.’
Anna si risistemò il maglione.
‘No, lui ne aveva trovato uno solo. Sai cosa significa questo? Che gli altri sono venuti dopo, nel giro
di pochissimi giorni.’
Elisa non sapeva cosa dire, se ne uscì dunque con un pallido: cosa dice il dottore?
‘Mi ha detto di andare in un centro malattie rare, lo sai. Te l’ho già detto al telefono.’
Anna era irritata. Il biancore delle sue guance si era ora colorito di un rosa pesca. Il suo stato appariva
effettivamente piuttosto preoccupante.
‘Un’ultima cosa.’
Liberò i capelli di un fermaglio che glieli teneva raccolti dietro la nuca. Da una decina d’anni, ormai,
copriva quelli bianchi con delle tinture chiare all’henné, che le donavano una colorazione biondo
cenere piuttosto elegante.
‘Ecco.’
Con la mano si sfoltì la chioma, rivelando delle calvizie.
Fu soprattutto questo ad angosciare Elisa.
‘Quando andrai a quel centro?’
Le chiese seria.
‘Lunedì.’
‘Lunedì? Bene, oggi è giovedì. Mi sembra buono.’
Anna si abbandonò a sedere sul letto. Era un letto a due piazze, ma vi dormiva sola da parecchio
tempo. Quand’anche nella sua vita post coniugale aveva avuto altri partner, aveva preferito non
stabilizzarne la presenza in casa, soprattutto in virtù delle figlie. Ad ogni modo, dopo una parentesi
di qualche anno in cui si era trovata nuovamente innamorata con un uomo sposato, ora la vita di Anna
era tornata quella di una single matura e capace di stare da sola.
‘Ho cercato su Google in lungo e in largo. Ho persino cercato in inglese e in francese, con l’aiuto di
un traduttore. Volevo vedere se trovavo qualcosa… Qualcosa di simile a questo.’
Si guardò i palmi lattiginosi delle mani e le dita, della stessa sfumatura di rosso di quei nei dorsali.
‘Non ho trovato niente. Niente di niente. Apparentemente, sono la sola persona al mondo a cui
succede questo.’
‘Beh, sai. Non è detto che non esista un’altra persona, se anche non la trovi online… Voglio dire, c’è
la privacy… E poi il mondo è grande. Sono cose degli… degli addetti ai lavori. Sono sicura che al
Centro sapranno darti una buona pista… Che dici?’
‘Non ho detto niente alle ragazze, ma pensavo di dirlo a Edoardo.’
Anna alluse al suo ex marito con aria interrogativa, come a chiedere: posso?
Era quel genere di esternazione che inorgogliva Elisa. Non si può dire che la loro fosse una
frequentazione di circostanza. Tutt’altro, anni di confidenze e vicinanza, nelle fasi più diverse della
loro vita adulta, l’avevano resa un’esperienza autenticamente profonda e densa di affetto. E pur
tuttavia, come ogni relazione stretta, anche questa soffriva di piccole storture: alterne fasi di unione e
di rivalsa, nonché sottili malizie e rapporti di forza. Era da questi ultimi che, a causa del carattere
docile e malleabile, Anna usciva puntualmente sconfitta.
Il lunedì venne, ma non portò novità. Alla nuova paziente del Centro furono prescritti molti esami;
taluni complicati e costosi, con preparazioni impegnative e faticose. Ed Anna, per paura e per fiducia,
pedantemente, li prenotò tutti. In breve, la sua agenda si riempì di numeri, indirizzi e appuntamenti.
continua […]
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