La passione dell’ostacolo (III)

Un saggio di Francisco Morán su Juana Borrero

Traduzione e cura di Gordiano Lupi

3. L’incontro con Carlos Pío Uhrbach. La Morte.

Alla fine del 1894 la Biblioteca de La Habana Elegante pubblica la raccolta di poesie Gemelas, dei fratelli Carlos Pío e Federico Uhrbach. Il libro reca la dedica “Alla memoria del maestro Julián del Casal” e si avvale di un’introduzione curata da Aniceto Valdivia (Conte Kostia). Presto il volume di versi giunge tra le mani di Juana Borrero, che annota nel suo Diario: “È appena arrivato nelle mie mani il libro degli Uhrbach, Gemelas. (…) Non so perché, ma intuisco tra queste pagine qualcosa di attraente e triste”. Presto la sua attenzione si concentra su Carlos: “Il primo ritratto…! È un volto superbo. Carlos deve essere pallido, un malato” (EI 39). Più tardi, in un biglietto del febbraio del 1895, il dardo del suo desiderio fissa Carlos Pío alla corrente irrefrenabile della scrittura: “Ho appena pensato a qualcosa di inaudito, impossibile, temerario. Ascolta Carlos. Entro due mesi tu sarai mio o io sarò morta. (41). Ancora una volta sarà l’impossibile a mettere in moto il suo desiderio, e in una lettera confessa a entrambi i fratelli: “Mi tormenta l’ossessione dell’ostacolo” (43).

Ricordiamo, a proposito di Juana Borrero, quel che afferma Vitier ne Las cartas de amor de Juana Borrero (Letras Cubanas, 2000): “Prima di leggere il suo voluminoso epistolario tutti credevamo che Juana Borrero fosse stata una bambina precoce, poetessa e pittrice di eccezionale talento, che aveva sentito una profonda attrazione per Julián del Casal e una passione, in un certo senso derivata da quella, (sic) per Carlos Pío Uhrbach”. Vitier riconosce che “tutto questo continua a essere certo”, ma conclude che “la prima cosa da considerare, qualitativamente, non è tanto il talento artistico (…), ma il pathos vitale di un’esistenza totalmente consegnata al destino amoroso”. Una lettura che conduce, ancora una volta, alla caratteristica teleologica della Nazione (Cintio Vitier, Lo cubano en la poesia, La Habana, Letras Cubanas, 1998):

   Se pensiamo che quel nome (Juana) fu anche quello di Cuba, e che il senso amoroso, prima di tutto destino storico, in esso racchiuso, è lo stesso che Martí vedeva nella nostra isola, ci sembra che su un piano profondo le contraddizioni si dissolvano, e che Carlos Pío morendo per Cuba, morì per Juana, e che lei, morendo nel suo delirio d’amore assoluto, si consegnava alla patria arricchendola con il mistero del suo destino straordinario.

In questa immagine poetica vediamo le nozze dell’eroismo, il sacrificio e la passione amorosa. Si tratta della caratteristica epifania con la quale deve culminare sempre la celebrazione barocca di quel che è cubano, celebrazione che non può risolversi se non nella cancellazione delle contraddizioni. Ma, per arrivare a questo risultato, dovremmo sempre mettere a tacere certi testi, dei gesti scomodi, tutto quello che non serve a mettere in luce il volto della nazione. Dovremmo trascurare, per esempio, che se Juana è Cuba, su entrambe – cioè sull’Isola e sulla sua creatura – volteggia, fatidico, l’uccello della follia.  È certo che c’è una passione, un pathos, che definisce la traiettoria poetica, umana ed esistenziale di Juana Borrero. Ma contrassegnando quel pathos con il marchio della passione amorosa, si mettono in secondo piano, si nascondono – ungendolo con l’olio sacro dell’amoroso-nuziale – le sue salite di tono, le sue sconcertanti deviazioni. Per questa ragione, preferisco parlare del desiderio e dell’ostacolo che, senza negare la possibilità reale, e persino intensa, dell’esperienza amorosa, ci permettono di andare ben oltre la stessa: viverla, metterla da parte, negarla, manipolarla, giocare con lei. Tanto Casal come Carlos Pío fornirono a Juana il combustibile che esigeva il suo desiderio: l’ostacolo, la barriera dell’impossibile. E certamente il suo desiderio non poteva essersi aggrappato a due impossibili più resistenti. Casal era il freddo, il marmo insensibile, come quello che, nel sonetto Apollo, Juana tenta di sedurre. E in quanto alla relazione con Carlos Pío, nacque sotto il segno della proibizione paterna. Juana, sedotta da quell’ostacolo, lo farà crescere fino a trasformarlo in un muro terribile, e pertanto, degno del suo desiderio, delle sue forze: “È davvero molto temerario che io ti scriva in queste circostanze”, dice a Carlos (EI 135). E in un’altra lettera: “Tu davanti a me facendo l’indifferente e parlando di tutto, e papà che vigilava” (213). Quella vigilanza rende metaforica la cella di Juana, limitata, definita dal campo visivo dello sguardo paterno. E, drammatizzandolo, Juana lo utilizza come strumento retorico che consolida la sua resistenza:

   Non credere che Papà dica certe cose tanto per dire. Il suo carattere energico non contempla la minaccia come una cosa fine a se stessa, ma come qualcosa che si compirà. Noi che lo conosciamo sappiamo fino a dove arriva la sua indissolubile volontà. Ti rendi conto che non è solo la codardia né il semplice timore a spaventarci? No, non recarmi un’offesa tanto ingiusta. Nello stesso momento in cui ti scrivo, quante complicazioni, quanti pericoli, quante minacce attiro sulla mia testa! (EI 216)

Di sicuro la sua non fu una reclusione strettamente metaforica. Probabilmente tutti i suoi timori erano infondati, ma non dobbiamo dimenticare che la resistenza di Juana aveva bisogno anche di un ostacolo che fosse alla sua altezza. La prigione, la vigilanza del padre, le mura della grande casa familiare inquietano e producono la scrittura. Il suo corpo gravita proprio in direzione di quel crocevia di prigionia e linguaggio. “L’isolamento genera le mie tristi visioni di sangue e morte”, riferisce a Carlos (EII 119). Non basta, tuttavia, la proibizione paterna. L’ostacolo deve inserirsi, anche, nell’oggetto dello stesso desiderio. Ed ecco farsi largo la passione – di non altro si tratta – della gelosia, in Juana Borrero. Nell’accidentato territorio simbolico della gelosia si accende, in profondità, l’impulso (auto)distruttivo della passione. In quello stesso territorio si vengono a delineare, nei suoi stessi lavori, le linee di frontiera e i diritti doganali. In primo luogo, è tramite la gelosia che la passione dell’assoluto può (auto)riconoscersi nella progettata scena di un crimine. “Sono capace del crimine per non perderti” (EI 305) dice Juana a Carlos Pío, minaccia che ripeterà con monotona insistenza: “Mi sento capace del crimine per non perderti” (315). E in un’altra lettera: “Quel che mi fa soffrire è la sfrontatezza delle diaboliche. Oh, con loro sono implacabile!. Le ucciderei con freddezza, credimi. Se io sospettassi che una di loro volesse attirare la tua attenzione… povera lei” (EII 369). Non si tratta di mere minacce, e Juana lo avvisa: “Con una rivale sarei implacabile. Quando non amavo come ti amo, mi vendicai crudelmente di una donna che tu hai già visto una volta” (EII 160). C’è un punto in cui l’oggetto che va distrutto comincia a oscillare, in modo tale che risulta impossibile separare il desiderio che minaccia (la rivale, supposta o reale) dal desiderio minacciato (Carlos Pío). Questo succede perché l’energia libidinosa può solo realizzarsi come scarica di distruzione e morte. “Il tuo amore mi porta all’estasi e al crimine” (EI 333), confessa. Si succedono, infatti, gli inviti suicidi e le pulsioni criminali nella sua corrispondenza. Tutto questo, inestricabilmente intrecciato all’erotismo pungente della ferita, della carezza che graffia, taglia, separa: “Carlos, vuoi che andiamo verso il luogo dal quale mai si ritorna? Vuoi morire come me?” (EI 318), “Ti amerei anche se tu fossi un grande criminale” (EI 347), “Ti accarezzerei persino con la punta di un pugnale” (EI 376), “Comprendo perfettamente che tu voglia uccidermi” (EII 153). Forse uno dei momenti della corrispondenza che meglio riflette questo conflitto è quando lei dice a Carlos: “Vorrei ucciderti senza toglierti la vita, annientarti senza perderti” (EII 194). Il piacere non consiste nel distruggere l’oggetto del desiderio, ma nel distruggerlo all’infinito. Non si tratta di annientarlo per sempre, ma incessantemente. Questo piacere devastatore smantella ogni frontiera, includendo, beninteso, quella dello stesso soggetto che desidera. Così Juana riferisce a Carlos un sogno nel quale quest’ultimo era andato in spiaggia. Era un mese che non lo vedeva e che non arrivavano sue lettere. Juana si rese conto che lui si era sposato. […]

continua […]