Simone Biundo, così, ExCogita, 2025 (Fabrizio Miliucci)

Avverbio di modo, di misura, congiunzione, interiezione – così – il termine che dà il titolo al nuovo libro di Simone Biundo, mette al centro della scena la questione del rapporto fra suoni e cose, e la funzione proteiforme della coerenza di senso e della coscienza individuale in un cumulo di proposizioni apparentemente casuale.

             Un’operazione metalinguistica in cui la poesia si fa strumento di indagine teorica, ribaltando il paradigma tradizionale per cui sono le parole che servono all’espressione. La dizione semiautomatica delle lasse che compongono il lungo poemetto (senza numerazioni interne né punteggiatura) si configura come una storia ipercontemporanea della lingua e della sua realtà. Chat, reel, banner pubblicitari: la comunicazione del postumano si espone nei suoi meccanismi di nonsenso (o nuovo senso del vacuo) facendo intravedere una storia di comune lacerazione, lo spettro di un’identità scissa che si muove, fra le parole che abita, come in una stanza squallida e ottusa.

si stacca dalla porta d’entrata così

si siede sulla tazza del cesso piscia

caga beve del tè scrolla i prodotti paga

la spesa aggiorna i preferiti il codice

la carta si depila l’inguine scorre il feed

la lista il riconoscimento biometrico

usa pollice e indice per le pieghe

dell’ano si connette alla chat scrive

di fare così e così con le natiche l’alluce

lo fa controlla l’aumento dei crediti

la parola brochure ah sì che brivido

l’igiene da perseguire la parola charme

Ad essere slogato grazie a una tecnica rigorosa che non concede cali di tensione è l’intero impianto logico-sintattico. Un soggetto blurrato a cui si attribuiscono azioni apparentemente non consequenziali si confonde (e diviene lui stesso) con l’oggetto delle sue azioni. Nel cumulo dei versi si sommano senza soluzione di continuità atti fisici e immateriali, sussulti linguistici e fredde giustapposizioni di immagini improntate a una qualche violenza autoinflitta, a una qualche pratica degradante, come nel caso della connessione insistita fra il gesto di zoomare un’immagine sullo schermo e quello di spianare rughe di pelle.

             Dati questi presupposti stilistici e contenutistici, così diventa ben presto il luogo di una crudele analisi, una camera della tortura allestita per testare la soglia del dolore di un sistema di soggetti anestetizzati, attraverso la residua facoltà di stabilire reali scambi di significato. Vorticosa spirale che si avvita su se stessa, la poesia di Biundo attraversa la realtà contingente livellando ogni riferimento attuale (ad esempio al genocidio di Gaza) secondo lo stesso schema comunicativo da tutti esperito: un bombardamento di stimoli che non lascia il tempo a razionalizzazioni o prese di coscienza.

             Se da una parte dunque la figura archetipica di questa scrittura può essere individuata nel fiume che scorre inesorabile (il fiume dell’informazione scissa dal conseguente intervento nella realtà) da un altro punto di vista lo scorrere impetuoso di queste lasse così ben congegnate non è altro che un’illusione prospettica: la fine del fiume tende a una congiunzione aberrante con il suo inizio, lo scorrere non è altro che uno stagnare, il fluire della coscienza è una paluda infestata di gorghi.

Nel deserto non succede che si va alla festa

le strobo il palco le casse la fuga gli spari

i morti gli stupri prende una pastiglia

si sballa non vede che lo sgombero succede

proprio adesso arriva la forza dell’ordine

casco scudo manganello ne prende

di botte si gonfia così che sputa in faccia

sputa perché non può non sputare

grumo perché non ha mezzi se non sputare

così sputa sulle armi sui guanti usa lo sputo

come arma perché può solo sputare gli sputi

muco catarro saliva polvere sangue

Sotto la cappa di questa pesante ipoteca linguistica, del senso e della realtà, l’io si dibatte faticosamente per ritagliarsi minimi spazi di azione che inesorabilmente gli vengono negati. Un altro movimento del libro sarà allora quello di una spinta dal basso verso l’alto e di una controspinta sproporzionata in termini di forza, una costante repressione di quanto vorrebbe venire alla luce, bucando la fitta maglia di parole. Il soggetto impersonato da Biundo in così prova a spezzare la catena di azioni inutili nella quale è intrappolato in maniera sempre più lucida e drammatica, trovando alla fine una sua coerenza, rintracciabile nei passaggi, apertamente metaletterari, del poema che ragiona su se stesso.

             Sebbene di pochi millimetri, la posizione dell’entità che anima le pagine di così compie uno spostamento in termini di percezione della cosa, arrivando a rappresentare quantomeno la coscienza del dolore di chi si sente drammaticamente escluso da una possibilità di agire. Nel mondo in cui tutto è disponibile e comunicabile, anzi, nel mondo in cui siamo costretti ad essere spettatori e quindi testimoni e complici coscienti della stortura, il soggetto singolo, ridotto a granulo infinitesimale, sente su di sé l’angoscia di non poter prendere parte. In fondo, così mette in scena l’ultimo aggiornamento della lotta fra l’io pulsionale e l’autocoscienza di una possibile dimensione morale che appare strumentalmente inibita da un sistema di violenza pulviscolare.

             La conclusione non può che essere pessimistica, sebbene in realtà il finale di questa opera-fiume rimanga aperta, proponendosi come un referto della situazione presente.

così giorno dopo giorno arriva alla fine

della giornata che consuma non spera nulla

dentro la paralisi dell’angoscia è al top

condivide la pole dance sul pennone

con la bandiera rivoli di scarico

non si interessa di politica la raccolta

di alimenti merda vaffanculo del decreto

non comprende l’esperienza della nascita

l’amore la speranza così ci crede merda

segnala il coraggio di pensare l’avvenire

a differenza di un avverbio un verbo

appassionari al nuovo a ciò che non è ancora

L’insistita metafora fecale del produrre e dello scorrere delle merci attraverso il corpo lascia intravedere qualche barlume di speranza per “ciò che non è ancora”. Nell’ecologia, nella partecipazione ai dolori dell’altro e nel boicottaggio del diffuso sistema di possesso che ci possiede sembrano realizzarsi le sbiadite speranze che la voce di così mima nelle ultimissime lasse.

             Biundo ci consegna un lavoro forte e composito, un piccolo libro-mondo che funziona come un carotaggio della coscienza collettiva contemporanea, animato da una straordinaria sensibilità e competenza linguistica: ccampionario di cose e di stati che conosciamo bene, catalogo delle nostre stesse nevrosi e delle nostre frustrazioni.

Fabrizio Miliucci