È troppo tardi? per appassionarci all’innocenza, è troppo tardi?

È troppo tardi? per appassionarci all’innocenza, è troppo tardi?
a cura di Lisa Orlando

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Aggirandomi per le città indù, scrisse Elémire Zolla, quante volte mi ha colpito grata, gentile e melanconica la scritta “Ospedali per gli animali”. Fra gente povera questa dedizione mi giungeva al cuore, come la vista delle mucche vaganti tra le folle; segno che idee straordinariamente superiori a quelle che hanno foggiato la civiltà europea avevano avuto libertà di diffondersi, di aggrapparsi alla mente collettiva.

Eppure se si guarda all’Occidente, il sogno morale assoluto non è rimasto senza vita: già Esiodo parla dell’Età dell’oro quando si viveva con la mente calma, paghi alla terra, senza nessun’ombra di prevaricazione (nessun uncino da infilare nelle carni), e Pitagora proscrisse i sacrifici e l’uso di carni. Dunque nel segreto e talvolta all’aperto il mondo antico conobbe la passione dell’innocenza.

Mi chiedo: è troppo tardi? Chiusi nei nostri uggiosi cappotti, mentre si modellano le altrui tombe, è troppo tardi per appassionarci a ciò che è Bene? Perché la restrizione della carità, della solidarietà (se non addirittura della fratellanza) agli uomini è una mortificazione che falsifica e getta nella menzogna.
(Dove sono i dispensieri di aiuto fraterno?) Il Salmo 104 invita a dispiegare le braccia – infinitamente –, e ad ampliare al di là di noi questo amore, agli animali tutti, della terra, del cielo, e delle acque, e pur allo spirare dei venti, e al verdeggiare dei boschi, al fiorire dei campi.

(Come può il cattolico – deve esserci stato un guasto nel suo organismo – porre un limite all’amore, alla fusione con la natura?)

(V’è una storia egizia di cui son venuta a conoscenza da Elèmire. Narra di un anacoreta che pasceva coi bufali; chiese a Dio come poter migliorare la sua condizione, e Dio gli rispose che doveva recarsi in un certo cenobio. I novizi ben presto lo insultarono perché non sapeva svolgere i lavori affidatogli. L’anacoreta dunque pregò Dio perché potesse tornare a vivere tra i bufali; e così fu. Ma un giorno cadde nelle reti che i cacciatori avevano teso, insieme ai bufali. Immaginò di liberarsi, ma se avesse usato le mani pensò che sarebbe tornato a vivere con gli uomini; rimase inerte. Quando la mattina i cacciatori sopravvennero, esterrefatti lo misero in libertà insieme ai suoi bufali, e lui si mise a correre dietro ad essi.)

Con il Cristianesimo imperante e poi con L’Islam è tristemente (tristemente!) cessato ogni consenso all’amore per la natura. Certo, talvolta esso è esploso con San Francesco, con il collegio di Careggi; e i poeti da Pope a Shelley hanno mostrato la stessa riverenza nei confronti della natura, e l’astensione da ogni violenza.

Tuttavia è alla fine del mondo antico, con Porfirio, che ci vengono lasciate le pagine più intense, più eloquenti contro l’abuso della natura, sulla vile stoltezza di negare la ragione negli animali; come può Dio aver creato per l’uomo – perché ne facesse uso? – gli animali, quando v’è una perfetta continuità tra noi e loro? Ma Porfirio è il mondo che crolla, e morendo mostra la sua parte migliore, marginale, e segreta.
In ultimo mi chiedo, “Vi” chiedo: (ché nulla ormai si tiene quaggiù che non si ferisca e cada) è troppo tardi, per appassionarci all’innocenza, è troppo tardi?

 

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