15 gennaio 1914: oggi nasceva Etty Hillesum (Lisa Orlando)

[La resistenza esistenziale]

lisa

Trovo toccante che lei abbia vissuto così; che lei sia stata così: Etty Hillesum. Era bella? Sì! E quanto rinasceva la sua bellezza da ognuno dei suoi umanissimi abbracci! Creatura di fiamma, innamorata, passionale, luminosa, ed energica, nonostante i luoghi di seppellimento in cui visse. Forte; e poi fragile; e poi ancora forte; e poi fragile; di intelligenza straordinaria; smaniosa di radici autentiche; smaniosa di lanciar via ogni menzogna assiepata nella viltà. Visse per costruzione d’amore. Morì per mancanza d’amore. Uccisa a soli ventinove anni, il 30 novembre del 1943, ad Auschwitz.

[Si stacca ora dal fittissimo buio un rosso solco, come una traccia di sangue, vivo, da un bianco sudario.]

Perché scrivo di lei? Perché credo viva in un’arteria centrale del mio corpo quale intermediaria tra me e Dio, innanzitutto; e perché porta con sé, eternamente (?) – eternamente! se ci sarà sempre qualcuno che la ricordi – quella forma estrema di resistenza esistenziale nonviolenta, nei confronti della banalità del male. E perché tiene vivo quello sforzo per affinare la comprensione d’ogni violenza, in questo mondo di uomini dalle spade-mannaie.

Travolgendo un tratto di chi (vilmente?) si incammini sui ponti dell’inconsapevolezza. Qual è il processo strutturale che permette la crescita dei carnefici, delle vittime?, si chiese Etty Hillesum. Resistere al male, dunque, alla sua banalità, al suo orrido incedere non può essere progetto scisso da una resistenza che deve radicarsi (innanzitutto) nella vita quotidiana, nei comportamenti e nelle scelte che incarnano i valori del veramente umano e dell’essenziale.

Perché scrivo di lei? Non certo per imbastire immagini di catastrofi, ma per essere un faro che dia luce, ancora, alla sua verità nel lunghissimo corridoio di cui non si scorge la fine. (Addentrandosi nelle tane dei sorci) ciò che, Etty Hillesum, profondamente comprese fu che il nazismo era una cultura esatta, un’idea di civiltà d’insani (!) valori fondanti: potenza, ordine, scala gerarchica, intolleranza per il diverso, pratica devozionale della violenza, non accettazione della morte. E che la vera forza del nazismo (o di ogni forza?) scaturiva essenzialmente dalla capacità di dominare (aguzzini e vittime) attraverso l’obbedienza assoluta all’autorità, (obbedienza a sua volta generata dall’insicurezza e dalla paura per la propria morte), l’affanno (affliggente) delle responsabilità, l’egoismo e la competizione per la vita o per il privilegio.

Paura e competizione per il privilegio non inducono all’annichilimento della solidarietà di gruppo e di azioni comuni? Etty rifiutò (sempre!) di cercare soluzioni individualistiche. “Quel poco o molto che ho da donare”, scrisse nel suo Diario, “lo posso donare comunque, che sia qui in una ristretta cerchia di amici, o altrove in un campo di concentramento”.

Perché scrivo di lei? Per un’affinità trasparente che mi avvicina e perché la mia anima (quanto la sua?) anela a staccarsi dal nero solco della codardia. Allontaniamoci dai luoghi in cui siamo e andiamo a cercarla, là, all’interno del Consiglio ebraico, dove lavorò solo per pochissimi giorni. Scrutando attentamente l’orizzonte interiore di chi vi lavorava, pensò “Non sono capaci neppure di soffrire in profondità. Odiano, e sono ottimisti se si tratta della loro piccola vita, ambiziosi addirittura per quel piccolo impiego; che gran porcheria!” Etty, radicalmente, rifiutò la scelta di chi per salvarsi si prestava a vili mercanteggiamenti. Oh nessun eroismo spocchioso! Fu nobiltà, e insieme convinzione, forte, che sfuggire la sorte comune, accettando privilegi, si rivelava funzionale al potere nazista, poiché si distruggevano condizioni di solidarietà.

Perché scrivo di lei? Perché – come lei – fortemente credo che mai si è condannati all’inespressività e che pur nell’inferno dei lager sia possibile vivere la nostra differenza, agire la nostra singolarità: germinare pensieri, conoscenze, linguaggi nuovi “L’unico modo di preparare questi tempi, altri, è di prepararli fin d’ora in noi stessi”. In fondo è esattamente questo il nucleo radicale dell’esperienza di resistenza di Etty: partire da sé, sempre; poiché la possibilità di esplorare e trasformare il mondo è intimamente congiunta alla disponibilità a compiere il medesimo lavoro in noi stessi. Purtroppo, la mancanza di tale consapevolezza ha condotto in una strettura limitante l’intera tradizione politica occidentale. Gli uomini, in particolare – impegnati nella maschia azione politica – non si rendono conto di quanto in ogni attimo partecipano (ignari) a determinare il mondo che pretendono di trasformare.

Interrogarsi e attivarsi nella trasformazione di sé e dei propri rapporti interpersonali e sociali significa intervenire all’orientamento della convivenza sociale, e dunque: svolgere azione politica. Modificare il mondo in noi stessi, e noi stessi nel mondo – questo è il cuore pulsante della concezione di Etty Hillesum.

Perché scrivo di lei (evocandole l’essere, rianimandole le cellule del pensiero)? Nel viluppo di trafitture in cui viviamo, credo che si abbia bisogno della sua energia, non obliterando il suo ricordo. Di ricevere quel supplemento di fede per credere, ancora, che si possa resistere alla mostruosa vegetazione del male. E di confidare, in ultimo, sulla possibilità di smettere di guardare dalle abituali finestre dove spettrali raggi di luce pungono come aghi maligni le nostre pupille, rendendoci ciechi.
 

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