And Short the Season 1/2 – Maxine Kumin (Bartoli, Dolci)

“A poet of piercing revelations and arresting imagery, Kumin is unforgettable, indispensable” — New York Times Book Review

“Exquisite pastorals of her New Hampshire farm mix with politics and echoes of past poets, possessing a directness that makes each piece necessary and vital.” — Publishers Weekly

“Filled with joy, sorrow, anger, mortality, politics and horses.” — Tom Lavoie, Shelf Awareness

“Kumin is as graceful and unsparing as ever… One of Kumin’s best aspects as a poet was her regard for words, which she held as precious as any other living thing.” — Michael Andor Brodeur, Boston Globe

“Unlike many of her contemporaries, including Anne Sexton, Kumin knew how to trim the deadness around her, letting the life come through for decades… Short the season, but long the legacy.” — Amber Tamblyn, Bust

From the Pulitzer Prize–winning poet, a stunning collection of poems.
Pao: solo 1 consiglio dai un’occhiata alla bio dell’autrice 
M.: È già complicato pensare a me. Pensare una ragazza ebrea, di educazione cattolica!, nelle campagne del New England degli anni ’50


“Whereof the Gift Is Small”
Henry Howard, Count of Surrey

And short the season, first rubythroat
in the fading lilacs, alyssum in bloom,
a honeybee bumbling in the bleeding heart
on my gelding’s grave while beetles swarm
him underground. Wet feet, wet cuffs,
little flecks of buttercup on my sneaker toes,
bluets, violets crowding out the tufts
of rich new grass the horses nose
and nibble like sleepwalkers held fast—
brittle beauty—might this be the last?

“Di cui è piccolo il dono”
Henry Howard, conte di Surrey

E breve la stagione, i primi golarossa
tra i lillà in dissolvenza, l’alisso in fiore,
un’ape maldestra nel cuore sanguinante
sulla tomba del mio castrato mentre i coleotteri sciamano
su di lui sottoterra. Piedi bagnati, polsini bagnati,
macchioline di ranuncolo sulle punte delle mie scarpe da tennis,
centaure, violette che affollano i ciuffi
di erba nuova e ricca che i cavalli annusano
e macinano come sonnambuli tenuti a digiuno –
bellezza transitoria – potrebbe essere questa l’ultima?  


Walking the fields before the first snow
silently saying my breviary of poems:
Yeats’s Easter, Auden’s September
reams of Wordsworth’s Intimations
who walked more miles than Lamb or Hazlitt,
even outwalked indefatigable Coleridge,
I side with these Romantic democrats,
a point of pride to wind their way shanks mare
through the Wenlock and Quantock Hills
Like Housman, Will composed in his head
humming his lines as long as his feet
could hold the rhythm on the path.

Forty years of trudging the bounds
of our fields. Alps One and Two we fenced
by hand, posthole digger, cedar posts,
three-board fencing seeking out
the level of the slope. These give way
to what the British call a steep.
Darkly shaded, gravelly, the ominous
overflow of a brook has earned it
the sobriquet The Dragon Pit for the way
the horses stopped in daily terror, then
galloped through up into the sunlit sprawl
of Field Three, once fenced in wire,
now strictly held by Nature.

Three overlooks The Pear Tree Field,
where a single wild Bartlett stands
freed from the smoother of brambles,
beyond the stone wall that once served
to keep sheep fast. Climbing again,
our outer most and final summer pasture,
The Elysian Field, dotted with granite
outcrops that invite the passerby
to pause, climb up, take in the view,
the humps and bumps of distant hills,
admire the stream bisecting it,
the homemade run-in shed that holds the winter sun.

A woodland path from there, soft underfoot
with forest duff, corkscrews among
benign and moribund red pine pillars
anted by the CCC in the Depression
but never harvested. Ahead lies table land
300 feet above the house
and nothing fancy, raised beds cobbled
from hemlock boards now bulging
from the press of ancient manure where corn
and beans, leeks, beets and carrots prosper.
The fence around, lopsided chicken wire
buried as deep as we could force it,
topped with split boards silvered gray,
the gate proud to be made from salvaged scraps
and always the chitter returning birds,
mostly yellow warblers each year
their numbers diminish, along with their habitat.

My resting place, from which I watch
the rhubarb swell, the peas inch up,
the early spinach break through clods,
a folding chair once formed of crisscrossed plastic,
all dissolved except the metal frame until we wove
both seat and back from baling twine saved from
the squares of hay that fed the growing herd.
Saving is a form of worship: the restored fields,
the rescued dogs, the ancient horses
named Genesis and Deuteronomy
Eden, Praise Be, Hallelujah, and the farthest field
saluting be Greek gods and goddesses,
our catholic homage to an afterlife
we like the thought of but don’t believe in.

Il sentiero, la sedia 

Attraversando i campi di fronte alla prima neve 
recito silenziosamente il mio breviario di poesie:
Pasqua di Yeats, Settembre di Auden, 
le risme delle Intuizioni di Wordsworth 
che si spingeva a più miglia di Lamb o di Hazlitt 
sorpassato persino l’infaticabile Coleridge, 
mi schiero con questi Romantici democratici, 
orgogliosa di avvolgere la loro strada agli zoccoli della cavalla
attraverso le colline di Wenlock e di Quantock. 
Come Housman, Will componeva tra sé e sé 
canticchiando a bocca chiusa i versi a lungo quanto i suoi piedi
tenevano il passo sul sentiero. 

Quarant’anni arrancando i limiti 
dei nostri campi. Recinti a mano 
i pascoli Uno e Due, sterrate le gallerie, piantati i cedri, 
una palificata di tre tavole che misura 
il livello del pendio. Queste cedono 
a quello che gli Inglesi chiamano un orrido. 
Minacciosamente ombreggiata, ghiaiosa, l’inquietante 
inondazione di un ruscello ha guadagnato 
il soprannome La Fossa del Drago per il modo 
in cui i cavalli vi si arrestavano davanti colti dal panico, poi 
si lanciavano al galoppo nello sprazzo soleggiato 
del Campo Tre, un tempo recintato con filo spinato,
ora severamente posseduto dalla natura. 

Il Campo Tre sovrasta Il Campo del Pero, 
dove si trova un solo pero Bartlett selvatico 
liberato dalla stretta dei rovi, 
oltre il muro di pietra che un tempo serviva 
a rinchiudere le pecore. Salendo ancora, 
il nostro più estremo e ultimo alpeggio, 
Il Campo Eliso, costellato di affioramenti 
granitici che invitano il passante 
a fare una pausa, scalare, dare un’occhiata, 
il saliscendi delle colline lontane 
ammirare il torrente che lo biseca, 
la scuderia fai-da-te che trattiene il sole invernale. 

Da là un sentiero boschivo, molle sotto i piedi 
con un tappeto di humus, si dipana tra 
colonne di pini rossi benigni e moribondi 
messi sul piatto dal CCC durante la Depressione 
ma mai raccolti. Più avanti si trova un pianoro 
300 piedi sopra la casa 
e niente di speciale, letti pavimentati 
con tavoli di peccio ora affioranti 
dalla battuta di concime invecchiato dove prosperano 
mais e fagioli, porri, barbabietole e carote. 
Il recinto intorno, la rete sbilenca dei polli 
infissa profondamente quanto siamo riusciti a spingerla 
sormontata da divisori inargentati di grigio, 
il cancello fiero di essere fatto in materiale di recupero 
e sempre il cinguettio degli uccelli migratori, 
passeri canadesi pure se ogni anno 
il loro numero diminuisce, come il loro habitat. 

Il mio posticino, dal quale guardo 
ondeggiare il rabarbaro, emergere i piselli, 
i primi spinaci che sfondano le zolle, 
una sedia pieghevole una volta di plastica 
tutta dissolta eccetto il telaio in metallo finché non abbiamo 
sedile e schienale con uno spago recuperato 
dalle balle di fieno che sfamavano l’allevamento in crescita. 
Prendersi cura è una forma di preghiera: 
i campi ristorati, i cani ritrovati, i vecchi cavalli chiamati 
Genesi e Deuteronomio, 
Eden, Osanna, Alleluia, e il campo più lontano 
che saluta gli dei e le dee greci, 
il nostro cattolico riconoscimento a un al-di-là 
cui amiamo pensare ma in cui non crediamo. 

remembering Barbara Swan

Those great flat stumps in the forest
ringed with a dozen saplings desperate
to become trees in their own right

at first seem blessed with bright intelligence
then bend aimlessly in the wind
drop their buds and are reabsorbed.

Long ago the raw wood of a day’s work
was lugged out by draft horse or ox
and their dung moldered in the forest duff

feeding the ancient mycorrhizal paths
where clusters of honey mushrooms scattered
the talc other spores each September

and do so year after year whether or not
I come to forage among these slabs in the clearing
where men and animals sweated together.

Plucking today’s flush, I salute the artist
whose pen-and-ink sketch of armillaria
hangs on my study wall, how she reported

she drew three versions of our day’s pickings
here fifty-five years ago, then took them home
cooked em up and et ‘em

Un giorno di lavoro 
ricordando Barbara Swan

Quei grossi ceppi piatti nella foresta 
circondati da una dozzina di alberelli che si disperano 
per divenire alberi di diritto 

all’inizio sembrano benedetti da un’intelligenza brillante 
poi si piegano senza meta nel vento 
lasciano cadere le loro gemme e ne vengono riassorbiti. 

Molto tempo fa il legno grezzo di una giornata di lavoro 
veniva trascinato da un cavallo da tiro o da un bue
e il loro sterco marciva nel fitto della foresta 

nutrendo gli antichi sentieri di licheni 
dove cespi di finferli spargevano 
il talco delle proprie spore ogni Settembre 

e così fanno anno dopo anno che io venga 
o meno a rovistare tra queste lastre nella radura 
dove uomini e animali sudavano insieme. 

Raccogliendo il guadagno di oggi, saluto l’artista 
il cui schizzo a penna dell’armillaria
sta appeso sulla parete del mio studio, come mi ha riferito 

disegnò tre versioni del nostro raccolto di giornata 
in questo luogo cinquantacinque anni fa, poi li abbiamo 
 portati a casa cotti e magnati. 


A small bit of soil
perfectly formed and
untouched by the plow
once turned over
becomes a bed of clods.

When wetted down
from it arises
delicious briefest
petrichor, the scent
of new rain on dry earth.

This is the regolith
the duvet of dust, dirt,
gravel, sand, mud
which may have been
just deposited

or may go back
hundreds of millions of
as it does the Australian
in outback, taken for
granted, self-evident cover

like skin over flesh
and sin under always
pumping out oil
pumping in poison
fracking our planet

our mantle
resting on bedrock

Il nostro mantello 

Un piccolo appezzamento 
perfettamente conformato e 
mai toccato dall’aratro 
una volta capovolto 
diventa un letto di zolle. 

Quando annaffiato 
si solleva da questo 
delizioso il più breve 
petricore, l’odore 
della pioggia nuova sulla terra asciutta. 

Questa è la regolite
coperta di polvere, sporco, 
ghiaia, sabbia, fango 
che possono essersi 
appena depositati 

oppure risalire 
a centinaia di milioni di anni fa 
come nell’entroterra 
australiano, dato per 
dovuto, involucro evidente 

come la pelle sulla carne 
e sotto sempre il peccato 
di estrarre petrolio 
di iniettare veleno 
fratturando idraulicamente il nostro pianeta 

il nostro mantello
riposa sulla roccia fresca. 


My love for this earth goes beyond thought,
a fan writes me and so does mine, except for
coleomegilla maculata, these beetles
of our Lady
that saved Mary’s garden from mealybugs in
medieval times. They emerge in a moment of melt
to slip into our homes through crevices too slight
for a whisper, coleomegilla, surely not

from the rescued yiddish of father-
my megillah or a lengthy convoluted story,
retold at the feast of Purim, suspense
and revenge in the telling: Queen Esther,
Uncle Mordecai, and Haman the villain
to be read on the eleventh day of Adar,
not too early in the calendar for these

ten-spotted bloodlets dropping into dinner,
swarming the globe light over the table,
crowding the mullions in morning sunlight,
our commonest ladybug, which Spellcheck
will redo as communist, not a bad word choice
for these hordes to be vacuumed up and expelled
naked in the snow or in the compost barrel, but
do I love this earth enough to store them
in ladybug houses available online, free shipping.
until the spring month of Adar is over, then
unleash them to feast in my vegetable garden
on the species that riddle the leafy crops?
Let us reflect on Haman the evil one
the Aggie in Persia under King Xerxes

in the fifth century B.C. now called
before the common era, which is not before
ladybugs first hatched. Consider the orphan
ueen Esther who has married Ahsuerus
the king, consider the good uncle Mordeća
who urges her to foil the plot against her people
by revealing her origins
until then unknown
Oh what a medah long before the story
ofMary rescued from mealybugs by
coleomegilla maculata, long before beetles
began to eat holes in love for this earth.

Purim e i coleotteri di Nostra Signora.

Il mio amore per questa terra va oltre il pensiero
mi scrive un ammiratore e così fa il mio, tranne che per
la coleomegilla maculata, questi maggiolini della Madonna
che salvarono il giardino di Maria dagli afidi in
tempi medioevali. Emergono in un momento di debolezza
per scivolare nelle nostre case attraverso crepe così sottili
anche per un sussurro, coleomegilla, certamente non

dal sopravvissuto Yiddish di mio padre –
megillah per una lunga storia complicata,
riraccontata alla festa di Purim, attesa
e vendetta nella narrazione: la regina Ester,
zio Mardocheo, e il cattivo Aman
da leggere l’undicesimo giorno di Adar,
non troppo presto nel calendario per queste

macchie di salassi che gocciolano nella cena,
sciamando il globo di luce sopra la tavola,
ne affollano le gambe nella luce mattutina,
la nostra comunissima coccinella, che il controllo ortografico
rifarà in comunista, non una cattiva scelta di parole
per queste orde aspirate e poi gettate
nude nella neve o nel barile di concime, ma

amo questa terra abbastanza da depositarle
in case per coccinelle, acquistabili in rete, consegna gratuita
finché il mese primaverile di Adar sia passato, poi
scatenarle in un banchetto nel mio orto
sugli insetti che crivellano gli erbaggi?
Riflettiamo su Aman il crudele
gli achemenidi in Persia sotto re Serse

nel quinto secolo avanti Cristo, oggi detto prima dell’era
comune, non prima 
che covassero le prime coccinelle. Considera l’orfana
regina Ester che ha sposato il re Assuero,
pensa al buon zio Mardocheo
che la esorta a sventare il complotto contro il suo popolo
rivelandole le proprie origini – fino allora sconosciute.
Oh!, quale megillah molto prima della storia
di Maria soccorsa dagli afidi, dalle
coleomegilla maculata, prima che i colotteri
cominciassero a scavare buchi nel mio amore per questa terra.