Approfondimenti
Nam June Paik a Milano-poesia 1989 (II)
Un ricordo di monitor accesi senza interruzioni
a cura di Guido Michelone

Ma il lavoro di Paik va anche oltre Fluxus, evidenziando anche radici culturali sia più profonde sia altre più recenti. Non si possono interpretare Installazione o le perfomance musicali con la Moorman da Opera Sextronique (1967) a TV Bra for Living Sculpture (1969) senza sapere il valore che per Paik rivestono l’antico haiku giapponese da un lato e il moderno spot pubblicitario dall’altro. Il procedimento lirico — a livello comunicativo, descrittivo, interpretativo — è equiparato da Paik a quello pubblicitario attraverso una mediazione filosofica occidentale: “(…) Haiku è una forma letteraria (…). Ogni sonetto è composto di un solo verso. Ciascun verso comprende cinque, sette, fino a diciassette sillabe, e nell’arco di queste viene espresso il mondo intero. Proprio come per le monadi di Leibniz. Gli spot sono delle micro-forme nella monadologia di Leibniz, che riescono a riflettere l’universo come piccoli cristalli”.

Partendo da quella Milano-poesia 1989, non è difficile scorgere, spinti all’eccesso, nelle videoinstallazioni e nelle musiche di Paik, alcuni segni di queste due culture usate essenzialmente come forme comunicative, sensitive, contemplative: il frammento, la sintesi, l’episodicità, il dinamismo e soprattutto la visione (e/o scrittura) effimera, microcosmica, rapida, momentanea, sfuggente, illusoria. I motivi che spingono Paik a creare delle opere (al contempo figurative-sonore-gestuali-scultoree-architettoniche) che, televisivamente, trascendono la percezione a livello conscio, fisico, intellettuale, accrescono un problema che, secondo l’autore, è doppiamente filosofico perché riguarda i condizionamenti dell’umanità di fronte a tutta la cultura scritta e audiovisiva del XX secolo: nell’impossibilità reale di scegliere e praticare la quantità di sapere prodotta sulla terra, insomma di fruire o decodificare anche solo una minima parte dei messaggi della civiltà contemporanea, Paik propone la sua Weltanschauung attraverso un’ipersegmentazione di immagini a loro volta rimescolate, poi virate al computer (per effetti cromatici, prospettici, acustici) e quindi fluttuanti sugli schermi quasi a getto supersonico. È appunto una questione di tempo:

L’immagine inventata da Paik viene da lui stesso definita ‘jamcut’: termine intraducibile, che comunque sta a metà fra la jam session musicale e il final cut cinematografico, onde indicare un tipo di intervento compositivo di giustapposizioni e accostamenti, interruzioni e rovesciamenti mediante tagli e miscugli di veloci frammenti figurativi nel mezzo di segmenti TV videoregistrati, i quali a loro volta sostituiscono altre parziali messe in onda, attraverso una catena di reazioni simultanee e accumuli magmatici dall’effetto ottico devastante, caotico, sovrabbondante, schizofrenico.

Le intenzioni di Paik, in ultima analisi, sono quelle di comunicare l’incomunicabilità dell’attuale fase televisiva epiù in generale estetica, insistendo — soprattutto attraverso le installazioni — su un gioco speculare e poliedrico di evasioni ludiche esagerate. Il jumpcut di Paik è dunque la metafora dell’organizzazione televisiva (proliferazioni di network ed emittenti locali, accesso a moltissimi canali, invasione massiccia di svariati segnali audiovisivi e ancora satelliti, computer, telecomandi e videoregistratori domestici sempre più sofisticati); ed è anche la metafora del villaggio globale macluhaniano, la sua parafrasi o meglio la sua chiosa riassuntiva su un unico piccolo schermo costantemente acceso.
Nam omaggia altresì, ironicamente, la pseudocultura del telecomando, facendo allo stesso tempo un più serioso tributo a un’altra espressione artistica prossima allo spot pubblicitario, il videoclip musicale: (…) l’intera industria televisiva – dice – è un unico jamcut. In America, nel film, giusto prima del momento cruciale (…) interrompono l’azione con uno spot pubblicitario. Le trasmissioni televisive sono percorse da questi jamcut. In questo modo si è arrivati alla music clip, al video musicale. Un video di questo genere è composto esclusivamente da una serie di jamcut illogici, ma è diventato estremamente popolare (…) si deve ammettere che sono stati proprio gli spot pubblicitari ad abituare la gente a questo fenomeno”.

Installazione a Milano-poesia si propone infine come libro aperto sulla televisione (intesa anche come ricettacolo di immagini, figure, suoni, voci, rumori e musiche), scritto con le forme e i contenuti massmediali più radicali, ossessivi, estremistici: un dizionario ragionato, un’enciclopedia universale, un inventario di fine secolo dei linguaggi audiovisivi. È, altrimenti detta, quasi un’arte selvaggia straordinariamente vitalistica al di fuori di ogni schema, modello, categoria o intellettualismo. Se poi ci si vuole concentrare maggiormente sulla musica, dopo la morte della Moorman, Paik realizza un film intitolato Topless Cellist (1995) interamente dedicato alle performance creata assieme alla violoncellista di estrema avanguardia: è un buon viatico per capire in che modo anche Nam rientri a pieno titolo nella classica contemporanea.
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