Ho incontrato Thomas Mann

a cura di Lisa Orlando

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Monaco (Marienplatz)
Data: 25 luglio 2008
Ora: 23,30
Luogo: Su una sedia accanto al tavolo di un bar, in direzione delle arpiste cieche.
Il cielo si è improvvisamente riempito di stelle.
Nell’aria: suoni strazianti di arpe.
Tempo 1. Ho aperto un libro.
Tempo 2. Thomas Mann è venuto verso di me.

Pensare al tempo è come far girare un mappamondo in continuazione, rendendosi conto che tutti i viaggi esistono simultaneamente, che trovarsi in un luogo non significa negare l’esistenza di un altro, anche se l’altro non si vede né si sente, secondo i nostri abituali parametri di giudizio.
(Dunque, è mai esistito l’evento esposto nel tempo2? Sono costretta a pensare di sì, ma non ho prove.)

Credetemi, non è stato uno stimolo della fantasia, era lui, davvero: Thomas Mann, accanto a me, quella notte: l’ammiccare eccitato nello sguardo, il grande neo sotto l’occhio sinistro, le sopracciglia ad angolo e spesse, le grandi orecchie appuntite. Nell’anatomia del volto, la natura sembrava avergli stampato gli strumenti del sogno e dell’osservazione. Alle volte vi sono immaginazioni, bizzarre, che in particolari momenti le fibre del cervello vanno a stimolare, ma non era quello il momento. Io ero con Thomas Mann, seduta a un tavolino di un bar, quella notte, a Marienplatz. Ricordo di aver tremato, ricordo che un’inquietudine sinistra si era impossessata di me.

Tempo 3.
Ti ho vista, sì – improvvisamente – trasalire, accanto a una fiaccola al vento, sbarrando gli occhi, irrigidendoti nel volto in movimento obliquo e contorto. Non so dire perché sono venuto a te. Non so dire perché ho scelto te. Forse… l’avevi anche tu quella grazia che straziava, mentre le guardavi, le arpiste cieche, con gli occhi che ti brillavano come dinanzi a un amore giovane. Ti avevo vista giorni prima; sì, lei potrà capirmi, ho pensato. Quando si vive nel nulla, quando si è vanissima ombra… l’ineffabile desiderio di preludio all’esistere ti afferra come fosse una vampa, fosca; e allora il luccichio di una stoffa, l’ammiccare di un cristallo, il bisbiglio di una pietra, pure andrebbero bene per essere. Ma avvicinarmi a te, quella sera, straordinariamente, e parlarti di quel sentimento che per me fu la “delusione” sarebbe stato diverso, sarebbe stato come… vivere!

Lui restava seduto, senza muoversi, come ad affermare con la più totale e feroce forza, l’esistenza del passato in modo concreto: esso era lì, tangibilmente, e poteva essere addirittura “toccato”. Thomas Mann non era una figura riflessa in un qualche specchio magico di un baraccone metafisico, no! lui era – inequivocabilmente – in carne e ossa. Mi si è avvicinato, mi ha stretto la mano, ho lasciato me la stringesse, nonostante quel residuo d’inquietudine, poi ha cominciato a parlarmi con uno spiccato accento straniero. A quel punto, è accaduta una cosa strana: un inspiegabile stato allucinatorio (mai accadutomi in precedenza) mi procurava una distorta percezione delle dimensioni: e mentre io mi rimpicciolivo, Thomas Mann acquistava un’estensione sempre più gigantesca; e non solo: per una specie di diabolica scomposizione anatomica, gli elementi del volto (come in un inquietante racconto di Gogol) si iniziavano a vita autonoma: il naso, gli occhi, le grandi orecchie. Visioni schizoidi durate solo qualche attimo. Dopo un po’, tutto è sembrato tornare alla normalità: Thomas Mann era lì, composto, con le labbra che comunicavano con la sua pipa, a parlarmi in modo affabile. Mi chiedeva se quella era la prima volta che mi trovavo a Monaco. Mi chiedeva se la grande piazza corrispondeva alla mia aspettativa. Perfettamente rilassata ormai, mentre mi dilettavo a osservare affascinanti inezie come il fitto ricamo sulla cravatta nera, il grande neo, la pipa, la capigliatura canuta, lui ha cominciato a raccontarmi di quel sentimento che aveva provato fin da quando era bambino, e che non l’aveva mai più abbandonato.

D’improvviso, con voce risonante, a contrasto col tono sommessamente pacato: “Lei lo sa, cos’è, la delusione?”
No! Probabilmente non la conoscevi; eri così giovane, avevi un tale baluginio negli occhi! Avresti potuto comprenderla, questo sì, la delusione, quella totale, quella grande, la delusione che viene da tutto, da tutta una vita intera; quella che si ha per compagna, da sempre, e ti rende solitario, infelice, chissà, forse bizzarro. Non che avrei voluto riferirti una per una delle mie delusioni, ma… dirti di quanto avessi alimentato i miei sogni (con assoluto fervore) in migliaia di libri di poeti; di quanto li avessi odiati alla fine quei poeti, che scrivevano le loro parole eccelse; parole in cui mai risentii la verità, ma solo la menzogna, l’irrisione e ancora la menzogna! Si potrebbe pensare fosse dipeso da me? E’ stato forse il mio midollo spinale a reagire a certe parole tanto da provocarmi il presentimento di esperienze che in realtà non esistevano?

Magia? Era magia? Sogno? Delirio? Allucinante fantasia? Vaneggiamento? Quella notte mi ritrovavo sotto un manto stellato, naufraga nelle profondità di un passato con Thomas Mann. O forse no! Forse ero nel mio tempo, perfettamente, e lui, che fin ad allora aveva vissuto in letargo, sepolto in chissà quale sarcofago, ora si era risvegliato; o ancora, sarà stato che l’anima, per una caparbia, tenace volontà di vita aggiuntiva si era rifecondata? In realtà non è che fossi interessata a tali interrogativi; piuttosto ero incuriosita dal motivo per il quale Thomas Mann avesse scelto me per parlarmi di quel sentimento che per lui fu la delusione. “Ecco, mi ascolti”, aveva ripreso a dire con un’effimera smorfia e dopo una pausa durata solo qualche attimo, “vede, quando feci ingresso nella vita, ero pieno di questa curiosità per una, una sola esperienza che corrispondesse ai miei grandiosi presagi. Ebbene, posso dirle che mai mi fu concessa. Errando per i luoghi più famosi della terra, sostando di fronte ai capolavori più maestosi, sempre ebbi a dire: bello sì, oh sì, bello! Ma anche: niente di più bello? Tutto qui?”

Eri piena di grazia, magra, di alta statura, con il lungo collo avviluppato in una sciarpa di seta, i capelli corti e neri. C’erano due cose, in particolare, che mi piacevano di te: la prima, i tuoi occhi color nocciola, che sembravano essere appendici della mia stessa personalità; la seconda, la tua straordinaria capacità di ascolto. Il fatto che mi penetrassi dentro… era come ricevere una scarica elettrica, era come sentirmi eccitare le cellule morte ridestate alla vita. Senza dilatare arcanità, ma so che, se solo tu non avessi avuto quel mistico accoglimento di ogni parola, io non sarei stato che cadavere, ancora; nessuna emanazione di anima ci sarebbe stata se non mi fossi avvertito cigolare nella giuntura di ogni mio pensiero. Per questo ho continuato a parlarti.

“Tanti anni fa, amai con tutto me stesso una donna, una pura soave creatura, lei però non volle me, e fu un altro che poté amarla. Può esserci qualcosa di più doloroso di questo? Può esserci qualcosa di più torturante di quest’amaro tormento, intriso di voluttà? Nelle molte notti che passai ad occhi aperti, più triste, più tormentoso di tutto fu il pensiero: “Ecco, questo è il grande dolore! E’ questo! Ora lo provo… e cos’è, in fondo? Potrei dilungarmi ancora con goffe dimostrazioni, dirle della felicità, eppure mai riuscirò a farle capire cosa sia stata la vita nel suo complesso, la vita nel suo corso mediocre, sbiadito, senza interesse, come sia stata essa a deludermi, deludermi, deludermi”.

Perché Thomas Mann mi parlava della delusione? Perché? Avrebbe potuto raccontarmi dell’amore, ad esempio, del cielo sopra Marienplatz, di lui stesso, di qualunque altra cosa. Invece no, continuava imperterrito a raccontarmi della profonda disillusione che per lui fu la vita. “Spesso mi viene da ricordare il giorno in cui per la prima volta vidi il mare”, disse, “il mare è grande, il mare è immenso, e il mio sguardo spaziava lontano dalla riva in una speranza di libertà. Ma laggiù c’era l’orizzonte. Perché dovevo avere sempre un orizzonte. Dalla vita io mi aspettavo l’infinito.”

Parlava… Thomas Mann parlava senza più finire. Io lo ascoltavo (profondamente) in un’oscurità che pareva divenire sempre più asfissiante, fino a sentirmi annaspare, fino ad avvertirmi scomparire. Cosa stava accadendo? Era quello il punto in cui l’orgasmo della parola percorre l’intera spina dorsale con una forza incomparabilmente maggiore dell’estasi o del panico metafisico? Perché io sentivo non esistermi più. Thomas Mann, sull’orlo immaginato di una immaginata delusione, mi aveva come finito ai margini di una bozza. O meglio: era come se mi avesse risucchiato in ogni sua parola. Il suo essere esisteva; lui aveva una voce, io non l’avevo più. A quel punto, lo scatto di voler chiudere l”interruttore” dell’ascolto si rivelò inefficace quanto il tentativo di muovere un arto paralizzato che voglia chiudere un libro.

Eri stanca, lo so; di sentirmi parlare, di mettere in contatto il tuo essere con il mio; stanca di adempiere al dovere di accogliermi, ridurti lo spazio, lasciarmi esistere! Ma no, non fu dovere il tuo, ma precisa volontà. In fondo tu eri esattamente come me. Contemplavamo la notte, la luna, il cielo stellato, penetravamo nel suono delle arpiste cieche per distogliere lo sguardo dalla terra e dalla vita. Cosa dici? Possiamo essere perdonati (io e te) per aver desiderato una vita di libertà, una vita in cui la realtà potesse tradursi nei nostri sogni senza il torturante residuo della delusione? Una vita, infinita, che non avesse più orizzonti?

E ora, a questo punto, vorrei metterti a tuo agio, dirti che sono venuto a te (attraverso la fenditura nel tessuto della mente) perché in fondo sei stata tu a scegliermi. Tu a stimolare l’impeto del risveglio di tutte le mie parole, con l’occhio e la spina dorsale – gli organi principali della vera lettrice. Bene, credo proprio di aver detto tutto ora. La notte rischiara; sta albeggiando; non rimane che andare via. Non siamo quei mazzi di campanule e fiordalisi, le cui diverse sfumature di azzurro sono impegnate in un litigio fra innamorati. Le mie parole si sono esaurite così come tutte le mie sfumature. Esisti tu… Riponimi nell’angolo sud-ovest della stanza, sotto la scrivania di legno, nell’ultimo cassetto, sopra il quaderno bianco, accanto alla tua penna viola. Se non ricordo male, è da lì che è iniziato tutto, vero? E’ da lì che siamo passati, per una misteriosa tua manovra mentale, da uno stato di esistenza a un altro. E qui, se la vista non mi ha ingannato – spazialmente – non ci sono stati orizzonti.
Già…

Va’ Thomas Mann, va’ pure. Io mi fermerò qui, per un altro po’, accanto a questo tavolino, in questa grande piazza che è Marienplatz, a correggere questi fogli. Riparerò lettere rotte, indicherò corsivi, toglierò qua un punto esclamativo, là una virgola. Cambierò minuscoli particolari ancora, ritoccherò, introdurrò nuovi suoni per una versione sempre più perfetta di questa storia.
Perché Thomas Mann?
Perché?
Saranno queste tetre vedute, queste nere sconfinate muraglie a generare in noi la smodata brama d’infiniti vagabondaggi in costruzioni di storie che abbattano l’assidua coscienza di vivere dietro insulti di sbarre? E’ la percezione del finito contro le tue mani ad averti reso creatore di parole che siano state oggetti d’insonnia, di arcane sostanze di vita instancabile? E’ sulla lavagna della morte che hai creato tutte le tue storie per sconfinare la realtà, renderti eterno, venire fino a me?

[Tutto ciò che è scritto nel virgolettato appartiene per davvero a Thomas Mann, pur se, per esigenze fonetiche, ho dovuto lievemente cambiare qualche frase; il racconto di Mann a cui faccio riferimento è “La delusione”.]

 

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