Il dolore lirico del mondo

“Fuga di morte” di Paul Celan
“I tuoi capelli di cenere, Sulamith” di Anselm Kiefer

a cura di Lisa Orlando

Chi parla, in questa poesia di Celan? Chi sono i “noi” che appaiono al primo verso?, e bevono «latte nero», a ogni ora del giorno, a ogni ora della notte. Quel “latte nero” che si ripete ossessivamente lungo l’intera lirica, e il cui capovolgimento cromatico ha una risonanza così sinistra – funebre.

Sono i prigionieri – costretti (sadicamente) a scavare tombe – in un campo di concentramento tedesco, e poi a suonare, e a ballare. Scavano “tombe nell’aria” per i “capelli di cenere [di] Sulamith”. Celan, qui, evoca il nome di una fanciulla ebrea cantata nel Cantico dei Cantici: Sulamith, che – coi suoi capelli di cenere, neri e bruciati dal forno crematorio – si fa simbolo di tutti gli ebrei uccisi nei lager.

“Fuga di morte” è una delle poesie più strazianti sui campi di sterminio, ma anche una trasposizione letteraria della tragedia dislocata all’interno di una visione intima del dolore individuale, della ferita personale che quel dramma, che ogni dramma, lascia su noi uomini.

La possibilità di fare del trauma un oggetto di memoria è stata tutta l’opera centrale di Celan; e, dopotutto, dopo Auschwitz, non si poteva scegliere il silenzio; Adorno non poteva essere ascoltato: senza lingua, la ferita è anche senza memoria, l’oblio diviene rimozione e il trauma non farà che riecheggiare inconscio e inesorabile, in una ripetizione di feroce destino.

Celan così ci descrive il carnefice di Auschiwitz: gioca con i serpenti, e di sera (romanticamente) scrive, poi legge di Margarete; la divina amante sedotta del Faust di Goethe. L’aguzzino ama i romantici tedeschi, i cieli stellati, e poi, al contempo, è un uomo crudele; mostra la sua pistola, aizza i suoi mastini, spietatamente spara, spietatamente uccide.

“Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace
stretti.
Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith”

Nei due versi finali, Celan affianca le due fanciulle: “i tuoi capelli d’oro Margarete / i tuoi capelli di cenere Sulamith” – semplicemente, così, senza commento, ché è ormai ben chiara la portata simbolica di quei due nomi, il loro essere immagine, rispettivamente, del popolo tedesco e del popolo ebraico: i carnefici e le vittime – di tutte le epoche, in tutto il mondo.

I tuoi capelli di cenere, Sulamith

Anselm Kiefer ritrae Sulamith, irrimediabilmente lontana dalla Shoah, attraverso il topos celaniano dei capelli, in una sorta di ‘complementarità negativa’. Nei primi quadri dedicati a Sulamith, l’artista ricopre il corpo della donna con la sua lunga chioma scura e ne rappresenta il tragico destino, forse alludendo al rituale ebraico da osservare durante i periodi di lutto. In una versione più recente, Kiefer non raffigura più i capelli ma li materializza con cenere e lunghe ciocche brune incollate su pagine di piombo.

Trasformato in una reliquia corporale, l’attributo funerario di Sulamith diventa la prova, il silenzioso testimone di un atto compiuto, la memoria oggettuale di una presenza costantemente in bilico che resiste all’annullamento imposto dalla Storia.

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Anselm Kiefer, I tuoi capelli di cenere, Sulamith (1981), olio, emulsione e acrilico su tela, 170×130 cm.

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Anselm Kiefer, Sulamith (part.) (1990), libro, cenere e capelli su piombo, 64 pagine, 101x63x11 cm.
 

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