Ingrata V. Ingrata e il dialogo interiore

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Nel frattempo Ingrata si era svegliata da una notte tormentata, in cui non si era voluta abbandonare
completamente al sonno, per paura di annegare. Era stato grazie all’acqua spessa e acquitrinosa del
pozzo se era sopravvissuta alla notte.
La giornata fu una tortura, tale e quale a quelle precedenti. Le blatte erano sempre scure e ipnotiche
e implacabilmente le rinfacciavano questo e quello. Descrivevano così bene le scene, da suscitare in
lei vergogna e pentimento.
Quando ormai la gatta era esausta, le rivelarono di essere gli spiriti della coscienza degli animali
predatori e ammisero di agire nelle segrete della terra, dove erano scavate alcove lunghe chilometri
che collegavano tra loro i domicili ospitanti animali domestici pestiferi come lei.
Di pozzi come quelli in cui Ingrata era prigioniera, ce n’erano centinaia, ricavati in posizioni
strategiche e fatti appositamente per accogliere il saltellare incosciente e scalmanato dei gatti come
lei.
La corazza di una di loro venne usata a mo’ di sfera di cristallo da una seconda blatta, che
ponendovi sopra le zampette e facendo dei movimenti circolari, fece apparire sulla superficie tutte
le scene in cui Viola aveva pianto e Pascal sospirato.
Esausta e intimidita da tanta crudeltà (la sua e la loro) Ingrata perse tutta la sua vitalità e si chiese
come aveva potuto essere tanto sciocca. Non rispose subito alla sua domanda e si ritirò in se stessa
tutto il pomeriggio al punto che la condanna delle blatte, paragonata alla sua, si ridusse ad uno
sbiadito blaterare.
Fu solo così, stretta in un fitto dialogo con se stessa, che Ingrata poté restare in ascolto del flusso di
maturità che stava nascendo nel suo cuore, come un fiotto di sangue sale verso un cuore da
rinnovare.