Interviste
TONI BEGANI: DIALOGO SULL’ALTROVE

La forma vera delle cose, di Toni Begani (Gattomerlino, 2025) è una raccolta in prosa poetica intrisa di memorie. Un memoir in prosa poetica? Parte alla stazione, con il treno di un pendolare, alle 6:20, e si muove nella nebbia, supera le nuvole in aereo per ritrovare la forma vera delle cose nella sagoma di un’isola a lungo sognata davanti al mare di Imperia dell’infanzia, poi scende, risale a Torino, passato e presente si confondono fino a un ipotetico figurarsi di come sarà la fine. Non è un libro che si legge una sola volta, è un libro che entra chiedendo permesso, che ti invita a scrivere delle note, a margine, a dire la tua. È un libro in cui sì, ci sono i ricordi, ma sono dei flash e sono funzionali ad altro. Attese e ricerca dell’assoluto mi sono parsi, da subito, due dei motivi ricorrenti. Le attese non sono mai prive di valore: nella musica le pause musicali – tacet – esprimono tensione, hanno un peso.

Ne ho parlato con l’autore, Toni Begani, ingegnere in pensione, fervido lettore, voce cantante e suonatore di armonica per La compagnia del personale viaggiante, grande amante di Camus, tanto che devo a lui, alla sua citazione de L’homme revolté, L’uomo in rivolta, a memoria, come una miriade di altre informazioni che conserva nei propri cassetti personali e che fa seguire con delicata ritrosia a un ‘all’incirca’, il nome di una rassegna.

«Toni, che cosa sono per te le attese?»
Ci pensa.
«Non voglio essere così banale da dire che anche la vita è un’attesa. Nei momenti migliori ci sono le attese migliori, così come ci sono attese colorate di disperazione. Per Pessoa, ad esempio, il sogno è la vita che conta, il resto, la vita operativa è quella cosa in cui si soffre inutilmente. Questa sospensione, però, dà valore a quello che è successo e che succederà. È legata a un momento di rivalutazione di quello che stai vivendo e a una capitalizzazione che ti tornerà utile in futuro».

È anche un libro in cui l’altrove compare in moltissime forme – di nuovo – diverse. Dalla geografia – il miraggio della Corsica – agli slanci giovanili, c’è sempre qualcosa che viene evocato e che rimane lì, seminascosto dalla nebbia di Torino.
«L’assoluto, in contrapposizione al nostro essere finito. Sai che è la mia ultima ossessione. Ecco, l’altrove che menzioni nel tuo libro è l’assoluto? Tutti hanno bisogno di una fede, per usare le parole che spesso evoco di Ksenja Laginja. Non intende e non la intendo come fede religiosa, intendo la fede come slancio, il dirigerci verso qualcosa verso cui catapultiamo tutte le nostre attenzioni e che rimangono anche oltre l’età giovanile. Ognuno di noi, in fondo, ha un’ossessione verso qualcosa, verso un punto».
«L’assoluto, per me, è tutto quello che mi ha in qualche modo spinto verso l’altrove, l’altrove che è spiegazione e soddisfazione del tutto e che nell’adolescenza era sostanzialmente una fede profondamente esistenziale e il voler fare delle cose.

«Tu, però, dai una forma a questo altrove».
Quando qualcuno si balocca con i miti, sostenendo che certe visioni sono rare forse vuol conservare il valore di ciò che forse ama, ma non conosce.
La forma vera delle cose si vede in volo con tempo limpido sulla rotta Roma – Torino, con un solo colpo d’occhio dal finestrino. Le montagne, lo stagno specchiato. Capo e Giraglia e dall’altra parte la Liguria, con la linea della costa a festoni, tanti capi e una lineetta nel mare che sporge da Capo Berta.
È tutto lì.

«Giuseppe Conte, leggendo queste righe, ti ha chiesto: che cos’è in realtà la forma vera delle cose? la realtà o il miraggio?»
«Me la porto dietro questa domanda. Ricordo benissimo, da Montegrazie [provincia di Imperia], un giorno, il nostro amico Roberto: io vedevo la Corsica, l’avevo vista il giorno prima, era lì, e lui dice ma no, non è mica la Corsica, è una rifrazione. Va beh, dico, sarà una rifrazione della Corsica, ma poi mi è venuto un dubbio: la Corsica, visto che è un mito… sarebbe troppo bella se fosse lei!»

«Nel libro c’è anche una certa tendenza agli aforismi, ci arrivi con pazienza, con una struttura a scalare, finché esprimi dei concetti assoluti, per poi tornarci, esprimere dei dubbi. Uno, quello che ho amato di più, è a proposito di chi emigra, e lo inserisci in un dialogo padre figlio, in cui tu, però, che di fatto hai lasciato la tua Imperia per Torino, te ne sei andato, non sei più il figlio, sei diventato il padre».
Chi emigra è un vile perché fugge, è stupido perché faticherà il doppio, ma è poeta e credente perché dovrà tenersi la sua speranza nel tempo.

«Ecco, qui c’è di nuovo l’aggancio con l’assoluto, perché uno che fugge è vile, se poi ha anche delle illusioni mal riposte è sicuramente stupido ed è stupido perché faticherà, perché portarsi delle illusioni vuol dire gestirle e non è facile per nessuno. Ma se tu prescindi dalla volontà di avere delle illusioni non vai avanti. La dinamica è quella: chi emigra faticherà il doppio, ma è poeta! Perché? Perché fa un’operazione di contrabbando mentale, dice che il bello merita. Meriterà? Boh? Ma lo fa, è poeta ed è credente perché a quel punto sa che deve andare dietro a quello che ha pensato di credere».

Elisa Audino
[Il poeta Yves Bonnefoy scriveva ne L’entroterra: “È vero che si desidera l’altrove solo dove vi è un’affermazione del qui? Ebbene, ecco come un’arte dell’affermazione, una civiltà dell’assunzione del luogo, possono prestarsi, quasi attivamente, all’immaginazione di un luogo altro, alla fantasticheria di un’arte sconosciuta; prestarsi all’insoddisfazione, alla nostalgia, favorire la svalutazione di quello stesso mondo di cui affermavano il valore.”]

disegni di Toni Begani
copertina La forma vera delle cose


Toni Begani in scena con la compagnia benefica del Personale Viaggiante
foto Toni Begani durante una presentazione
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