COME AUTORE NON SCRIVO, MA SONO SCRITTO

«Come autore io non scrivo, ma sono scritto, ossia mi faccio tramite, canale di qualcosa che sono io, ma al contempo non sono io»: Noi siamo altri (ed.Zona, 2025) è, in effetti, un titolo azzeccatissimo per un libro che potrebbe essere un memoir, ma non parla direttamente di Marco Palladini, ma di Marco Palladini attraverso la famiglia, gli artisti, le persone e i luoghi che ha incontrato. Roma, basso Piemonte, ponente ligure, Abruzzo. Noi siamo altri, compreso l’amore che resta, quando gli altri se ne vanno.

Che libro è? Palladini usa i termini romanzo-antiromanzo, pararomanzo-saggio-memoir, romanzo-mosaico. Io ho pensato a Fantasmi a Roma, di Eric Salerno: anche qui, c’è una coabitazione di mondi e anche qui la partenza è lo stupore di un ragazzino, catapultato in quel caso dall’America del maccartismo alla città eterna. Le corrispondenze: la prima, Eric Salerno, giornalista e inviato speciale, esperto di questioni africane e mediorientali, si è fatto le ossa proprio a Paese Sera e mi era rimasta, dalla lettura di quelle pagine, corroborata adesso dal memoir-non-memoir Noi siamo altri, l’impressione di un’incredibile stagione del giornalismo. Ma il giornalismo è solo una parte della storia, sebbene, nel caso di Marco Palladini, spieghi la sua abilità di sintesi, fondamentale nell’esercizio artistico. La seconda: Eric Salerno è figlio di un’ebrea russa dissidente e di un comunista espulso dagli Stati Uniti nel 1950 in pieno maccartismo. Il padre di Marco Palladini, richiamato alle armi nel 1943 e colto di sorpresa all’indomani dell’8 settembre, viene deportato in un lager come militare del deposto esercito italiano e, avendo rifiutato di aderire alla neonata Repubblica di Salò – così pure il quaranta per cento dei militari catturati –, ci rimane, rischiando la vita, fino alla fine della guerra. E anche questa è solo una parte della storia, che però fa risalire indietro nel tempo le cause di un senso critico che ha sempre fatto parte non solo della persona Palladini, ma soprattutto del linguaggio poetico tanto da dire in una precedente intervista «I miei testi opino che in genere risultino urtanti, confliggenti con le visioni conformistiche e narcotizzanti dominanti», e riporta tra le pagine più intime un’intervista a un Palladini padre ottantacinquenne che, con sorprendente lucidità, risponde alle domande del figlio sui due anni nel lager.

«Ho un’obiezione soltanto: noi giovani d’allora la guerra non abbiamo scelto di farla. Vi siamo stati costretti disgraziatamente dal fascismo».

Marco Palladini accenna, qui, a una certa retorica della Resistenza. E io annoto tra le pagine una domanda: la retorica non è forse il mezzo più subdolo ed efficace per mantenere intatti i privilegi? Visibilissima nel modo di esprimersi del padre una certa verve palladiniana, che ho ritrovato anche nei testi del fratello Luciano, e che, nel caso di Marco Palladini, aveva fruttato il termine di linguavirus.

Il fratello, quindi. Il libro inizia con una frattura. La malattia mentale. Marco Palladini si chiede se i disturbi post-traumatici, post-prigionia del padre, non abbiano inciso sul dna del figlio. Scrivevo nei giorni scorsi, prima di leggere Noi siamo altri: ognuna delle cose da cui il protagonista scappa finirà per riproporsi come unico finale possibile. E, tra parentesi, aggiungevo: la condanna del dna. Mi riferivo alla narrativa, ma anche alla vita. Nel memoir-non-memoir, la malattia del fratello di Marco Palladini esplode nel primo capitolo, con gli anni della gioventù, complice anche l’LSD di cui poco si sapeva, e chiude il libro. Ma non ha a che fare con la tecnica del racconto, il protagonista di questa storia-non storia abbiamo detto che non è uno, sono gli altri di quell’uno. Rimane, però, latente per tutto il libro finché, appunto, non torna in modo esplicito e più esauriente. Per quanto possano sembrare romantici alcuni tratti della malattia mentale, quando inficia in modo grave il modo di relazionarsi agli altri e il nostro agire quotidiano, gli sprazzi di luce possono essere sì magnifici

«Se c’è una cosa che la malattia deve avergli donato, è la capacità quasi mesmerica di inquadrare la persona che ha di fronte, facendone quasi una radiografia psicologica, intuendo i segreti nascosti nelle pieghe/piaghe della sua anima»

ma brevi, brevissimi e sono una magra consolazione perché «come tutti, le persone psicotiche sono complesse, anzi molto più complessi e difficili da maneggiare». La legge Basaglia è, in questo senso, una riforma a metà: tolto un abominio, si è lasciato il vuoto alle famiglie.

La caduta del muro. Da enfant di fine anni Settanta e proveniente da una famiglia basso operaia e di provincia, in cui di politica si parlava non poco, pochissimo, l’abbattimento del muro per me è stato soprattutto video-musicale: il passaggio dal pop sperimentale degli anni Ottanta al pop strutturato e plastico degli anni Novanta. Un po’ come passare dalla provincia alla città, dallo sperimentare al riprodurre in serie. Ma cos’ha significato per i giornali e per tutte quelle persone, compresi gli intellettuali, che in varia misura si erano richiamati al comunismo? La chiusura del già citato Paese Sera avvenne subito dopo la caduta del muro. Ma, insieme ai ricordi di molti autori tuttora invisibili al main stream, c’è Stefano Docimo. Scrive Palladini: «Il post ’89, la caduta dei socialismi reali, la fine del Pci, il tramonto dell’ideologia comunista credo che avessero lasciato una traccia profonda (e depressiva) su di lui [Stefano Docimo], che avessero dischiuso un vuoto di senso, e di orientamento, che non poteva non avere ricaduta pure sulla sua visione materialistica della scrittura. Eclissatosi il tempo dell’utopia, si eclissava anche il bisogno della scrittura in pubblico». Ksenja Laginja, cara amica e autrice altrettanta cara, una volta mi ha detto: «Abbiamo tutti bisogno di una fede». Suppongo che abbia a che fare con il nostro essere finiti e il nostro, per contrasto, slancio verso il non finito, l’attrazione per l’assoluto. Fabio Cantelli Anibaldi, filosofo e autore di Sanpa, da cui è stata tratta la famosa serie Netflix, individua nell’adolescenza il momento in cui più di tutti questa esigenza – la ‘fame d’infinito’ – si fa pressante, intrisa anche da un incomprensibile senso di nostalgia e senso di solitudine, che le fa da cassa di risonanza, e ritenendo, a ragione e per esperienza, pericoloso il negare che faccia parte della stessa natura umana, propone di cercare l’assoluto nel relativo. Tutte le vere passioni, mi ha detto una volta, quelle che attingono al nucleo dell’essere – scrittura inclusa – sono in fondo un’infinita nota di margine di quell’esperienza inconscia, un cercare di costruire nella vita, cioè nel regno del finito, qualcosa che dia forma e voce alla fame d’infinito che ci abita e costituisce. La fede, di cui tutti abbiamo bisogno, e a cui accenna l’amica Ksenja Laginja, la fame d’assoluto o d’infinito: non era anche questo, in fondo, la fede politica prima della caduta del muro? Uno slancio nel vuoto? [Mentre scrivo queste note, suonano alla porta due Testimoni di Geova e sono io a invitarli a riflettere sulla natura comune delle fedi, di tutte le fedi.]

Il Marchese De Sade, alla cui opera si è a lungo dedicato Marco Palladini: qual era il suo assoluto? Scriveva Palladini nel Prae Textum di Destinazione Sade (Arlem, 1996) che include la sceneggiatura di 12 Settimane a Sodoma: «L’uomo tenta, attraverso la ricerca del piacere, di pervenire alla massima intensità di vita e più, invero, brama e trova la morte. Ciò, dunque, che mi ha interessato drammatizzare è che in Sade lo scandalo non è sessuale, ma intellettuale». La storia dell’allestimento e della genesi dello spettacolo 12 settimane a Sodoma, che è uno dei capitoli di nuovo più interessanti di Noi siamo altri, mi ha sorpresa, quindi, a cercare notizie su Antonio Campobasso, interprete non solo del testo, ma esecutore materiale della sua distruzione, dopo il successo. È la realtà a essere narrativa o la letteratura ad avere capacità predittive? Qui si è mischiato tutto, testo, vita, passato, biografie, in una sorta di messa in scena a due livelli di 12 Settimane a Sodoma, allestimento, orgasmo, assoluto e distruzione, annichilimento. Il tutto e il nulla. Anche qui: ogni personaggio ha un’unica plausibile strada da percorrere.

Cut-up (abstract articolo):

c’è una coabitazione di mondi>la partenza è lo stupore di un ragazzino>catapultato da una parte della storia>colto da un’obiezione>una frattura mentale>il dna memoir-non-memoir pop plastico in serie>abbiamo tutti bisogno di uno slancio nel vuoto>suonano alla porta le fedi>la ricerca del piacere trova la morte

Elisa Audino

Immagini:

cover libri:

– Noi siamo altri, Destinazione Sade, Palladini

– SanPa, Fabio Cantelli Anibaldi

– Fantasmi a Roma, Eric Salerno

foto da 1 a 6: foto Palladini, credit Enzo Fornione

foto 7: foto Palladini, con Shame e Stefano Bertoli per GiR, credit Enzo Fornione

foto 8: foto Palladini, no credit