L’arte gentile di Giorgio Vazza

a cura di Alfonso Lentini

“Bisogna inventare. / Una stalla può diventare / un tempio e / restare magnificamente una stalla.” (Antonio Neiwiller)

Le opere che Giorgio Vazza espone nella Galleria dell’Eremo a San Pietro di Feletto (TV) dal 4 marzo al 1 aprile documentano una tappa importante della sua ricerca pittorica, ma rappresentano solo un versante della sua ricerca artistica che è prismatica, multiforme, quasi inafferrabile nella sua varietà.

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Pur seguendo una linea rigorosa e coerente, Vazza spazia infatti dalla Land Art alle installazioni, dal libro oggetto alla scenografia, dal disegno minimalista al concettualismo puro. Multiformi sono anche i materiali con cui da sempre lavora: rami, sassi, fili d’erba, rame, ferro, vetro, plastica, legno… Da ciascun materiale sa far uscire una voce diversa ma consonante in movimenti corali, incastrando una pluralità di elementi in un’operazione creativa che a volte si spinge quasi oltre se stessa sino a comprendere l’interazione interpersonale (si vedano ad esempio gli stupefacenti lavori di Land Art che da qualche anno periodicamente realizza insieme a un gruppo di giovanissimi studenti del suo territorio).

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Da questo affollato cantiere pieno di cose molto fisiche o comunque ben ancorate alla concretezza, sgorga però una ricerca concettuale aerea, lieve, quasi impalpabile, eppure molto pensata, un’arte “gentile” (perché fatta di naturale eleganza e nobiltà di cuore), che ritroviamo tutta nei lavori pittorici di questa mostra (rigorosa e accuratissima persino nella scelta di un’unica forma, quella geometricamente perfetta del quadrato).

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Dietro alle composizioni pittoriche, insomma, sta qualcosa che non è solo pittura: una consapevolezza della complessità, un’idea di arte che nasce dalle cose quando si incontrano con il pensiero, un’arte che prende forma dal rapporto con i luoghi quando i luoghi diventano prismi.

“Luoghi” è infatti il titolo dell’esposizione, titolo forte, bello, ma significativo a patto che lo si intenda in tutte le sue possibili sfaccettature.

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I luoghi di Giorgio Vazza sono le distese acquatiche di un lago le cui onde sfumano in distese ancora più vaste di sabbia, sono le vallate e i monti dell’Alpago, sono gli animali, le pecore che in “pascolo vagante” abitano quel territorio. Va da sé che i luoghi non sono solo fisici. Esistono, beninteso, luoghi interiori, luoghi dell’anima; i luoghi possono essere “oggetti” carichi di tensioni emotive, inganni della memoria, situazioni esistenziali, ma forse di fronte a queste opere attraversate come righe di scrittura da campiture orizzontali e quasi sovrapponibili nelle loro infinite variazioni, vale la pena di abbandonarsi ai mille slittamenti di significato che la parola “luogo” può suggerire senza che nessuno di essi vada a prevalere.

Luogo per eccellenza è però il quadrato, la forma che accoglie il coro delle pennellate morbide e dense, i moti cromatici, le forme allusive che producono onde di senso in perfetto equilibrio fra arte informale e riferimenti figurativi. Certo, nelle opere compaiono scorci di luoghi fisici, acque, sabbie, prati, alture, ma ogni elemento subisce continue metamorfosi e spesso diventa pura alchimia cromatica dove gli arancioni squillanti, gli azzurri, i verdi, i neri si rincorrono sfumando nel tenue dei grigi e degli ocra. Ma la disposizione delle linee è da intendere soprattutto come gesto: le linee orizzontali sono a volte interrotte da graffi verticali e così, in forma di croce, l’incastro di orizzontale e verticale dà vita a profili di montagne appena accennate o forse solo a una tensione spirituale verso l’alto, un desiderio di volo.

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In questo oscillare tra informale e figurativo, in questo suo poetico lavoro di smaterializzazione delle cose, Vazza sembra suggerire che le cose a loro volta contengono altro, quell’altro che non si può vedere con occhi normali e che solo gli artisti riescono a mostrare.

Del resto un ulteriore importante elemento che caratterizza il suo lavoro di smaterializzazione e metamorfizzazione è la riflessione sullo scorrere del tempo e sul conseguente mutare delle cose. Nelle opere di Vazza, come nella realtà, una montagna non è mai identica a se stessa e i riflessi sulla superficie dell’acqua non si ripetono mai uguali. I luoghi possono essere scavo nella memoria o un orizzonte di speranza. Proprio per questo succede che in queste opere alla forma quadrata come luogo dell’evento artistico si sovrappone un altro luogo, forse ancora più evidente, cioè il tempo; perché anche il tempo è un “luogo” da abitare, anzi forse il luogo più umano che si possa concepire, in quanto solo gli esseri umani (e non Dio) lo abitano percependolo come fonte della loro drammatica precarietà.

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E in questo, come dice Serena Dal Borgo nel suo scritto di presentazione della mostra, Vazza sa essere “artista-filosofo” e insieme “artista a tutto tondo che sa trattenere tutte le esperienze orizzontali e verticali dell’intorno”.

Luogo per eccellenza, infine, è il laboratorio, lo spazio fisico (e metafisico) dove Giorgio Vazza lavora producendo senza sosta la sua arte lieve e gentile. Uno spazio arcano, che somiglia a un presepe: un’antica stalla, povera e nuda, dove l’artista si apparta come in un tempio; un tempio che però, per dirla con Antonio Neiwiller – autore prediletto dal nostro artista – può (e deve) “restare magnificamente una stalla”.

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“Luoghi” mostra personale di Giorgio Vazza, presentazione di Serena Dal Borgo. Galleria dell’Eremo, San Pietro di Feletto (TV) dal 4 marzo al 1 aprile 2023.

 

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