UNA SPECIE DI MALINCONIA

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Metto subito le mani avanti, come si suole dire: proverò a essere un recensore imparziale, ma:
sostengo da tempo che la scrittura di Vitaliano Trevisan sia una delle migliori fra quelle italiane (forse la migliore), ha scritto romanzi importanti nella storia recente della nostra narrativa, dall’ultimo Works, a I quindicimila passi, è attore cinematografico, e anche autore teatrale (“Una notte in Tunisia”, “Due monologhi”, entrambi nella collana teatrale di Einaudi), ora in libreria un suo nuovo testo teatrale: “Il delirio del particolare”, in uscita il 10 settembre per la casa editrice Oligo, e che sarà rappresentato a Brescia il prossimo novembre.

Ispirato alla figura dell’architetto Scarpa, autore della celebre tomba Brion (in cui lo stesso Scarpa è sepolto, morto a seguito di una caduta in Giappone), il testo coinvolge tre personaggi (La vedova, il suo badante, e un professore di storia dell’architettura); la vedova elabora riflessioni come questa:
Ogni volta che mio marito si sedeva su quella poltrona/pensavo/Ecco/ora non si rialza più/Tanto belle quanto scomode;

Il badante, Cecchin, frasi che assomigliano a aforismi, come: Nel mio lavoro essere assenti è essenziale;

Bernardi, il professore di storia dell’architettura dice: Il fatto è/ cara signora/ che un vero architetto non preferirà mai un albero/ alla possibilità di costruire qualcosa.

Il testo, godibilissimo, è attraversato forse meno del solito dalla scrittura solitamente nervosa di Trevisan, ma ne guadagna in leggibilità (per quanto un testo teatrale venga non solo letto, ma quanto meno immaginato, se non realizzato), al limite della pacatezza nel quasi monologo della vedova, che cita continuamente, senza farne il nome mai, l’architetto (l’architetto e non era architetto/sepolto in piedi/ capisce Cecchin/ si è fatto seppellire in piedi/ Il suono delle ossa che cadono mi terrà compagnia/ diceva/ Ma secondo me c’è dell’altro/Qualcosa di simbolico/Quell’uomo era ossessionato dai simboli);

Trevisan dà il suo meglio – tra le tante possibilità che i suoi mezzi espressivi gli forniscono – quando deve irridere, quando rappresenta sferzando, così come accadeva ad uno dei suoi riferimenti indiscussi: Thomas Bernhard, qui a farne le spese, è l’architetto, anzi, usando un’espressione da brividi da rivista di arredamento: l’archistar (nei suoi lavori precedenti, fra gli altri, sue illustri “vittime” erano state il noto regista cinematografico, e il noto attore e regista teatrale), e anche, in minima parte un altro famoso scrittore del Novecento italiano (Trevisan probabilmente riuscirebbe a essere un vento sferzante, una pioggia tagliente).

Il testo in questione è un placido lago che in superficie appare neppure lontanamente foriero di possibili pericoli, e che invece sul fondo nasconde chissà quali misteri: ma con Trevisan bisogna sempre stare all’erta, e ogni pagina regala sussulti, sorrisi maligni, in una parola, soddisfazioni; l’autore di Shorts è una garanzia di soddisfazioni, è la certezza che nel leggerlo ti darà molto di più di quello che solitamente ti concede un libro; lo scrittore vicentino del resto riesce a fare letteratura ancora prima di scrivere (Riferimenti a persone o fatti realmente accaduti sono di responsabilità esclusiva dell’autore, che manleva l’editore da qualsivoglia conseguenza) con Trevisan si centellina ogni rigo, ogni pagina, pur di non farlo finire troppo presto, prolungarne il piacere della lettura, e anche con questa sua ultima opera infatti, si conferma ancora una volta un autore essenziale per chi si voglia salvare dalle patrie lettere.

Caduto malato durante il viaggio
I miei sogni vagano
Per lande desolate

(Bashò)

(Giuseppe Rizza)