Recensioni
Estasi infame di Angelo Baiocchi
a cura di Paolo Marati

Francesca Leonora Carimonti – una giovane donna di successo, già docente universitaria a ventinove anni, coltissima, dall’intelligenza sopraffina – parrebbe, sulle prime, una protagonista perfetta per un romanzo del filone ricchi e famosi. E tuttavia il fascino irresistibile e la vitalità da vincente che la caratterizzano vengono deformati da un’ossessione erotica – apertamente sadica – che rende infame tutti i suoi progetti di espansione di sé.
«La vita mentalmente lussuosa è la vita in cui consideri l’essere umano non un valore, non un fine, ma uno strumento per […] la tua eccitazione. È mentalmente lussuoso concedere a qualcuno di farsi utilizzare come puro mezzo per il godimento, anche torbido. È mentalmente lussuoso irridere, umiliare, colpevolizzare chi non ti soddisfa o chi fingi non ti abbia soddisfatto» (p. 21).
Già nelle prime pagine Leonora scopre le proprie carte. E comincia a mettere in atto imperterrita il piano dell’affermazione di sé e di umiliazione del prossimo mischiando egregiamente abilità, carisma e una gestione vincente della propria immagine per precipitare, però, in un vortice sempre più perverso che la porterà a fondare una setta di adoratori-schiavi con il beneplacito della Chiesa cattolica. Ma il delirio di onnipotenza, che troverà l’apice nell’indurre una ragazza brillante al suicidio, la condurrà verso una catastrofe interiormente bramata.
Sacher-Masoch? Sade? Sì, sono loro a prima vista i numi ispiratori di Angelo Baiocchi per il suo romanzo d’esordio, Estasi infame (Lupetti, 2024, II edizione, pp. 350). Baiocchi travalica i limiti della verosimiglianza per creare delle atmosfere morbose e, al contempo, raffinate, immergendo il lettore nel mondo conturbante di una Venere in pelliccia attualizzata e oltremodo potenziata, e si inoltra nei meandri di un erotismo totalizzante senza mai compiacersi, senza mai abbandonare quel clima onirico che giustifica le primitive pulsioni inconfessabili.
E tuttavia Baiocchi oltrepassa i limiti della letteratura di genere tramite continui richiami a Dante, sia della Vita nova (il narratore che scorge in Leonora una teofania che lo guida a un cambio radicale nella propria esistenza) che dell’Inferno (i seguaci di Leonora che hanno perduto il ben dell’intelletto nella loro dannazione volontaria). Il nome stesso di Leonora sembra alludere in maniera antifrastica all’omonima eroina del Trovatore. E cospicui appaiono i rimandi a Verdi, soprattutto all’Otello, come a rimarcare l’atmosfera malata di amore-morte, di una gelosia dilagante rivolta, in questo caso, verso chi non può amare.
La fitta trama di richiami letterari, filosofici e antropologici appare inesauribile. Fondamentale, per esempio, risulta il rapporto dialogico che Baiocchi instaura con il dostoevskiano Ivan Karamazov nel campo della teleologia, nella ricerca affannosa di un’accettazione personale di un Dio che permette le atrocità, nel vortice faustiano del sacrificare al piacere una possibile dannazione eterna. O le connessioni implicite con Canetti, nell’analizzare i vari aspetti psicologici e sociologici delle masse.
Temi complessi, questi trattati da Baiocchi, che s’inseriscono in una narrazione rapida, dal ritmo sempre sostenuto, dallo stile mai dannunziano, e che rendono Estasi infame un’imprevedibile novità nel campo della narrativa odierna, livellata, com’è, dal moralismo dilagante del dover essere politicamente corretto.
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