Maurice Ravel – Echenoz e la musique de livre II

a cura di Guido Michelone

continua […]

Ravel inizia dando per scontato che il compositore sia un uomo conosciuto in tutto il mondo – un personaggio mediatico, si direbbe oggi, un personaggio del proprio tempo, vicino all’alta borghesia – grazie a partiture oscillanti tra classico e moderno. All’inizio del libro, dopo una formidabile descrizione del viaggio in prima classica su un transatlantico raffinatissimo – Ravel compie un tour trionfale negli Stati Uniti dove celebrità, appassionati e colleghi ne celebrano il genio. Ed Echenenoz dipinge Ravel come un uomo di mondo, sempre vestito a festa, in maniera elegantissima, dal frack allo smoking, ma costantemente preoccupato per il proprio aspetto esteriore. L’intreccio del libro ruota attorno alla sottile ambiguità della figura umana e artistica: Ravel insomma è al contempo idolatrato da chiunque (uomini e donne) che però vive una profonda solitudine in perenne stato di acuta infelicità. Vive da solo una casa piccola, senza un amore; non si accompagna mai a un’amante o fidanzata, qualcuno dice di vederlo di sfuggita una volta mentre esce da un fetido bordello del quartiere parigino a luci rosse. Al pianoforte o sul divano trascorre sempre più tempo, dove si annoia, soffrendo altresì di insonnia. Dopo un incidente d’auto, perde gradualmente la ragione finché, negli ultimissimi anni, non si ricorda quasi più niente, nemmeno più di essere l’autore delle opere che ascolta al concerto. Dimenticati i nomi di amici e conoscenti per Ravel è ora di cure mediche: viene quindi deciso di sottoporlo a un intervento chirurgico al cervello, che sarà un fallimento, visto che Ravel morirà in ospedale solo dieci giorni dopo.

E proprio in collegamento al tristissimo epilogo, bisogna ora riprendere il saggio di Citati summenzionato Maurice Ravel. Vita di un automa costruttore di musiche che esce nelle pagine culturali del quotidiano «la Repubblica» il 30 marzo 2007 e che anche oggi può essere letto nella versione integrale sul sito «Il mio libro» facente parte del gruppo GEDI e la Repubblica. Il finale di Citati non ha nulla da invidiare, come prosa, alle pagine di Echenoz: “Nel 1937, Ravel viene operato per un’atrofia cerebrale: gli radono il cranio, gli segano la scatola cranica. Si sveglia, fa qualche domanda, non ricorda, si riaddormenta. Dieci giorni dopo, muore: qualcuno gli mette addosso il frac, il gilet bianco, il collo rigido ad aletta, il papillon bianco. Poi lo buttano via, nel deposito dei rifiuti, dove si gettano le macchine e gli automi guasti. Solo ora ci accorgiamo che l’implacabile libro di oggetti, che Jean Echenoz ha costruito con tanta perfezione, gronda di strazio come la più patetica storia romantica”.

Questo libro di oggetti, per Citati, è di ardua collocazione se si vuole incassarla in un genere; risulta forse più semplice dire, alla Eugenio Montale, ciò che non è: “(…) non è una biografia, né un ritratto psicologico, né una biografia romanzata: i maestri di Echenoz non sono né Sainte-Beuve né Lytton Strachey. Per metà, è un perfetto congegno, costruito con grande precisione, minuzia ed eleganza, con viti, bulloni, piccoli oggetti, particolari esattissimi: per l’altra, una egualmente perfetta lastra tombale, come se Ravel fosse morto prima di nascere.

Forse ricorda un romanzo pubblicato quasi trent’anni fa, La vie mode d’emploi [La vita istruzioni per l’uso, 1978 ] di Georges Perec, sebbene non condivida in nessun modo l’ambizione di rappresentare tutta Parigi e la Francia e l’universo”.

Leggendo Echenoz, Citati ha la sensazione che Ravel non risulti un essere umano, come quelli che di esempio si incontrano nel tran-tran giornaliero o sui quali gli scrittori e i critici spesso fantasticano: “Ora ci sembra un automa asciutto e garbato: ora un burattino: ora un dandy pietrificato nella sua eleganza; ora un minuscolo fantino che corre sopra un cavallo immaginario in una corsa egualmente immaginaria, che conduce chissà dove”. Tutto ciò accade perché Echenoz guarda Ravel forse da lontano, senza il minimo desiderio di scandargliarne l’animo umano o di farne una banale scontata psicologia; in altre parole il romanziere osserva con acume e spietatezza il compositore, ma lo fa esternamente: “(…) dal di fuori, lo descrive, lo segue nei suoi gesti e nei suoi movimenti, come se guardasse una pedina che qualcuno muove su una scacchiera nera e bianca. Sembra che Ravel non abbia sentimenti: non ama, non odia, non si appassiona, forse non immagina nemmeno la musica che sgorga dalle sue mani, come se uscisse dalle mani di una persona nascosta alle sue spalle”.

Ovviamente esistono tante maniere per conoscere Ravel, iniziando soprattutto a ascoltarne la musica con una protervie di registrazioni discografiche di cui non c’è che ‘l’imbarazzo della scelta’. Ma anche la lettura del Ravel di Echenoz può servire tanto ai neofiti per una meravigliosa scoperta tanto ai raveliani per andare oltre le apparenze. E in tal senso le chiose di Citati aiuto a guidare il lettore (e l’ascoltatore), integrate magari da un altro saggio insolito: Giorgio Pinotti apparso il 5 febbraio 2019 su «N. d. T. la Nota del Traduttore», dove spiega la tecnica di passare dal francese all’italiano, tendendo conto di una bellissima affermazione dello stesso romanziere quando dice che quel che cerca scrivendo è una ‘musique de livre’, non diversa da una ‘musique de film’.