FRANCESCO OCCHETTO: TRADURRE POESIA COME I DERVISCI

Tradurre poesia, di Joyce Lussu, Mondadori, 1967 e ripubblicato da Robin nel 2013, è un viaggio attraverso la personale ricerca di Joyce Lussu della parola poetica. Ed è diventato, subito, il mio personale manuale di traduzione. Perché traduciamo poesia, però? L’ho chiesto, in due diverse occasioni, a Francesco Occhetto, che, giovanissimo, ha tradotto, insieme a Faezeh Mardani, i maggiori poeti persiani e arriva da due lavori imponenti: Poeti iraniani. Dal 1921 a oggi, Mondadori, 2024 e Dovrò prepararmi a fiorire. Poetesse iraniane dal Novecento a oggi, Anima Mundi, 2025.


ea: Francesco, perché hai scelto la traduzione? Tra le attività intellettuali è quella meno remunerativa, quella in cui non si compare mai. Il traduttore è invisibile.
Occhetto: In realtà, posso raccontarti perché ho iniziato a tradurre poesia persiana: prima di tutto perché amo la poesia, è il linguaggio che sento più affine a me, la mia lingua. Penso che ognuno di noi ne abbia una: chi dipinge usa la lingua della pittura, chi scolpisce ha la lingua della scultura, chi canta ha il canto e io ho la poesia. Nella vita ho avuto in sorte questo linguaggio e mi esprimo tendenzialmente con la poesia, mi lascio esprimere dalla poesia.

ea: E quando sei arrivato all’Iran?
Occhetto: Quando avevo più o meno diciott’anni. L’Iran non è soltanto un luogo fisico per me: è un po’ una presenza. Io lo chiamo l’Oriente del pensiero: a tutti noi capita ogni tanto di incontrare delle luci particolari e io ho incontrato questa luce, cioè la letteratura persiana. In un periodo molto inquieto della mia vita che ha coinciso con la ricerca spirituale interiore, ho conosciuto l’Iran attraverso un poeta che si chiama Jalâl al-Din Rumi, il Dante persiano. Non so se ascolti Battiato: Battiato parlava dei dervisci rotanti, di questi meravigliosi uomini che vanno in estasi ruotando per delle ore e lo fanno, pensa, per arrivare allo sguardo che ha l’universo, per uscire fuori da se stesso e abbandonare qualsiasi forma di sollecitudine mondana, qualsiasi forma di egoicità e giungere alla neutralità dello sguardo dell’universo. Quando ho letto Rumi, il suo linguaggio ha curato le inquietudini che avevo in quel tempo, quindi ho iniziato a studiare il persiano, ho scoperto che è una lingua straordinariamente facile la si impara in tre mesi, volendo.

ea: Cioè, tu dici che io potrei imparare il persiano in tre mesi, ne sei certo?
Occhetto: Le strutture principali, sì, si possono imparare in tre mesi. Il persiano è una lingua indoeuropea. Non è come l’arabo che, essendo una lingua semitica, ha delle forme e delle strutture molto diverse dall’italiano. Così, mi sono messo a studiarlo, era l’unico modo per leggere i poeti persiani contemporanei.
ea: Che è un po’ quello che ho fatto io con i poeti nigeriani contemporanei. Potevo leggerli solo in inglese, non sono tradotti. Ma tra il persiano e l’inglese c’è un salto quantico. E poi che è successo?
Occhetto: All’Università di Bologna ho conosciuto Faezeh Mardani, che è una meravigliosa persiana che mi ha donato tutto il suo sapere della letteratura e mi ha detto «bene, se vuoi ti posso aprire questa strada, poi sarai tu a continuarla» e ho capito una cosa: più che un poeta, sono un traduttore, il che potrebbe essere la stessa cosa, ma in realtà è molto diverso.
ea: In che senso?
Occhetto: Il poeta è colui che scrive ed è conosciuto per ciò che scrive, il traduttore è il servitore massimo della poesia, sta all’ombra del poeta o della poeta che traduce e in un certo senso deve fare un po’ come fanno i Dervisci. Ecco perché ho usato questa metafora, perché deve uscire da sé stesso pur sapendo che, per arrivare a questo sguardo dell’Universo, a questa danza meravigliosa, deve rimanere nel suo corpo un po’: questo corpo gli serve per donarsi totalmente alla poesia, altrimenti sarebbe puro spirito immateriale e, quindi, la traduzione sarebbe impossibile. Allora io trovo in questa metafora del Derviscio una perfetta aderenza con ciò che io considero la traduzione, cioè una specie di estasi, nel senso che quando io incontro un poeta che vibra, che sento particolarmente vicino, vado proprio in estasi: riconosco questo linguaggio meraviglioso che mi guarisce interiormente, però so che questa estasi, per essere scoperto anche nella mia lingua, prevede un annullamento totale di me.
ea: Hai anche detto che la traduzione è una forma di ascetismo.
Occhetto: Esatto! È un’arte meravigliosa. Oggi tutto ciò che facciamo deve essere riconosciuto costituzionalmente, perché se una cosa non è riconosciuta non esiste. Pensa alla nosra individualità. Come trattiamo noi stessi? Noi esistiamo in funzione della nostra immagine, della nostra apparenza: se non abbiamo un profilo Instagram, non siamo niente, non esistiamo. Ecco, la traduzione è assolutamente l’opposto: noi esistiamo in funzione della nostra non esistenza, attraverso qualcos’altro e cos’è questo qualcos’altro? Lo spirito della poesia. Il poeta rimarrà sempre legato a sé anche quando darà testimonianza della poesia più alta, mentre invece il traduttore saprà, comunque, in partenza che lui sarà soltanto un’umile ancella, come diceva Adriana Lecouvreur. Quindi, io mi sono innamorato di questi poeti iraniani che sono meravigliosi e sono contento di stare alla loro ombra e che queste poesie poi abbiano iniziato a viaggiare. Tante persone si sono avvicinate alla poesia persiana e hanno soprattutto scoperto che l’Iran non è solo quello che i telegiornali ci dicono, è anche quello, ma è soprattutto una letteratura meravigliosa, sconfinata, che bisogna scoprire.

Foto:
– foto ‘dervisci’: Francesco Pala, per GiR
– foto Francesco Occhetto
– cover libri
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