Dall’iconoclastia all’arte contemporanea 6, iii

a cura di Alex Cantarelli

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Tirando le fila del discorso, per Besançon l’arte è riconducibile al divino, a quella divaricazione di senso tra divino e umano e acquista dignità e forza dal fatto, squisitamente pedagogico e retorico, di rappresentare l’Assoluto cristiano, cioè Dio.

La tendenza iconoclasta nasce dal delirio di considerare l’Assoluto come irraggiungibile e in questo senso non rappresentabile: ogni sua rappresentazione diviene quindi non veritiera, distogliendo il cristiano dalla verità di Dio.

L’iconofilia invece che nella corrente cristiana ha prevalso, a partire da Nicea, fa dell’Incarnazione la prova della possibilità di una relazione essenziale tra umano e divino, relazione che fa da sostrato alla possibilità di una rappresentazione di quest’ultimo. Medesimo e comune il precetto biblico dell’Esodo, ma diversa la storia delle immagini, nelle religioni monoteiste, per la ragione, comune a molti pensatori cattolici, che le religioni non cristiane non contemplano l’Incarnazione.

Ma cosa sopravvive del divino nell’arte contemporanea ? Qui l’analisi di Besançon è molto arguta anche se lascia molti dubbi. Negli esempi contemporanei di Kandinskij e Malevič egli ritrova una sorta di delusione per l’impossibilità di rappresentare l’assoluto. Ma la divaricazione che per Besançon è tra Dio e l’uomo è, in modo primario e più originale, una polarità tra idea e rappresentazione, che non esclude peraltro il divino ma lo ricomprende. In questo scenario di nichilismo inevitabile, l’artista non ha nostalgia per il divino cristiano ma incarna in prima persona ogni rapporto tra l’idea e la rappresentazione, se ne fa carico, con tutto il peso dell’Assoluto e della morte di esso.

Lo sdegno per le opere contemporanee che Besançon guarda inorridito alla Biennale di Parigi, non riacquistano dignità nello sforzo malcelato di una rinnovata e disperata aderenza al divino, ma sono il frutto di una presa di posizione, quella dell’artista, che è frutto né di dimenticanza né di arroganza, ma esito ineludibile della stessa storia del fenomeno artistico e del suo destino.

La stessa responsabilità individuale dell’artista si inscrive quindi in un’epocalità e in una necessità, che punteggiano la storia universale dell’arte come storia ideale. Una filosofia della storia artistica dell’Occidente cui Hegel dona le basi teoriche, Nietzsche ed Heidegger portano avanti, ma che trova la ragion d’essere nel luteranesimo e nel calvinismo, nella teoria riformata della provvidenza e  del destino.

Ciò che è avvenuto nella contemporaneità, è quindi una sorta di sorpasso del concetto sull’oggetto, dovuto all’epocalità del rapporto tra concetto e rappresentazione artistica. “Epocalità” perché questo rapporto, in quanto tale, definisce uno scarto irriducibile tra oggetto rappresentato e immagine artistica.

L’arte non riproduce la realtà: vorrebbe farlo, ma lo fa con la cattiva coscienza di essere già da sempre un’immagine diversa ed idealizzata della realtà. E questa idealizzazione, o eidetica, porta con sé un carico di valori, concetti ed ideali che prendono gradualmente il sopravvento sulla rappresentazione.

Potremmo dire che la rappresentazione è l’elemento debole dell’arte.

Più forte di essa è il concetto.

Duchamp ne è la prova.

L’iconoclastia di Duchamp risiede completamente proprio nel sopravvento del concetto sull’oggetto, inessenziale quest’ultimo, benché presente e inalienabile.