FOTOMONTAGGI DA SOGNO: LE NOTTI INQUIETE DELLE DONNE

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In questa estate nomade, tra un giretto e l’altro rigorosamente ispanofilo, sono capitata al Palacio de la Aljafería di Zaragoza, luogo incantevole in cui ho scoperto l’esistenza di Grete Stern e dei suoi lavori conturbanti. La retrospettiva dal titolo Sueños, che il Palacio a tutt’oggi ospita, è dedicata ai suoi celebri fotomontaggi, che hanno messo in scena le visioni oniriche di una generazione di donne, in quel di Buenos Aires e dintorni.

La Stern, di origini ebraiche, nasce nel 1904 in Germania. Dopo un’intensa attività artistica ben avviata a Berlino, è costretta dall’avvento del nazismo a traferirsi prima a Londra e in seguito in Argentina. Nel 1948 inizia la sua collaborazione con la rivista femminile Idilio di Buenos Aires: il suo lavoro consiste nel rappresentare i sogni delle lettrici, che ne scrivono al sociologo Gino Germani e allo psicologo Richard Rest (pseudonimo di Enrique Butelman), all’interno della rubrica El psicoanálisis le ayudará. Dal 1948 al 1951 Grete raffigura ben centoquaranta sogni, attraverso la tecnica del fotomontaggio, ricorrendo a prospettive assolutamente distorte e mettendo insieme in modo inverosimile e grottesco una serie di elementi tra i più variegati, non solo dell’universo domestico, con l’immagine della donna che incarna di volta in volta la protagonista del sogno. Il risultato è straniante e inchioda chi osserva questi lavori surreali alle inquietudini di un’intera generazione al femminile, schiacciata tra il “dover essere” imposto dalla società patriarcale dell’epoca ‒ pienamente introiettato e riprodotto inconsapevolmente dalle stesse donne ‒, e i desideri di emancipazione che di lì a qualche anno daranno l’avvio a una irripetibile stagione di cambiamento e rivoluzione (che mi pare essere ancora in corso…).

Personalmente ho trovato questa mostra assai (dis)turbante, in primis perché mi ha messa di fronte all’immaginario segreto di persone a me sconosciute. Non so, ho sempre pensato che il racconto dei sogni sia un tipo di narrazione da condividere nell’intimità di una ristretta cerchia di affetti. O proprio da non svelare a nessuno (psicologi a parte, e solo nel bozzolo asettico di uno studio privato), almeno nel caso di un certo tipo di sogni, in cui l’inconscio si manifesta con tutta la potenza eversiva di cui è capace, perciò diventa pericoloso parlarne: si corre il rischio di alterare delicati equilibri e di minare la considerazione che gli altri hanno di noi. (Dis)turbante, dicevo, anche per il fastidio, al limite della ripugnanza, che alcuni accostamenti producono. Mi sono soffermata soprattutto, nemmeno a dirlo, sulle fantasie oniriche che le donne svelavano rispetto alla maternità. L’inautentica costruzione di un ruolo ammantato di sacralità e di sentimenti sbiancati da ogni ombra, che da sempre imbriglia il femminile e lo limita anche nelle declinazioni del sentire, definendole a priori accettabili o meno, emerge chiarissima in queste immagini che parlano invece di tutta l’ambivalenza che la relazione madre/figli comporta (anche il suo peso, oltre agli slogan cuore amore sacrifico felicità evviva). Soltanto da pochi anni le donne possono più o meno senza vergogna parlare anche delle emozioni negative legate alla maternità, ma all’epoca queste lettere erano forse l’unico modo per potersi raccontare senza retorica. Qualche tempo fa (tra il 2008 e il 2016) è stato avviato uno studio sociologico che ha indagato su quanto davvero la percezione di completezza di una donna sia determinata o meno dall’esperienza della maternità. Sono state raccolte le dichiarazioni di un campione di donne di età compresa tra i ventisei e i settantatré anni, a cui sono state somministrate domande come: “se potesse tornare indietro, sapendo tutto quello che comporta, sarebbe di nuovo madre?”; “dal suo punto di vista essere madre porta dei vantaggi?”; “le gioie della maternità compensano gli svantaggi?”. Le risposte delle intervistate hanno rivelato sentimenti contradditori rispetto alla maternità e molte di loro hanno confessato un secco no a tutti e tre i quesiti qui citati.

Insomma, gli anni Cinquanta sono lontani, e nel tempo il ruolo della donna ha potuto declinarsi in variabili sorprendenti, che le nostre nonne non si sognavano nemmeno. Quasi nella stragrande maggioranza dei cosiddetti paesi occidentali, la casa non è più il regno esclusivo a cui il femminile è relegato, tra luccicanti elettrodomestici e banchetti da allestire a ogni ora del giorno, in candidi grembiulini di pizzo. Quante immagini della Stern raccontano come questo nido accogliente si sfigurasse di notte in un luogo asfittico, ad esempio trasformandosi in un’enorme bacinella dentro cui una donna spaventata si ritrova a sprofondare, provando invano ad aggrapparsi alla tavoletta del bucato, oppure in una gabbia per canarini da cui guardare fuori, immobile, agghindata di tutto punto, con un ventaglio ad ammantare la bocca di silenzio, o ancora in una smisurata libreria (popolata da titoli di soli autori maschili!), che in sembianze lillipuziane una giovane  percorre spargendo fiorellini in abiti altrettanto fioriti. Se è possibile affermare che le donne di oggi hanno scoperto e abitano un mondo che non le confina più dentro le quattro anguste pareti domestiche, è forse ancora prematuro considerare archiviate del tutto altre limitazioni, intangibili ma così potenti da risuonare forte nell’eco di sgomento che le immagini della Stern portano intatte ai nostri occhi svezzati dai movimenti femministi. L’enorme bambolotto/neonato che va incontro a una donna, in un vicolo stretto, mentre lei si copre il volto atterrita, come avesse visto un fantasma, è forse la più emblematica di queste attualissime icone d’angoscia.

Mi chiedo curiosa quali immagini produrrebbero i sogni contemporanei, se esistesse ancora una Stern a “fotografarli”. Quali inquietudini segrete popolano le nostre notti di donne che lottano ancora per non essere meri oggetti, soprammobili tra le mani di un uomo (come la donnina del sueño “Artículos eléctricos para el hogar”, trasformata nella base di una lampada, che una presenza maschile accende e spegne a suo piacimento), o culle che generano bambini e incubi?

Margherita M.