Pesci di vetro, Sergio Oricci

La scrittura di Sergio Oricci, in “Pesci di vetro” (Gattomerlino 2020), potrebbe essere assimilata ad un’installazione, da attraversare, magari caderci dentro, senza farsi troppo male e risalire. La struttura compatta, l’assenza di versi “tradizionali”, un ritmo tuttavia interno dato dalla presenza (seppur rara) di rime e assonanze inseriscono, di diritto, questi testi nella poesia. Qui la forma è la prosa, ma la sostanza è poetica. Si tratta di una questione complessa, per lo spostamento non solo semantico tra ai due “generi”, ma anche per la sostanziale compresenza – ossimorica – di misura salda del frammento e di continuum narrativo.

Per un approfondimento di questo genere ibrido è utile leggere il saggio, fondamentale, di Paolo Giovannetti che, ne “Il testo che non sembra – La poesia (e la prosa) in prosa” (in “La poesia italiana degli anni duemila”) ha dedicato a questa forma particolare di scrittura delle pagine critiche che riassumono lo stato dell’arte. È evidente che spesso oggi la poesia necessita dell’intervento critico a supporto o, come scrive Giovannetti, ad implementazione del testo. Ciò vale, più in generale, per tutte le arti. Il lettore, infatti, è chiamato a contribuire all’interpretazione dell’opera. Nel caso di Sergio Oricci, la sua stessa nota viene in soccorso al lettore: “Pesci di vetro è una raccolta di frammenti nata come esercizio, mentre ero alla ricerca della ritmica da utilizzare in alcuni capitoli di un testo di prosa”. Interessante la spiegazione che dà circa la motivazione di inserire questi frammenti in una collana di poesia. Non avendo la patente (ha sempre rifiutato di guidare), né soldi sufficienti a farsi portare dal tassista fino a casa, si faceva lasciare fin dove la somma glielo consentiva. Questa metafora del viaggio è anche metafora del limite e della perdita. Finire in luoghi impensati, magari in mezzo alla nebbia, tra ipnotizzanti luci al neon gli dà la possilità di transitare in spazi di confine. E tali sono questi frammenti, narrazioni di confine tra prosa e poesia. Si cerca un ritmo per la prosa, si finisce a fare poesia con la prosa. Si potrebbe dire che “il testo che non sembra” rivela ciò che è, uno spazio di confine, appunto. Si naviga in un mare di frammenti, più o meno lunghi, quadri osservati in trasparenza. Piccole rivelazioni, scoperte sottovuoto. I pesci non sono più vivi, sono forme create per poter conservare un’idea di forma. La trasparenza fa sì che tutto possa esservi contenuto. Ne viene fuori un mondo a colori, fluorescente, alieno, anche quando ci si limita a osservare la cosa, il dato. Tutto si lega grazie alla “posa”, al disincanto, come un osservatore giunto per caso da un pianeta lontano, che non comprende questi esseri che siamo, non conosce i sentimenti, che invece ci sono, isolati, vivi, nascosti nella trasparenza di pesci di vetro. La poesia è nell’evidenza stessa delle cose, nella loro letterale esistenza. La superficie ha un’essenza luminosa, chiara, tuttavia proprio in quanto tale porta con sé la propria enigmatica insensatezza. Il testo non sembra, “è”. Ulteriore evoluzione della “prosa in prosa”, secondo la linea Ponge-Gleize, qui il cerchio sembra chiudersi in poesia, ribadendo la sua legittimanzione nell’esserci delle cose in quanto tali, nella loro nuda evidenza antilirica.

15

Quando ho iniziato a non stare bene cercavo un motivo anche nei mobili a parete. Ho cambiato materasso, sedia, perfino scrivania. Come se la depressione fosse una questione di posizione.

23

A quasi qurant’anni ho capito cosa mi fa stare bene: indossare bei vestiti e la solitudine. Correre su salite ripide per dimagrire, passare le giornate restando in superficie.

41

Ci sono cose nella vita che vanno fatte, tipo avere una ragazza, mettere il sesso al primo posto tra i piaceri della vita, farsi scorrere la sabbia di una spiaggia tra le dita, provare l’eroina senza rimanerci sotto, mettersi un apparecchio ai denti e – dopo i trent’anni e prima dei trentotto – farsi una liposuzione, sposarsi, e iscriversi al club dei perdenti.

58

Quando vado in spiaggia, mi sento dentro una foto di Martin Parr. Voglio stare lontano dal mare, non mi piace nuotare, detesto i bambini che giocano a pallone. Mi piacciono solo le anziane signore con burrocacao fluorescente e abbronzatura arancione.

82

Mio padre mi parlava spesso di materialismo storico e dialettico; di questione quantistica, atomica, missilistica. Passava da un argomento all’altro veloce come la luce. Le parole scappavano in ogni direzione, i pensieri pure.

85

Ho deciso di scrivere cento frammenti. È una scelta arbitraria, come quando scelgo i numeri da giocare tre volte a settimana.