Quand’ero piccolo, sognavo spesso di librarmi in volo

961370_10204724291740428_946827372_n

C’è stato un tempo in cui mi avevano convinto che avrei dovuto dimenticarli, i miei fantasmi. Per un po’, mi sono inebriato all’idea della nostra imminente separazione, ma poi una ragione più essenziale ha preso il sopravvento, e non se n’è fatto nulla.
Dopo aver letto per la seconda volta Cime tempestose, ho incominciato a pensare che tentare di zittire le voci degli spiriti che ci girano intorno sia un chiaro sintomo di psicosi. C’erano delle sere nelle quali mi sembrava di sentire Cathy che picchiava alla finestra. Sapientemente, a quanto vedo, da allora in poi ho tentato di mantenere aperto quel circuito. Non potrei fare altrimenti, in ogni caso. Quanto a Heathcliff, lui non mi abbandona mai, fa guerra al mondo e intralcia la mia condotta quotidiana, gettando dentro al mio petto inconsolabili, ringhiose colate d’odio.

*

 

L’Aldilà… Fracasso di iniettori sregolati, di veementi cambi marcia e autobus dabbasso… una sirena d’ambulanza… un camion e il crash del cassonetto della differenziata, traboccante. Con Cathy alla finestra. La apro, e lei non entra… «Cathy! Sei tu? Cathy!».
La fastidiosa sensazione di essere parte di un enigma irrisolvibile.
«Non bisogna avere paura di cambiare tempo!».
Vado a sciacquarmi la faccia prima che il dormiveglia torni a prendere il sopravvento.

*

 

Quand’ero piccolo, sognavo spesso di librarmi in volo in mezzo a un nugolo di fantasmi luccicanti. Ce ne stavamo fianco a fianco per aria, perfettamente a nostro agio, con gli occhi spalancati. Migratori celesti, senza apparente obiettivo. Ieri notte, ho sognato due fantasmi alati, simili a degli angeli. Avevano un’ala ripiegata su se stessa, forse spezzata. «Non riuscite a volare?». Di nuovo, ce ne stavamo fianco a fianco, ma questa volta ci trovavamo in giardino, consegnati al solleone sopra ai sedili scolpiti nella roccia. E avrei voluto disincarnarmi con tutto me stesso, e insegnargli a cabrare! Partecipare al destino di quegli esseri senza casa né voce è il compito del Contemplativo