La svolta della strada 1, Marco Giovenale

a cura di Marco Giovenale

(note sul possesso in Ferro 3, di Kim Ki-duk)

 

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Forse le linee e le curve di livello della storia, del film, ovvero le isoipse tematiche di Ferro 3, non sono (solo) quelle indicate dal regista: la solitudine e l’isolamento, l’abbandono, il silenzio specifico delle case vuote come delle persone che affrontano per qualsiasi motivo un’esperienza di svuotamento, e che attendono qualcosa che torni a dar loro una forma di senso.

Una energica impronta al film, infatti, viene data – osservo – anche da un sentimento di indifferenza alla proprietà, o di ostilità verso ciò che il possedere – specie in una società maschile/maschilista – comporta. Violenza inclusa.

Il protagonista, Tae-suk, attraversa ambienti non suoi senza appropriarsi di nulla. Anzi curandone lo stato: riparando oggetti, lavando indumenti, accudendo piante. Si insinua in case che non conosce, che sa essere più o meno temporaneamente disabitate: ma lo fa non per prenderne possesso, semmai per rimetterne insieme i pezzi, senza clamore, senza invaderle; per viverci, in un tempo oltretutto limitato.

Si comporta non diversamente (e questo è quanto lo stesso regista Kim Ki-duk sostiene) con la protagonista, Sun-hwa, mettendole a disposizione una via di fuga senza tuttavia imporgliela. Non prende la donna al marito, non la sottrae: la attende semplicemente; e lei lo segue.

E – come una fotografia scomposta e resa puzzle chiaramente dimostra – nel film davvero questo modo di scompaginare il possesso e la violenza borghesi riorienta i pezzi dell’identità. Li destruttura. (Quindi li restituisce alla loro umanità, ai loro limiti).

Se sulla parete compare la fotografia di Sun-hwa integra, presto vediamo che la sua presunta unità si spezzetta. Come a dire che non ci si può allontanare dalla natura finzionale e crudele del possesso, dalla violenza della proprietà, se non accettando che si è frammentari, indisposti a venir chiusi nel guscio della stessa interezza corporea. Essendo frammenti, del resto, si è anche pienamente inafferrabili, non-catturabili (premessa delle scene nel carcere, che chiudono il film).

Mettere tutto questo in luce, trasformarlo in visibilità, è una delle missioni del film, sembrerebbe. Gli stessi pervasivi silenzi dei protagonisti, a differenza del vociare berciare urlare e dibattere del marito di Sun-hwa e dei poliziotti, sono una evidente traccia di assenze, lacune, vuoti. A fronte del verboso potere e del possesso (e del potere del possesso, e del possesso del potere) i protagonisti si spogliano di tutto, anche delle parole minime. Mancanza di linguaggio che indica proprio il fallimento dello specchio che finge l’interezza dell’io e vorrebbe dimenticare la natura sgretolata fallibile felice del soggetto dell’inconscio.

 continua  […]

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