Approfondimenti
Philip Glass – La musica per il cinema (II)
Dopo Koyaanisqatsi e prima di Kundun (che ottiene una Nomination agli Oscar per la Migliore colonna sonora), Philip compone almeno sette score per film di ottimo livello come Mishima (Paul Schrader, 1985), Hamburger Hill (John Irvin, 1987), Dal big bang ai buchi neri (Errol Morris, 1991), Anima Mundi (Reggio, 1992), Candyman (1992) (Nia Da Costa), L’inferno nello specchio (Bill Condon, 1995), L’agente segreto (Chrristopher Hampton, 1996). Glass quindi lavora per la prima volta con Marin Scorsese Kundun (1997) dal libro autobiografico La libertà nell’esilio di Tenzin Gyatso quattordicesimo Dalai Lama tibetano, che per il regista newyorchese, abituato al crudo realismo americano sembrerebbe una svolta radicale.

Ma non si sa quanto legato alle mode new age o se frutto genuino dell’ispirazione il fatto che anche insigni registi abbraccino la causa delle religioni o delle filosofie dell’oriente. Fatto che sta Scorsese, come sempre, vuole fare le cose in grande dirigendo un lungometraggio serissimo che trabocca, in linea con l’estetica della cinematografia dell’italoamericano, di maniacale perfezionismo sotto ogni punto di vista. Anche per quel che riguarda il soundtrack l’autore si affida ad un personaggio-chiave della classica contemporanea, , che qui, con il suo minimalismo (a sua volta innestato nel folk autoctono) integra la ricerca intellettuale alla visibilità allo stato puro, senza però raggiungere i vertici del documentario Koyanisqaazi (fondamentale per capire i rapporti tra cinema e musica) di Geoffrey Reggio, per il quale Glass scrive le partiture, studiandole via via nelle strette combinazioni tra melodie e sequenze, note e fotogrammi. Il tipo di lavoro con Scorsese risulta al contempo più agevole e più impegnativo, poiché lo score di una pellicola narrativa risulta al contempo più libero e più vincolato, per l’obbligo di marcare o rendere sonoramente alcune situazioni psicoambientali. E in tal senso Glass ancora una volta non delude.

E non delude nemmeno quando si tratta di fare musicazione, come accade subito dopo Kundun e lo score per The Truman Show (Peter Weir, 1998) con Dracula, film muto a cui Glass aggiunge nuove musiche, eseguite per la prima volta dal vivo a Los Angeles e poi edite su disco dalla Nonesuch. Quindi anche oggi, acquistando il CD della colonna musicale che la Universal Family and Home Entertainment Production gli commissiona per conferire una veste acustica completa a un film, il Dracula (1931) tratta dal celebre romanzo di Bram Stoker e diretto dallo specialista Tod Browning con un fantastico Bela Lugosi nei panni del protagonista vampiro. La pellicola all’epoca, agli inizi del sonoro, per ragioni tecniche, uscì senza musica, con pochissimi effetti sonori, facendo leva quasi esclusivamente sull’accento ungherese del celebre attore da poco giunto a Hollywood. Contrariamente a quanto sviluppato in precedenza, Glass per questo soundtrack sembra quasi rinunciare al suo tocco precipuo per evidenziare atmosfere sonore vicine allo spirito del lungometraggio, come egli stesso commenta: “Questo film è considerato un classico, quindi ritenevo importante che la colonna sonora evocasse l’atmosfera del XIX secolo e ho pensato che un quartetto d’archi sarebbe stato più evocativo ed efficace. Volevo evitare di ricorrere ai soliti effetti che vengono associati ai film dell’orrore. Col Kronos siamo riusciti ad aggiungere nuova profondità agli stati emotivi del film”. Inutile aggiungere che il valore del disco aumenta proprio grazie alla perfetta interpretazione del Kronos Quartet (gruppo discusso nell’apposito capitolo), che di Glass è mentore grazie alle registrazioni dello score di Mishima e di quattro quartetti.
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