ALBERT CAMUS. Nature, I’m your groom – Lisa Orlando

ALBERT CAMUS. Nature, I’m your groom – Lisa Orlando

In tutto lo svolgersi dell’opera camusiana il tema della natura detiene una assoluta centralità. Infatti, sin dalle prime opere, si ritrova (in modo quasi febbrile) l’esigenza profonda di un contatto tra l’individuo e la natura; contatto in grado di eliminare ogni chiazza d’ombra, ogni terreno d’incubo, e consentire, al fine, un raggio di luce (una felicità possibile?) a dispetto dell’assurdità della condizione umana. L’adesione alla natura, nonostante la sanguinante matematica che regola il vivere umano, è il frutto di un percorso della coscienza che giunge (in assiduo esercizio)a rispecchiarsi, per impulso simbiotico, in essa. Talvolta, però, tale legame può restare solo agognato: è in tal caso che a trionfare è l’Assurdo, oscurando rovinosamente il desiderio di felicità e l’anelito di adeguamento ai ritmi della natura.

A esprimere la vittoria di un assurdo irredimibile è Caligola, opera teatrale scritta da Camus nel 1937 ed elaborata in diverse versioni fino al 1958. In Caligola, ad esempio, la speranza del mondo nonché tutta la sostanza lirica di perfetta adesione ad esso, è generata dalla persona amata finché essa è in vita. Ma quando Drusilla (l’adorata sorella) morirà, Caligola cadrà in uno stato d’inconsolabile disperazione che, ineluttabilmente, gli risveglierà il senso dell’Assurdo, e dunque: lo scontro implacabile tra sé e il mondo.

“Ho molto da fare”, proferirà Caligola, dopo la morte dell’amata, in uno stato di prostrazione che rasenterà il delirio. “E’ necessario che io la conduca lontano, ancora, in questa campagna che tanto amava, dove lei camminava in modo così armonioso che l’ondeggio delle sue spalle seguiva perfettamente la linea delle colline all’orizzonte.”
E ancora:
“[…] Come poter continuare a vivere con le mani vuote quando prima raccoglievano l’intera speranza del mondo?“

Da quel momento in poi, il contatto con l’elemento naturale non può che divenire un’astrazione: infatti, in un’apparente follia accordata sulla tonalità di un dolore attonito, Caligola chiederà al suo servitore: “Voglio la luna!”. Una luna che, però, non potrà più sottrarlo all’abisso, né restituirgli l’ordine di una esistenza pacificata.

Ne Il mito di Sisifo, invece, pur rappresentando pienamente la dicotomia uomo-natura, si profila una possibilità risolutrice di tale scissione. Possibilità che andrà individuata, nonostante il destino di infinito dolore ed estenuante fatica, nella volontà di felicità di Sisifo.

“Questo universo, senza più padrone, non gli appare infecondo né futile. Ogni granello di questa pietra, ogni bagliore minerale di questa montagna, splendidamente ammantata di notte, plasmano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a colmare il cuore di un uomo. È necessario che si immagini Sisifo felice.”

Dunque, è nel mondo scabro, fatto di roccia e cielo – mondo di cui è costituito il suo supplizio – e non nel sogno di un orizzonte che infine lo trascende, che Sisifo troverà la propria felicità. Una felicità che si tradurrà in particolar modo nella disponibilità a reiterare ad infinitum i gesti della fatica.

Ulteriormente illuminanti e filosoficamente rilevanti sono altri due personaggi camusiani, che strappano come un sipario il manto dell’assurdo: il Mersault de La Morte felice e il Meursault de Lo straniero.

Nonostante la smorfia beffarda della meccanicità degli eventi, nonostante le modalità nefaste per raggiungere l’agognata gioia, il primo conquisterà lo sfarfallio d’una felicità vivendo compiutamente il proprio tempo esistensivo, ovvero attraverso una simbiosi cosciente con il tempo di cui egli stesso è costituito come una materia prima.

“Imparò a fare passeggiate. Nel pomeriggio, alcune volte, camminava lungo la battigia fino alle rovine che si trovavano sull’altra estremità. Si distendeva nell’assenzio, poi posava una mano sul calore di una pietra e dischiudeva gli occhi e il cuore all’insostenibile vastità di quel cielo gonfio di caldo. Accordava il battere del suo sangue alla violenta pulsazione del sole delle due e, immerso tra gli odori selvaggi e la concerteria di insetti sonnolenti, guardava il cielo mutare dal bianco all’azzurro puro e poi subito svaporare fino al verde e riversare tutta la sua dolcezza, tutta la sua tenerezza sulle rovine ancora calde. […] Adesso almeno, nelle ore di lucidità, avvertiva il tempo appartenergli e, in quel breve attimo che andava dal mare rosso al mare verde, prendere corpo in lui qualcosa di straordinariamente eterno. Non riusciva a concepire alcuna felicità trascendente o eternità al di fuori della curva delle giornate. Era umana la felicità, e l’eternità quotidiana.”

Anche ne Lo straniero, considerato uno dei massimi capolavori novecenteschi, Camus esprimerà marcatamente l’incolmabile distanza o meglio (come suggerisce il titolo)la perfetta estraneità che separa l’uomo dal mondo. Eppure, dopo l’atto omicidario che condurrà Meursault alla pena capitale, avverrà l’inatteso. Ovvero, solo in carcere, immediatamente dopo la visita del prete, si compirà (in quest’uomo che aveva sempre vissuto in uno stato di atonia e totale indifferenza del mondo), la coscienza di una simbiosi con la natura; non più angustia e reclusione ma, scalzandoli dal cuore, un rispecchiamento completo fra Meursault e il mondo.

“Partito lui, ho ritrovato la pace. Ero stremato e mi sono gettato sulla branda. Devo aver dormito poiché mi sono svegliato con le stelle sul volto. Rumori di campagna si spingevano fino a me. Odori di notte, di terra e sale rinfrescavano le mie tempie. La pace incantevole di quell’estate assopita penetrava in me come fosse marea. […] Come se quella grande ira mi avesse purificato dal male, liberato dalla speranza; dinanzi alla notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel sentirlo così affine a me, finalmente fraterno. Ho sentito che ero stato felice, ho sentito che lo ero ancora.”

In Camus, dunque, nonostante l’amara coscienza dell’assurdo che pone l’uomo nel mondo come un condannato innocente, c’è sempre stata la ricerca di una formula di felicità e di un profondo contatto col mondo (qual errore è stato affiancare Camus all’esistenzialismo disperato di Sartre!). A un certo punto, nei suoi Taccuini scriverà: “Alla fine di questo lungo pensiero, arde, in lontananza, il sì totale.” Il sì a cosa?
A vivere? A resistere? A non rinunciare? A non cedere alla menzogna? A immaginarsi felici?, non stranieri dinanzi i propri specchi?

Il sì totale al mondo? – ché mai diventi paesaggio misterioso dove il cuore non trova appigli.
 

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