Da L’infinito intrattenimento – L’esperienza limite, Tristano e Isotta, di Maurice Blanchot Traduzione di Lisa Orlando

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Una delle vicende più significative della storia è quella del filtro magico bevuto per errore da Tristano e Isotta, filtro misuratamente composto per avere un effetto di soli tre anni; terminati i quali, e attraverso una specie di risveglio, i due amanti si rendono conto dell’asprezza della vita, della desertitudine in cui vagano, e delle gioie perdute. Si lasciano e, ormai separati, rientrano nel mondo. Dunque, è tutto finito? Niente affatto; poiché tutto ricomincia. Sono separati, ma per ricongiungersi nuovamente; sono lontani, ma si uniscono in quella distanza attraverso la quale non cessano di chiamarsi, di sentirsi, di tornare l’uno accanto all’altra.

Narratori e poeti hanno sentito l’intralcio di quella contraddizione, ma senza risolverla: come se la passione dovesse essere transitoria – pur restando il luogo dell’indefinito e il movimento dell’interminabile. La passione si produce nel tempo, l’incontro avviene nel mondo, l’evento comincia e finisce. E’ durata tre anni: questa è la storia come la si immagina e la si racconta.

Tuttavia, la passione resta limitata esclusivamente nel tempo del giorno, (essa) non conosce limiti durante la notte alla quale appartiene. I due amanti vivono in una duplicità, in una inesplicabile coercizione. Da una parte, ritrovati dal mondo, seguitano senza impedimenti la loro esistenza mondana; Tristano ridiventa un uomo utile, uno spadaccino glorioso, e alla fine si sposa; tutto procede secondo le regole; ma il matrimonio, sontuosamente celebrato di giorno, di notte non può che dissolversi: tuttavia, la nuova Isotta, Isotta dalle bianche mani, di notte non è mai presente. La notte è ancora e sempre la notte del deserto, il chiarore, pallido, della foresta di Morois, o, più esattamente, essa è notte senza nessuno, destinata alle sole immagini, quelle stesse che Tristano, con vigorosa disposizione, ha originato in un luogo situato fuori dal mondo.

La narrazione avrebbe potuto restare fedele al luogo comune: si amarono di eterno amore. Ma non si può non percepire un segreto più profondo. Dopo tre anni, Tristano e Isotta si ridestano dal loro desiderio. Tre anni, e dopo si dimenticano; ma, propriamente, in quell’oblio si accostano al vero centro della passione che, sebbene interrotta, continua.

Di qui l’estremo disagio. Non si amano più, il tempo del loro amore è ormai trascorso, tutti i loro nuovi incontri sembrano irreali come una storia che continui senza di loro. Ma il non amarsi più in questo tempo non ha alcuna rilevanza, poiché la passione non si cura di questo tempo, non può essere intaccata o quietata dall’opera del tempo. Ciò non vuol dire che gli amanti rivivano la loro storia e, ormai senza più amore, siano riportati nostalgicamente verso giorni che non possono più rivivere e che sottraggono loro il gusto dei nuovi; non è, certamente, una questione di psicologia.

Innanzitutto, le loro disavventure rimandano a un movimento altro. Quando l’impossibilità assoluta s’è fatto rapporto, non è più possibile essere separati. Quando il desiderio è stato risvegliato dall’impossibilità e dalla notte, esso può anche terminare, il cuore vuoto può volgersi altrove: in questo vuoto e in questa fine, in questa passione appagata.

L’’infinito della notte stessa continua a desiderarsi in un desiderio neutro che non tiene conto né di te, né di me; esso pertanto risulta, nello stesso tempo, un mistero (in cui naufraga il piacere delle relazioni), e uno scacco più necessario e più prezioso di tutti i trionfi, in quanto custodisce l’esigenza di un rapporto altro.

Probabilmente, al di là della storia di Tristano e Isotta bisogna che si colga quest’ombra: l’oblio è lo spazio muto e chiuso dove il desiderio vaga senza fine; chi è dimenticato, è desiderato; ma l’oblio deve essere profondo. L’oblio: il movimento di dimenticare: l’infinito che, con l’oblio, nel chiudersi si apre; a condizione di accoglierlo non con l’impalpabilità che libera la memoria dalla memoria, ma come il rapporto con ciò che, all’interno del ricordo stesso, si nasconde, e che nessuna presenza può ostacolare.

 

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