INTERVISTA A DANIELE PECCI

a cura di Marta Lìmoli

Daniele Pecci, consapevole del successo confermatogli da una vasta platea di pubblico prevalentemente televisivo, calibra con determinazione le significative potenzialità artistiche di ogni progetto.
Adesso che Daniele è una persona conosciuta, evita comunque volontariamente di render note idee personali non strettamente correlate al lavoro; un suo punto di vista su questioni di molteplice natura può senza dubbi suscitare una certa curiosità: “Potrebbe, data la popolarità che mi si riconosce ora, ma lo risparmio al pubblico; ecco” dice con voce ferma dal tono parco, riservato. Dell’idealizzazione di un personaggio pubblico nulla lo preoccupa o gli spiace: “Molto sta a come si imposta la vita al di fuori del lavoro. Per quel che può riguardarmi, non rilevo alcuna controindicazione; ogni tanto delle espressioni di apprezzamento sono sicuramente gradite.” Domando come mai si parla sempre di passione per il teatro e amore per il cinema, mentre difficilmente si sente dire che si prova il medesimo trasporto per la televisione; nella risposta ritroviamo una comparazione obiettiva: “Probabilmente perché la tv è ancora campo di sperimentazione, ha potenzialità conosciute ma artisticamente è parecchio indietro: regole autoriali, linee editoriali, dettano legge e gli artisti devono attenersi a prefissate regole da prodotto più che a modalità espressive. Ancora non vige quella libertà che ci si auspica per ottenere maggiore possibilità di azione ma pian piano si arriverà anche a questo e altri Paesi lo stanno dimostrando ma mi riferisco a realtà che vivono in condizioni di lavoro superiori, ottimali. Il problema nostro è differente: una delle pecche rimane ancora il testo scritto, bisognerebbe evitare lo stampo generalista di certe stesure e imboccare una direzione con coraggio.”
Questa nostra televisione trangugia e introietta pensieri e talenti e l’incontro fra Arte e mestiere potrebbe mutarsi oggi in felice compromesso, perché le forze possano congiungersi. Per Daniele Pecci i due elementi sono obbligati a convivere e devono per forza venirsi incontro e darsi una mano; piccoli progressi possono già individuarsi. “Sarebbe bello e anche utile – pensa Daniele – concedere un’incursione costante del cinema nella tv.” Apporterebbe senz’altro un rinnovamento singolare, assisteremmo a una lettura interpretativa più interessante delle storie sviluppate con le fiction, dei cosiddetti format (soprattutto culturali), nel complesso dei programmi.
L’attore se pur giovane, ha spesso ritratto personaggi alquanto distanti dall’indole che apparentemente gli appartiene e sta proprio qui il punto focale di questo mestiere: la trasformazione; prepararsi ad affrontare e assimilare caratteri scabrosi, malagevoli, seppur allettanti, anche se possono discostare la simpatia e la benevolenza del pubblico. Daniele Pecci raccoglie la sfida. In taluni casi può prevalere l’esigenza di imporsi agli occhi degli spettatori con una figure insolite; l’attore cerca di sposare le ragioni che portano il personaggio da studiare a essere com’è, cogliendo le sfaccettature della sua natura morale.
Il clima che si respira su un set cinematografico si distingue per forza di cose dall’atmosfera del palcoscenico. Pecci, sui set, si accorge di sentirsi come prestato a una dimensione le cui condizioni potremmo definire costrittive, per certi aspetti; la telecamera detta, ubbidisce e risponde ad esigenze tipiche dei meccanismi delle riprese. La scena teatrale è per Daniele luogo di grande suggestione, momento in cui “si riesce veramente a non essere in qualche modo così distanti da sé da farci apparire tanto diverso ciò che sta intorno“.
Lo considera lo spazio dove si materializza il senso della professione che ha scelto, in cui si sente soddisfatto. Dice a sé stesso: “Ecco, sto facendo il mio lavoro, il mio amato mestiere.” Vive la sensazione di sentirsi dentro un flusso ininterrotto di energia che procura l’illusione – o l’ardire – di donarsi alla poetica dei grandi autori, mescolarsi per un po’ a loro stessi: è questo per Daniele Pecci il sogno più grande; condividere qualche cosa con loro. Si riferisce ai geni come Shakespeare e Molière poiché è nel loro linguaggio letterario che s’identifica l’appartenenza intellettuale di Daniele, la concezione del Teatro e il suo spazio; forma e contenuto – apice e summa dell’essenza del teatro e della rappresentazione dell’umanità.
Da sempre si reputa il teatro una grande palestra, oggi lo si ritiene – così pare – la televisione: “In pochi minuti bisogna rendersi credibili, efficaci, essere sicuri, improntare una scena. A parità di studio, di preparazione, rispetto a un allestimento teatrale è nettamente più difficile; in questo senso è una dura palestra. L’arte della recitazione è come la musica: va provata.
Dopo l’iscrizione presso la Scuola di Teatro (oggi non più in attività) intitolata a Mario Riva, diretta dal figlio dello stesso Riva, e la frequentazione dei corsi della Scuola La Scaletta di Roma, Daniele ricorda gli esordi come mimo lirico, visibilmente emozionato per l’avvolgente atmosfera e le azioni sceniche affidategli, il debutto al Teatro Stabile del Veneto con uno spettacolo di prosa (Edipo, riscrittura laica di Renzo Rosso, con la regia di Patroni Griffi) in un piccolo ruolo; i primi momenti – indelebili – che Daniele Pecci ricorda come l’imprint del progressivo evolversi della sua curiosità, la voglia di crescere con uno stupore mai mitigato. Al centro del suo impegno Pecci mette dunque la disamina dei testi, l’allenamento inteso come perpetua indagine, ricerca.
Grandi interpreti protagonisti della Storia del Teatro italiano hanno colpito ed educato l’attenzione e l’interesse di Daniele, il quale ricorda e tiene presente la finezza del talento di Salvo Randone, Romolo Valli, la bellissima tensione e l’affabulazione unita all’alta conoscenza tecnica di Giorgio Albertazzi; il rammarico per non aver conosciuto Turi Ferro del quale sente parlare come di un attore insuperato, l’optimum. Tutti gli spettacoli del grande regista Giorgio Strehler lo hanno impressionato positivamente, incisi nella memoria rimangono: l’Arlecchino, Le baruffe, Il campiello; che reputa favolosi.
Strehler ha lasciato una lezione assoluta per l’attore: lo mette al centro dell’interesse del pubblico. Il regista rende la propria impronta allo spettacolo lasciando che sia la comunità, la compagnia, a catturare l’attenzione degli spettatori assolvendo il primo compito fondamentale: unificare – piuttosto che distinguere e discriminare – le varie tipologie di pubblico.
Il rapporto cui Daniele Pecci ambisce rispetto alla figura del regista è di fitta collaborazione, di scambio, tenendo a filtrare da sé le idee, lavorando con atteggiamento in qualche modo diderotiano, quasi brechtiano, comunque critico nei confronti di sé stesso, fondandosi su quella parte strutturante della recitazione che molti definiscono ‘distacco’ e che lui chiama semplicemente ‘controllo’. Pecci costruisce il suo equilibrio professionale con l’esperienza individuale e vive la condizione d’attore, inserito in tali sistemi, traendo entusiasmo dallo studio costante di testi scelti e che lo appassionano.
Il grande Bardo in testa con i suoi eterni capolavori, il giovane attore ama i classici del teatro insieme al repertorio delle tragedie greche; teatro in quanto rivelazione che restituisce bagliori di quello spirito divino (che entra in noi e si fa pupo… scrive Pirandello) e avvicina a un mondo la cui chiave lo guida a sondare e decrittare la propria interiorità.
Daniele nutre la sua passione di voluttà: “Più vuoi sapere più godi. Più godi più vuoi fare. Intelletto e sensualità si attraggono, giocano un ruolo tutt’insieme, filtrati anche attraverso la fisicità più brutale, urla, pianti, sudore, voce che si piega… è un circolo vizioso, non se ne esce! Comunque sempre un grande divertimento. “
In palcoscenico atleta del proprio cuore (menzionando Artaud), puparo di sé stesso, dentro la ‘verità’ quale nutrimento del teatro, conosciamo un uomo il cui doppio costituisce la possibilità in più per essere al contempo presenti a sé stessi e dentro la scena per la scena; vibrazione di cui meravigliarsi ogni volta che pervade.