Jane Austen: l’antesignana di Marcel Proust? – Lisa Orlando

a cura di Lisa Orlando

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Dopo aver letto, casualmente, quest’orribilità barocca di Mark Twain: «Tutte le volte che leggo Jane Austen mi viene voglia di disseppellirla e colpirla sul cranio con la sua stessa tibia», ho pensato di scrivere di lei, ovvero dell’artista più perfetta tra le donne, come ebbe a dire Virginia Woolf e, nel contempo, coadiuvata da una concerteria di spettri, scaraventare, una volta per tutte, giù nell’inferno, il nome di Mark Twain.

Partendo dall’ultimo e più maturo romanzo di Jane Austen, scritto nel 1815, intitolato Persuasione (pubblicato postumo nel dicembre del 1817), non possiamo non notare come in esso vi sia una singolare bellezza e un singolare tedio. Il tedio è, appunto, quello che evidenzia il periodo di mutazione tra due stili narrativi differenti. Indubbiamente si avverte (come quando si preme con tanto vigore su una nuova superficie che sfrigola) di quanto la Austen stesse cercando di fare qualcosa di totalmente diverso e che mai aveva tentato di fare prima. C’è, in Persuasione, un elemento nuovo, un sorprendente dispiegamento della visione che le fornì la chiave per accedere a una luce più ampia, non più filtrata dalle esigue finestre del suo microcosmo. La scrittrice britannica iniziò finalmente a scoprire quanto il mondo fosse infinitamente più grande, più sorprendente, più misterioso, più romantico, di quanto avesse potuto immaginare.

Dopo la pubblicazione di Emma e la stesura definitiva di Persuasione, Jane Austen era ormai pronta. Il mutamento per una più feconda vitalità intellettuale era imminente. La sua notorietà cresceva sempre più nel panorama letterario inglese. Pertanto, se la morte non avesse deciso di portarsela via così presto (ella morì a soli quarantadue anni, colpita dal morbo di Addison, malattia a quel tempo incurabile) tutto, probabilmente, sarebbe cambiato.
Si sarebbe inserita in un clima culturale più fervido, ad esempio, avrebbe frequentato più Londra, letto ancor più, e viaggiato, e alla fine assorbito la ricchezza di nuove analisi ed esplorazioni di pensiero.

 Quale sarebbe potuta essere, dunque, la conseguenza di tutti questi cambiamenti sui romanzi che Jane Austen non scrisse? Certamente, uscendo dalla sua oscura, solitaria canonica, avrebbe acquisito una conoscenza maggiore del mondo, ma la sua risolutezza sarebbe vacillata. Quelle incisive battute sarcastiche con le quali abilmente inquadrava i personaggi, riassumendo in pochi minuti, ad esempio, tutto ciò che dovevamo sapere su Sir Walter o su Mrs Musgrove, quel procedimento, rapido, con il quale descriveva implacabilmente pregi e difetti delle sue eroine, le sarebbe parso troppo semplice per raccontare ciò che lei adesso percepiva della natura umana. Forse avrebbe inventato un nuovo criterio di scrittura; forse avrebbe acquisito un ordito verbale più profondo, più complesso; forse le sue canzonature sarebbero state più severe; forse le rappresentazioni dei comportamenti individuali avrebbero acquisito maggiore validità universale; forse più minuziosamente avrebbe indagato sui processi interiori legati ai sentimenti umani.

 Virginia Woolf azzardò l’ipotesi che Jane Austen, se non fosse morta a quarant’anni, sarebbe stata l’antesignana di Marcel Proust; e noi, certamente, non possiamo che condividere la sua ipotesi.

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